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Drabble Event 22-24 maggio

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Quel ragazzino era incredibile. Con la sua velocità e la sua furbizia aveva vinto uccidendo solo due ragazzi del distretto 1. Quando Ryan si era ritrovato a doversi occupare del ragazzo del distretto 12 aveva pensato che non era poi un granchè. Era strano con quella sua pelle olivastra e tutti quei muscoli. Particolare caratteristica che doveva aver assunto lavorando in miniera.

Però era anche molto bello. Era stato un piacere vestirlo. Aveva optato per qualcosa di semplice ma rappresentativo. Lo aveva vestito di nero con dei riflessi rossi come le fiamme e aveva usato un tessuto aderente per mostrare la sua bellezza e muscolatura scolpita.

Dopo averlo visto in battaglia però, Ryan era ancora più affascinato dal ragazzo di prima. Se poteva, evitava inutili spargimenti di sangue e preferiva usare una piccola balestra come arma piuttosto che una spada o un arco o la forza bruta. Era stato furbo a prendere quell'arma alla Cornucopia.

Aveva ferito gli altri, aveva cercato di proteggere la sua compagna del distretto 12 ma lei lo aveva rifiutato e si era fatta uccidere. Una delle telecamere lo aveva visto piangere per lei.

Quel tributo era straordinario. Andva tenuto d'occhio. Quando fu l'ora del grande Tour, Ryan chiese di potergli fare da accompagnatore. Quando glie lo concessero si sentì incredibilmente felice, come non lo aveva reso nessun altro.

E pensare che se non fosse stato estratto il suo nome quell'anno non avrebbe mai più avuto la possibilità di conoscerlo!

Esposito (come amava farsi chiamare il ragazzo, a quanto pare il nome Javier non gli piaceva) era decisamente stupito di vederlo ma anche felice.

I due presto instaurarono una forte amicizia per tutto il Tour e alla fine di esso a Ryan venne un'idea.

"Vieni a vivere con me"

"Come?"

"Vieni a Capitol City e vivi insieme a me Esposito" disse deciso.

"Non credi che sarebbe strano?"

Per tutta risposta, Ryan prese il ragazzo per il collo e lo baciò dolcemente sulle labbra. "Per favore" sussurrò. Un sorriso si espanse sulle labbra del tributo. La gente avrebbe parlato di loro, ma di certo a lui non sarebbe importato.

I due si baciarono di nuovo e si incamminarono insieme verso casa.

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Non sempre si può vincere. Ci sono delle cose che ti mangiano dentro, cose che ti rendono vuoto e ti fanno male fino a che non scoppi. Cose inevitabili a cui non puoi resistere per sempre. Cose proibite che devi lottare per tenere lontano dalla tua mente. Pensieri rinchiusi a chiave in una stanza segreta del tuo Mind Palace.

Ma queste cose finiscono sempre per uscire fuori in qualche modo. A volte succede litigando, cercando di avere un contatto fisico con la persona a cui questi pensieri sono diretti. Altre volte succede con un abbraccio inaspettato, con una chiamata in mezzo alla notte perché la persona cui tieni di più al mondo è in ospedale.

E così ti convinci che amare non è un vantaggio. Tenere a qualcuno ti rende debole. Però non puoi evitare di amare. Una volta che ami, non si torna indietro. Soprattutto se l’amore che provi è malato, perverso, impossibile… incestuoso.

È quel tipo di amore che cresce con il tempo e ti lega sempre di più alla persona che ami, anche se questa è il tuo stesso fratellino.

Ma un amore così non si può nascondere per sempre e quando viene fuori la verità, il tuo mondo ti crolla addosso, le cose che ti eri detto per nascondere a te stesso i tuoi sentimenti non valgono più nulla e tutto ciò che hai fatto è stato inutile.

In un momento così, non ti aspetti che l’oggetto del tuo amore malato ti rimetta insieme. Non ti aspetti che prenda ciò che è rimasto di te e gli ridia la speranza con un gesto semplice come un bacio. Non ti aspetti le dita sottili da violinista di tuo fratello che ti carezzano la schiena, il viso, il petto. Non ti aspetti che quelle labbra ti cerchino ancora e ancora, curiose di conoscere il tuo sapore.

Mycroft Holmes non si era mai aspettato di conoscere la felicità. Quello, era un sentimento che lui non credeva di meritare, non con i pensieri che faceva. Ma quella, quella che stava provando in quel momento, con il corpo di suo fratello premuto contro il suo, quella era la felicità.

Sherlock lo stringeva a se come se anche lui avesse appena perso una battaglia, e forse era proprio così, forse avevano entrambi lottato contro se stessi una battaglia già persa in partenza. Per una volta a nessuno dei due importava di aver perso però. Avevano vinto qualcosa di molto più grande.

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Era stata una frase, una stupida frase detta senza pensare a metterlo nei pasticci. Thor e Loki stavano litigando (di nuovo) e ognuno di loro sembrava voler tentare l’altro a fare un passo falso. Era sempre così tra quei due.

“Sembrate l’angioletto ed il diavoletto sulla spalla di tutti” aveva sbuffato esasperato dal comportamento infantile dei due.

Loki l’aveva preso come un suggerimento a quanto pare perché un sorriso maligno gli si dipinse sul volto prima che usasse la magia per… far diventare Thor un angioletto. Tony guardò il guerriero con una O comica dipinta in volto. Il grande Thor aveva addosso una tunica bianca, un paio di candide ali e un’aureola sulla testa.

L’unica cosa che era rimasta come prima era la presenza di Mjolnir nel suo pugno. Per un attimo il guerriero rimase sconcertato. Poi un lampo di comprensione gli passò negli occhi. Steve, che aveva osservato la scena da lontano, si avvicinò al trio con il suo scudo in mano nel caso ci fosse bisogno di proteggere qualcuno.

Immediatamente, Thor tirò su il braccio con Mjolnir, la rabbia chiara sul suo volto. Tony corse come un razzo a nascondersi dietro a Steve, senza armatura era solo un semplice scienziato dopotutto e Steve aveva lo scudo!

Thor lo guardava con rabbia. “È colpa tua Stark!”

“Ma… io ho solo detto una cosa ironica! Prenditela con tuo fratello!” disse lo scienziato indicando Loki.

Il Dio del Tuono sembrò esitare un attimo a queste parole e si girò verso Loki. Il moro lo guardò con gli occhi spalancati. Non si aspettava che Thor lo minacciasse con il martello! Si sbrigò a rimuovere l’incantesimo e sostituirlo con uno di protezione.

“Thor… calmati! Era uno scherzo…” il dio non sembrava d’accordo perché tentò di abbassare il martello contro Loki ma venne bloccato dallo scudo di protezione. Questo parve riscuoterlo dalla sua rabbia.

Il moro lo guardava con gli occhi spalancati, e improvvisamente Thor era addosso a lui. Non per colpirlo stavolta ma per abbracciarlo. Mjolnir giaceva abbandonata e i due dei si abbracciavano e si baciavano davanti agli occhi stupefatti di Tony e Steve.

I due uomini si guardarono e sbuffando decisero di lasciare i due dei nordici alle loro effusioni romantiche. Forse non erano poi tanto diversi in fondo quei due.

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Era difficile far capire a Loki molte delle cose che avevano sulla Terra ma non si sarebbe mai aspettato che il suo ragazzo lo portasse a fare shopping… in un sexy shop! E fu così che Loki si ritrovò ammanettato al letto a pancia in giù da un paio di manette di cuoio con nulla addosso se non un anello di cuoio alla base della sua erezione che gli impediva di venire e uno Sherlock vestito di pelle nera con un frustino in mano.

“La lezione sta per continuare. Sei già stanco Dio dell’inganno?” lo canzonò il detective facendo cadere il frustino sul sedere già arrossato del dio. Questi sembrava incapace di rispondere, tanto la sua erezione gli limitava consistentemente le capacità mentali. “Sei tu che mi hai chiesto di farti vedere a cosa servivano queste cose che vendono nei sexy shop…”

“P-per- per f-favore!” riuscì a supplicare Loki con quelle minime capacità mentali che gli erano rimaste.

“Per favore cosa?” chiese divertito il detective. Gli piaceva proprio avere tutto quel controllo sull’altro uomo.

“Pr-prendimi” gemette l’altro facendo sorridere Sherlock. Con un gesto della mano lanciò di lato il frustino e prese il lubrificante. Aprì le natiche dl suo compagno per poter levare da dentro il suo corpo l’anal plug vibrante che ci aveva infilato prima e che doveva aver stimolato la prostata del suo ragazzo fino a quel momento e ogni volta di più ad ogni frustata.

Con le mani carezzò i globi arrossati con le sue mani, facendo gemere di dolore e piacere il suo compagno, prima di abbassarsi i pantaloni di pelle giusto il necessario per tirare fuori la propria erezione e spingere dentro di lui senza aggiungere lubrificante a quello che aveva usato prima per aprirlo.

La frizione tra il suo membro eretto ed il canale caldo e poco lubrificato era il paradiso. Loki ormai non era più in grado di dividere dolore e piacere, come se i suoi nervi si fossero intrecciati e lui riuscisse solo a pensare all’altro dentro di se. Sherlock spinse con forza nell’altro uomo, sapeva che poteva prenderlo, era un dio dopotutto, molto più resistente di un umano.

Le sue mani stringevano i fianchi di Loki con forza ad ogni spinta lasciando le impronte dei suoi palmi sui globi già segnati dalle frustate. Il suo orgasmo si stava velocemente avvicinando e Loki lanciava sempre più gridi di piacere ad ogni istante. “Sherlock!” gemette il dio cercando di comunicargli quel desiderio, quel bisogno che gli veniva negato.

Il detective sorrise e con un ultimo attimo di lucidità rimosse l’anello di cuoio dall’erezione dell’altro. Senza neanche toccarlo una volta, Loki venne con forza, le sue pareti calde si contrassero attorno a Sherlock facendolo venire a sua volta con un gemito di piacere dentro al corpo del suo compagno.

Dopo essersi un po’ ripresi, Sherlock rimosse le manette al suo compagno, si alzò e prese un asciugamano bagnato per ripulire entrambi. Si disfò dei propri vestiti e applicò una lozione alla pelle arrossata del suo compagno per evitare di lasciare segni che sarebbero rimasti.

I due si accoccolarono l’uno addosso all’altro e si scambiarono dolci baci fino ad addormentarsi. Loki aveva capito che i sexy shop non erano negozi di abbigliamento… ma se questo era ciò che vendevano ci sarebbe di certo tornato molto presto!

 

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“Che diamine stai facendo con le mie sciarpe tu?” chiese il detective strabuzzando gli occhi alla vista del suo ragazzo con tre delle tue sciarpe in mano. Per tutta risposta, Loki prese le sue labbra in un bacio passionale e lo spinse sul letto. Sherlock si lasciò manovrare in una posizione a pancia in su con le braccia verso la testiera del letto.

Non ci volle molto prima che scoprisse a cosa servivano le sciarpe. Se ne ritrovò una sugli occhi quasi immediatamente. La prima reazione fu quella di togliersela ma le sue mani vennero bloccate con un’altra delle sue sciarpe e legate alla testiera del letto.

“Se vuoi che mi fermi basta che ti sleghi, basta tirare qui” sussurrò Loki mettendogli in mano un pezzo della sciarpa.

L’ultima sciarpa andò a coprirgli la bocca. Sherlock non poteva parlare, non poteva vedere e non poteva toccare. La sensazione di vulnerabilità era incredibile, ma di Loki si fidava, il che era strano considerato che l’uomo aveva tentato di conquistare il mondo più di una volta.

L’amore rende ciechi, nel suo caso per davvero. Ormai però era curioso e Loki aveva iniziato a toccarlo, a prepararlo con le sue dita lunghe fino a farlo gemere di piacere. Presto si sentì riempito da quel membro eretto che ben conosceva e che sapeva perfettamente dove andare a trovare quel punto che lo faceva impazzire di piacere.

Sherlock aveva dimenticato il resto, poteva solo sentire quell’intenso piacere e lasciarsi andare. Potevano essere passate ore prima che Loki si decidesse a muoversi con più forza e decisione fino a portare entrambi all’orgasmo più soddisfacente della loro vita.

Loki si sbrigò a liberare il suo compagno dalle sciarpe e si ritrovò immediatamente tra le braccia del suo Detective con le sue labbra che lo baciavano con passione.

“Approvo questo modo di usare le mie sciarpe” sussurrò il detective, gli occhi ancora chiusi per proteggersi dalla luce improvvisa “La prossima volta usa qualcos’altro però, quella che mi hai messo in bocca adesso è inutilizzabile!”

 

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Dov’era finito? Quell’uomo che lo aveva accompagnato fino a quel momento. Colui che era rimasto con lui tutto il viaggio. Quell’uomo che per lui era stato come un padre, come un fratello. Dov’era?

Si guardò intorno e vide una luce davanti a se. Era alle porte del Paradiso, era evidente che a Virgilio non fosse data la possibilità di entrarvi, qualcun altro avrebbe preso il suo posto dunque.

Una sagoma con un cappuccio rosso gli si parò dinnanzi, la bellezza della donna era incommensurabile, la sua donna, la sua Beatrice, colei che lui aveva creduto di amare in vita. Sapeva che per tornare alla vita dei suoi giorni doveva proseguire il suo viaggio. Si guardò indietro nuovamente per cercare il suo Virgilio e dirgli addio ma non lo trovò da nessuna parte.

Una lacrima gli scivolò lungo il viso e Dante iniziò a piangere. Beatrice lo guardava senza comprendere, il dolore per lei era una cosa ormai sconosciuta nel Paradiso in cui viveva. Perché il suo bel poeta stava piangendo?

Dante alzò lo sguardo colmo di lacrime e decise che no, lui non sarebbe andato avanti. Tornò indietro sui suoi passi, diede le spalle al Paradiso, a Beatrice e corse a cercare l’uomo che era decisamente più di un padre per lui. “Virgilio!”

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Benedict aveva detto di essere di Tom è vero, ma le sensazioni che provava insieme a David erano diverse, erano forse qualcosa di più? La confusione ed il tumulto che aveva nel cuore lo portarono a preferire la solitudine nelle settimane che seguirono quell’incontro sessuale così pieno di gelosia che aveva avuto con Tom.

Sherlock era di Loki ma Ben? Ben di chi era? Piano piano riuscì a tornare a chiacchierare con entrambi gli attori senza problemi ma iniziò a passare sempre più tempo con David. Era lui forse quello con cui avrebbe passato tutta la sua vita?

Di certo sembrava provare sentimenti molto forti per lui e piano piano iniziarono a seguire i passi di una relazione, primo bacio, prima volta e poi, un giorno, Ben comprò quell’anello di fidanzamento e gli chiese di sposarlo.

David era felicissimo ma dentro di se Ben aveva ancora quel dubbio. Quando annunciarono ai loro amici la felice notizia erano tutti entusiasti tranne uno. Tom lo guardava con uno sguardo che non aveva mai visto prima sul volto dell’amico. Era come se lo avesse pugnalato al cuore.

Ben si chiese non per l’ultima volta se non avesse sbagliato partner. Tom però non aveva detto nulla gli aveva solo girato le spalle e se n’era andato. Ben guardò l’amico e sentì una fitta al cuore, una fitta che nemmeno David riusciva a guarire.

E fu in quel momento che Ben comprese veramente il suo errore ma ormai era troppo tardi, come faceva a non ferire i sentimenti di David adesso? E come poteva essere sicuro che quello che Tom provava per lui non fosse altro che desiderio sessuale? Desiderio di possederlo? Non gli aveva mai detto “ti amo” dopotutto.

Con un finto sorriso dipinto in volto si girò e tornò a parlare con gli amici che si congratulavano e con il suo futuro marito.

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Non ci aveva pensato. Tom non aveva pensato che una cosa del genere potesse succedere. Ben si stava per sposare con David. Ma aveva detto di essere suo. L’aveva detto solo per… per cosa? Per pietà? Per quale motivo? Forse perché Tom l’aveva costretto in qualche modo indiretto?

Quando aveva visto l’anello, la felicità degli altri… Non aveva sopportato la vista, gli spezzava il cuore vederlo così felice con un altro, aveva girato le spalle e se n’era andato. Il vero amore è lasciare che la persona che si ama sia felice. Ben era felice con David e allora Tom si sarebbe fatto da parte.

Nei giorni successivi però, Tom vide come Ben iniziava a dare segni di stress, gli occhi erano spesso gonfi, arrossati, come se avesse pianto. David non capiva perché il suo fidanzato fosse così triste subito dopo il loro fidanzamento così decise di andare a parlare con l’unica persona che conosceva Ben meglio di lui. Tom.

“Ehm Tom? Posso chiederti una cosa?” l’attore si sorprese ma si girò verso David con uno sguardo il più amichevole possibile.

“Che cosa c’è? Guai in Paradiso?” chiese cercando di essere ironico. David guardò verso il basso e annuì invece.

“Mi sto chiedendo se ho fatto la cosa giusta. Dicendo si” Tom lo guardò con gli occhi spalancati. “Credo che Ben si sia accorto di aver fatto un errore”

“Perché lo pensi?” chiese Tom con un filo di voce.

“Da ieri sera non fa altro che piangere e stanotte non è venuto a letto. Credo che non sappia come dirmi che si è sbagliato. Forse mi sono sbagliato anche io”

“Come puoi dire una cosa del genere? Tu hai la persona più bella, più divertente, più simpatica e più intelligente dell’universo e credi di aver fatto un errore a dire si? Io starei lasciando andare l’amore della mia vita per lasciarlo ad uno che non sa quanto è fortunato ad avere…” Tom si bloccò a metà frase. David stava sorridendo. “Che ho detto?”

“Lo sapevo… Sapevo che eravate fatti l’uno per l’altro. Non vi rendete conto che dovete semplicemente dirvele queste cose? Gli hai mai detto che lo ami o gli hai solo detto che era tuo?”

“Io… glie l’ho detto…”

“E ti ha sentito?” chiese David alzando un sopracciglio.

Tom aggrottò la fronte. “Non lo so”

David si fece da parte e gli indicò il punto in cui Ben stava parlando con il regista del film che stavano girando insieme. Tom guardò David come per essere sicuro di ciò che gli stava dicendo e poi sorrise. “Grazie David” poi si girò verso Ben ed iniziò a correre. “Ben! Ben! Ti amo! Te lo devo dire… Ti amo!” Tante facce si girarono a guardarlo a bocca aperta anche quella di Ben che lo guardava scioccato.

Tom raggiunse il suo amico lo prese per la giacca e lo baciò li in mezzo, davanti a tutti, sperando di non star facendo l’errore più grande della sua vita. “Benedict Timothy Carlton Cumberbatch io ti amo. Ti amo più della mia vita… Ti prego non sposare un altro…”

Ben lo guardava ad occhi spalancati, non sapeva che dire. Guardò dietro a Tom per vedere che diceva David ma lui li stava guardando con un sorriso e gli indicava di abbracciare Tom. Con un singhiozzo Ben si strinse con forza contro il suo compagno, il suo amico, l’amore della sua vita. Tom Hiddleston.

“Anche io ti amo. Sono stato un idiota” Tom non disse altro, rimase solo li, ad abbracciarlo ancora.

 

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John si risvegliò in una specie di infermeria. Guardandosi intorno, riconobbe un ambiente che non vedeva da tanti, troppi anni, da quando aveva deciso di lasciare la sua vecchia vita dietro di se per vivere con i babbani.

L’ultima volta che si era trovato in quella specifica infermeria, John era stato ferito alla spalla, non durante la guerra in Afghanistan come tutti credevano, ma durante l’ultima grande battaglia di Hogwarts. Era proprio li che si trovava ora. Nella sua vecchia scuola. Ma perché? L’ultima cosa che ricordava era di aver bevuto un tea al bar con Sherlock e poi…

Madama Chips apparve improvvisamente nel suo campo visivo. “Ben svegliato Signor Watson. Credevo che non l’avrei mai più rivista in questa infermeria? Come va la spalla?”

John sorrise cercando di alzarsi ma trovò che il suo corpo era come di pietra tanto era difficile muoversi. “La spalla sta bene. Brutta cicatrice ma non mi crea più problemi… Che ci faccio qui?”

“È stato avvelenato con una pozione. Fortunatamente il signor Holmes se n’è accorto e l’ha portata da suo fratello”

John era confuso. Pozioni e Sherlock nella stessa frase? “Mycroft?”

L’infermiera corrugò la fronte. “Non quel fratello Signor Holmes. Sherrinford Holmes. Il professore di pozioni”

John chiuse gli occhi e si lasciò sprofondare nei cuscini. “Perfetto. Ce n’è un altro!” gemette frustrato. Perché Sherlock lo aveva tenuto all’oscuro? Perché non gli aveva detto che suo fratello era un mago? Che domande. Anche John non aveva detto di essere un mago.

“Posso parlare con questo altro Holmes? E con il mio…”

“Il Signor Sherlock è in colloquio con il Ministro Holmes”

“Ministro?”

“Mycroft Holmes, Ministro di collegamento tra i babbani e il Ministro della Magia”

John chiuse gli occhi e ridacchiò. Certo. Se lo sarebbe dovuto aspettare… Probabilmente Mycroft sapeva che lui era un mago fin dall’inizio… Un uomo alto poco più di Sherlock, capelli biondo cenere tagliati corti ed una divisa da mago nera con il cappuccio abbassato che evidentemente nascondeva un paio di jeans e un paio di scarpe da ginnastica. Dall’aria di arroganza e dal portamento era evidente chi fosse.

“Lei deve essere il misterioso terzo fratello… Altri parenti di cui non sono a conoscenza non ce ne sono vero?”

“No. Solo noi tre fortunatamente” disse l’altro con un sorriso sghembo. “Come si sente Signor Watson?”

“Da schifo. Mi sembra di essere fatto di pietra”

“Possibile che sia causato dall’antidoto che le ho somministrato”

“Ci possiamo dare del tu per favore?” il professore annuì senza perdere quel sorrisino sghembo che iniziava a dare sui nervi a John “Bene. Allora. Sherrinford. I vostri genitori non vi potevano dare nomi normali vero? Grazie per avermi salvato la vita. Come sono arrivato qui?”

“Sherlock ti ha portato fino a fuori la scuola e poi in braccio fino a qui. Sapeva che ero l’unico in grado di salvarti”

“Come?” chiese di nuovo John sospettando la risposta.

“Magia” avrebbe dovuto chiedere molte spiegazioni a Sherlock quando lo avesse rivisto. Sembrava che non fosse l’unico a mantenere un segreto. C’era da scoprire anche chi lo aveva avvelenato. Ma ci avrebbe pensato più tardi. Con la testa piena di questi pensieri, John si riaddormentò, stanco da tutte le novità.

Non si accorse dei tre Holmes che si erano radunati attorno al suo letto. Nessuno di loro aveva mai capito che John fosse un mago. Dovevano rivalutare quell’uomo che era entrato nelle loro vite per caso. Dovevano decisamente farlo.

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Era una sua abitudine ormai. Tornare a casa e togliersi l’armatura. Girare nudo era una liberazione dagli obblighi del suo lavoro, era come togliersi gli scudi che lo rendevano Mr Holmes e diventare semplicemente Mycroft.

Nessuno lo vedeva mai senza vestiti. In casa sua non poteva entrare nessuno per nessun motivo. Neanche i suoi amanti lo avevano mai visto completamente nudo. Non si era mai permesso una cosa del genere, restare senza protezioni davanti a qualcuno!

Non si aspettava di certo di trovarsi di fronte il Detective Ispettore Gregory Lestrade mentre stava per togliersi le mutande! Come aveva fatto l’uomo a superare la sua sorveglianza? Nemmeno Sherlock ci era mai riuscito!

Mycroft si sentiva incredibilmente scoperto. Cercò di rimettersi i vestiti il prima possibile, di ricostruire in fretta le sue difese contro l’unico uomo che avesse mai rischiato di scalfirle e che ora era penetrato in esse con prepotenza. “Gregory” fu l’unica cosa che riuscì a dire prima di ritrovarsi contro il muro del suo ingresso con un Detective Ispettore molto eccitato che premeva contro di lui.

Il politico era terrorizzato. Aveva sognato questo scenario per così tanto tempo e ora che lo stava vivendo non era lui quello che controllava la situazione. Per una volta era scoperto, nudo, di fronte ad un partner completamente vestito e per cui provava dei sentimenti nonostante tutti i suoi sforzi per evitarlo.

“Non so come tu abbia fatto ad entrare qui dentro Gregory… Ma hai fatto un grande errore” sussurrò Mycroft con la voce più minacciosa che riusciva a fare nella situazione di vulnerabilità in cui si trovava. L’Ispettore lo guardò un attimo preoccupato poi si scostò da lui e si levò il cappotto lungo che lo copriva. Sotto aveva solo un paio di boxer. Erano nella stessa condizione ora.

Mycroft si leccò le labbra alla vista ed immediatamente seppe di aver perso. “Si, un grande errore” Prese il poliziotto dal collo e lo portò verso di se per baciarlo appassionatamente, i loro corpi nudi che si sfioravano, le erezioni che entravano a contatto attraverso la stoffa sottile dei loro boxer.

“E quale sarebbe questo errore?” chiese ansimante Greg parlando per la prima volta da che era arrivato.

Mycroft sorrise e si avvicinò di più a lui abbassando leggermente il volto per parlare all’orecchio del poliziotto. “Perché ora che mi hai visto così non ti potrò mai più lasciare andare”

Greg rabbrividì alla minaccia ma sorrise. “Non posso dire che mi dispiaccia” disse prendendo in braccio uno scandalizzato Mycroft e portandolo fino alla camera da letto che aveva scoperto prima. Caddero insieme sul letto in un intreccio di braccia e gambe e labbra che si incontravano e cercavano di toccare più pelle possibile.

Presto anche i boxer erano spariti e le loro erezioni si sfiorarono facendoli gemere. Non avevano la pazienza in quel momento per mettersi a fare altro se non spingere le loro erezioni l’una contro l’altra per avere più frizione possibile. Ci sarebbe stato tempo per altro in seguito. Mycroft decise di prendere il controllo e rigirò le posizioni mettendosi sopra il Detective Ispettore e prendendo le loro erezioni in mano l’una contro l’altra e iniziando a masturbarle insieme.

Greg arcuò la schiena. Vedere Mycroft sopra di lui, così bello, nudo e finalmente suo era stato un sogno per troppo tempo. Il poliziotto venne con un gemito che somigliava vagamente al nome del politico. Mycroft era così estasiato dalla visione di quell’uomo che lo aveva preso così alla sprovvista, l’unico uomo a cui si era mostrato senza maschere, quell’uomo che ora stava venendo sotto di lui, per lui.

Il politico non si accorse di essere a sua volta vicino all’orgasmo e venne con forza ed un gemito di sorpresa, il suo sperma che si mischiava a quello del poliziotto nel suo pugno e tra i loro addomi.

Mycroft prese il primo paio di boxer che trovò e lo usò per ripulire entrambi sommariamente per poi accoccolarsi accanto al suo nuovo amante. Le spiegazioni sarebbero venute dopo ma di una cosa Mycroft era sicuro. Non avrebbe lasciato più andare Greg, anche se questo significava che ci sarebbe stato qualcun altro a vederlo nudo e senza i suoi scudi quando tornava a casa. Stranamente l’idea non gli dispiaceva affatto.

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Erano ormai tre mesi che stavano insieme. In totale erano riusciti ad organizzarsi per cenare fuori casa solo tre volte. La prima volta erano andati ad un ristorante italiano, la seconda in uno cinese, la terza in uno messicano. Greg non era stato di certo sorpreso quando aveva sentito Mycroft parlare in tutte le lingue corrispondenti ai camerieri con un accento perfetto, era Mycroft Holmes dopotutto…

Eppure quando Mycroft lo portò ad un ristorante francese la sua reazione fu altamente imprevista. Greg aveva origini francesi. Suo padre e sua madre usavano parlare in francese dentro casa tutto il tempo prima del divorzio e lui era così abituato a sentire la lingua che nemmeno si accorse che il cameriere aveva usato il francese per chiedere la loro ordinazione.

Come al solito fu Mycroft a rispondere per entrambi nella lingua corretta. L’accento era perfetto, tutto era perfetto nella sua pronuncia… E Greg si ritrovò con una improvvisa ed inaspettata erezione. Il tono di voce di Mycroft così basso e roco mentre parlava nella sua lingua madre era così simile a quella che usava durante il sesso che Greg non potè fare a meno di reagirvi.

Cercò di nascondere la propria erezione per la maggior parte della cena. Ma ogni volta che il suo fidanzato parlava in francese, Greg sentiva di indurirsi sempre di più. Erano ormai al dessert quando non riuscì più a contenersi. Nessuno sapeva che il poliziotto sapeva parlare francese quindi Mycroft fu molto sorpreso quando il detective gli sussurrò all’orecchio. “Je veux te baiser”

Gli occhi del politico si spalancarono come piatti. Greg non sapeva più se stava parlando in francese o in inglese ma non gli importava. “Quella tua voce quando parli nella mia lingua Mycroft… è sesso puro! Paga il conto e andiamo a casa. Ho intenzione di farti mio in tutti i modi possibili questa notte” Si morse il labbro inferiore con fare provocante. Poi aggiunse “È dall’inizio della cena che sono eccitato per te amore”

Mycroft si alzò all’improvviso dalla sedia e bloccò un cameriere. “Il conto per favore!”

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Alan Turing era omosessuale. Sherlock Holmes amava sperimentare cose nuove. Da quando i due si erano conosciuti erano diventati praticamente inseparabili. John era stupito da quanto quei due fossero simili ma diversi allo stesso tempo e di come andassero d’accordo (iniziava a sospettare che ci fosse più di un’amicizia tra loro). Nessuno andava così d’accordo con Sherlock. Solo lui. John era geloso.

Avere due geni in casa a combinare casini era insopportabile la maggior parte del tempo ma c’erano momenti in cui i due erano così in sintonia che John non poteva fare a meno di guardarli affascinato. Una sorta di attrazione perversa lo aveva portato a seguire i due in giro per il loro appartamento di Baker Street (ormai Alan si era trasferito nel 221C con la sua macchina geniale e passava la maggior parte del tempo con loro). 

E poi li vide. Sherlock era nudo e premeva un altrettanto nudo Alan contro il muro. I loro corpi sembravano uniti in qualche modo. Gli occhi di John si spalancarono per la sorpresa ma lui era incollato al punto in cui era, nascosto dalla porta. Poteva vedere riflesse le figure dei due uomini e Sherlock spingeva dentro il corpo di Alan con forza facendo gemere lo scienziato ad ogni spinta.

John era imbarazzato e allo stesso tempo stregato da tale visione. Com’era possibile che Sherlock entrasse così li dentro? Da medico sapeva che lo sfintere anale era altamente innervato e che molto spesso la sodomia portava gravi danni alla persona che riceveva. Eppure non sembrava ci fossero danni. Anzi, sia Alan che Sherlock sembravano provare un piacere enorme da quell’atto.

Il medico militare si ritrovò con un fastidioso problema all’interno dei suoi pantaloni ed iniziò a strusciare la propria mano contro se stesso senza pensarci. La vista dei due uomini in una situazione così intima lo stava eccitando contro ogni logica e John non poteva fare nulla se non lasciarsi andare. Sherlock venne dentro il corpo dell’altro uomo ed uscì dal suo corpo per mettersi in ginocchio davanti a lui.

John vide con sorpresa come Sherlock prendeva il membro ancora eretto di Alan dentro la sua bocca e succhiava con forza. Iniziò ad immaginarsi come sarebbe stato avere quelle labbra a forma di cuore attorno al proprio membro ed un gemito strozzato gli sfuggi dalle labbra. Gli occhi di Alan lo trovarono in quel momento e John venne nei suoi pantaloni come un ragazzino.

Quando tornò a guardare la scena, Sherlock si stava pulendo dello sperma dall’angolo della bocca e tutti e due i geni lo guardavano con uno sguardo che prometteva molte nuove esperienze nei giorni a venire. John non era poi tanto triste di avere i due geni per casa adesso.

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Era sempre stato così. Sherlock e Mycroft si nascondevano da sempre dietro a delle maschere di normalità che non li rappresentavano. La maschera di Sherlock era la sua scontrosità e il suo odio nei confronti della specie umana.

Era così difficile essere dei geni in mezzo alla gente comune che se anche Sherlock avesse avuto la voglia di esporsi non l’avrebbe mai fatto nel caso venisse respinto. Lui odiava essere respinto. Ogni volta che si avvicinava troppo a qualcuno a livello emotivo, le sue difese si alzavano e Sherlock iniziava a respingere le altre persone. Per non venir ferito feriva gli altri.

Mycroft, invece, usava la cordialità come arma. Nessuno lo odiava ma nessuno gli si avvicinava. Il potere che trasudava solo con la sua persona bastava a tener lontani tutti. Nessuno provava ad avvicinarlo e gli unici momenti in cui Mycroft si permetteva di essere fisicamente vicino ad altri esseri umani era durante il lavoro o con suo fratello, e anche allora non era di certo un rapporto amichevole.

Non ci avevano mai pensato. Non credevano che la soluzione potesse essere così vicina a loro. Così semplice. All’inizio fu difficile. Entrambi erano così abituati a portare le loro maschere che non riuscivano ad essere se stessi neanche con chi era in grado di comprendere ogni loro stranezza. L’altro.

Piano piano riuscirono a smettere di tenersi a distanza. Erano fratelli, erano normali i litigi. Ciò che non era normale era la relazione che si stava instaurando tra loro. L’unico momento in cui i due fratelli riuscivano a disfarsi delle loro maschere, era quando si trovavano a letto insieme, nudi, l’uno che spingeva nel corpo dell’altro, mani che vagavano carezzando corpi che si erano da sempre conosciuti per conoscersi più intimamente di quanto la società ritenesse corretto.

Ma a loro non importava della società, non gli era mai importato. In quei momenti in cui erano uniti in corpo ed anima, i due fratelli lasciavano cadere le maschere e si facevano vedere per ciò che erano realmente. In quei momenti, sapevano che non sarebbero stati giudicati perché si amavano.

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Ian lo guardava con desiderio, le mani si muovevano in modo molto esplicito sull’ombrello che teneva tra le mani. Il suo corpo nudo mostrava una evidente erezione pari a quella di suo marito che giaceva nudo sul letto ancora vestito da Mycroft, indeciso se guardare nello specchio il suo alter ego immaginario o suo marito una presenza molto viva ed eccitata e vera nella sua stanza.

Alla fine Mark sembrò decidere di guardare Ian. Il movimento delle sue mani sull’ombrello era ipnotico e Mark non voleva altro se non sentire quelle mani su se stesso. “Ian” gemette lo sceneggiatore guardando suo marito con desiderio.

Il biondo sorrise e si avvicinò ancora di più al letto. “Mr Holmes… Che ne dice di giocare un po’?” Mark lo guardò con gli occhi spalancati. Ian stava veramente proponendogli quello che lui pensava? Era sul serio disposto ad aiutarlo con la sua fantasia?

Ian sorrise e si leccò le labbra. “A quattro zampe, pantaloni abbassati!” ordinò suo marito. Mark fece per girarsi ma Ian lo bloccò “Occhi allo specchio” Mark emise un gemito roco prima di fare come gli era stato richiesto.

“Ora… Le regole sono queste: se faccio qualcosa che non ti piace, se ti faccio male o se vuoi smettere per qualsiasi motivo. Tu dirai Rosso. Hai capito?” Mark si sbrigò ad annuire. “Cosa devi dire?”

“Rosso” riuscì a dire lo sceneggiatore. I suoi occhi erano incollati allo specchio. Ian era dietro di lui con l’ombrello in mano.

“Bene Mark… Ora non sono io ad essere dietro di te, concentrati sull’ombrello. Voglio sentirti gemere il suo nome” disse Ian prima di colpire il sedere del suo compagno con l’ombrello lasciando una linea rossa sulla sua pelle candida.

Non ci vollero molti colpi prima che Mark si ritrovasse ad immaginare il maggiore dei fratelli Holmes dietro di lui che lo colpiva con il suo ombrello. “Mycroft” gemeva lo sceneggiatore sotto ogni assalto. La stoffa dell’ombrello attutiva ogni colpo procurandogli un dolce mix tra piacere e dolore.

Quando ormai Mark era completamente perso in un estasi provocata dalle endorfine, Ian si fermò. Per un attimo, Mark rimase spiazzato. Cos’era successo? Dov’era Ian? Mycroft? Poi delle dita umide si fecero largo dentro il suo corpo facendolo gemere e chiedere di più. Le dita lo lasciarono troppo presto per i suoi gusti ma vennero presto sostituite da qualcosa di meglio.

Ian prese suo marito per i capelli mentre lo prendeva da dietro con forza. “Guarda lo specchio!” gli ordinò all’orecchio. “Ora sono io, Ian, che prendo il mio piacere dal corpo di Mycroft Holmes, il Governo Inglese in persona e tu… Tu puoi guardare Mark. Solo guardare e puoi venire. Toccati! Immagina che tu ti stia masturbando mentre guardi me che faccio sesso con Mycroft. Puoi pensare che con l’altra mano stai masturbando anche lui se vuoi”

L’idea, l’immagine che vedeva nella sua mente e quella che stava replicando e che vedeva riflessa nello specchio erano un mix incredibile e Mark non poteva più resistere. Con un gemito roco, Mark, venne con forza nel suo pugno proprio nel momento in cui Ian spingeva dentro di lui per l’ultima volta prima di venire con forza.

I due crollarono nel letto insieme, Mark si tolse i vestiti da Mycroft e si accoccolò tra le braccia di suo marito. Alzò gli occhi un’ultima volta verso lo specchio e sorrise. Era Ian e Mark che vedeva stavolta. Era quella l’immagine giusta. Per quanto gli fosse piaciuta l’esperienza, si sarebbe tenuto ciò che aveva. E andava più che bene.

 

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“Davvero sir?” chiese Anthea mettendosi a braccia incrociate davanti al suo capo. Mycroft la guardò con un sopracciglio alzato.

“Cosa?” disse con tono seccato.

“Ha lasciato che suo fratello venisse picchiato davanti ai suoi occhi, SIR?” chiese la ragazza con tono vagamente minaccioso guardandolo fisso negli occhi come solo lei sapeva fare.

E improvvisamente non erano più capo e assistente, erano solo Mycroft e Anthea.

“Si. Forse avrei potuto reagire un po’ prima…” ammise Mycroft con una smorfia.

“E perché non l’hai fatto Mycroft? Ti piaceva vedere il tuo fratellino mentre veniva torturato forse?” chiese seria la ragazza. Mycroft la guardò con orrore.

“Certo che no!” sembrava genuinamente scioccato che lei potesse pensare una cosa del genere.

“Oh Mycroft… Hai avuto paura vero?” chiese lei guardandolo con dolcezza. “Forse era meglio mandare me”

“Ciò che è fatto è fatto” disse il politico senza confermare ne negare ciò che lei aveva detto.

Anthea si guardò intorno per controllare di essere veramente sola con Mycroft. Poi guardò il rosso e gli prese il volto tra le mani. “Mi dispiace. Non pensavo sarebbe stato così difficile per te”

Mycroft si lasciò cadere tra le sue braccia come un burattino a cui sono stati staccati i fili e Anthea lo prese stringendoselo contro. Il politico strinse le braccia attorno alla vita di lei e si fece piccolo piccolo tra le sue braccia.

La ragazza era sempre ciò che gli serviva. Alzò lo sguardo verso di lei e la guardò con lo sguardo che era solo per lei. La ragazza gli sorrise e lo baciò sulle labbra con tenerezza. “Andiamo a casa. Possiamo vedere la reazione di Mr Watson anche con il computer portatile”

Mycroft sorrise e tornò ad essere il solito se stesso. A casa avrebbero parlato e tutto sarebbe andato a posto, come sempre.

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Ian sapeva della cotta di Mark per Rupert da moltissimo tempo ormai e la cosa non l’aveva mai preoccupato più di tanto. Poi aveva deciso di vedere “Different for girls” ed iniziò a ripensare alla cotta di Mark per Rupert e a svilupparne una per conto suo.

Le poche volte che avevano lavorato fianco a fianco, Rupert era sempre gentile, divertente, troppo bello per essere una persona reale. Ovviamente non era innamorato di Rupert, lui amava Mark prima di ogni altra cosa ma quando l’uomo divorziò da sua moglie, Ian colse la palla al balzo e lo invitò a stare da loro per tutto il tempo necessario a trovarsi una casa.

Era così che si erano ritrovati in quella situazione. Mark baciava Rupert con passione mentre Ian gli carezzava la schiena. L’attore più anziano si era ritrovato sedotto dalla coppia di cui già leggeva storie da anni (ovviamente non glie lo avrebbe mai detto) ed ora si trovava bloccato in mezzo a loro.

Erano tutti e tre nudi e Mark aveva deciso di abbandonare le sue labbra per baciare il marito. Non che a Rupert dispiacesse, i due uomini erano bellissimi insieme. Senza pensarci, Rupert iniziò ad esplorare il corpo nudo di Mark, ad osservare la costellazione di lentiggini che si espandeva sul suo collo e giù lungo la schiena. Chissà se continuavano…

Rupert si liberò lasciando la coppia ad abbracciarsi e si mise dietro Mark per scoprire fino a dove arrivavano quelle lentiggini. Osservò la pelle nivea dei suoi glutei e non potè fare a meno di toccarli, stringerli tra le mani ed aprirli per esporre l’apertura che nascondevano. La carezzò con le dita e sentì lo sceneggiatore fremere davanti a lui.

L’attore alzò lo sguardo ed incrociò gli occhi di Ian. Mark stava baciando il collo ed il petto di suo marito e Ian aveva una visuale perfetta su Rupert. Con gli occhi pieni di desiderio, Ian guardò l’attore abbassare gli occhi sul fondoschiena di Mark e poi guardarlo di nuovo, come a chiedere il permesso. Un sorriso si disegnò sul volto del biondo che annuì.

Rupert si chinò su di Mark e diede una leccata a quella dolce apertura facendo gemere Mark di piacere. Incoraggiato dalla risposta, Rupert iniziò a leccare e succhiare quel posto così intimo assaggiando lo sceneggiatore come solo Ian aveva fatto prima di lui.

Un gemito di Ian gli fece alzare la testa. Mark si era messo a tormentare i suoi capezzoli con la lingua e le dita fino a quando Ian non lo fece fermare spingendo la sua testa verso il basso. Mark era più che felice di cambiare obbiettivo e lo prese in bocca succhiando con decisione, leccandogli il membro e ricoprendolo di saliva.

Ian passò a Rupert una fialetta di lubrificante. “Preparalo per me Rupert e potrai venire nella sua bocca” sussurrò incoraggiante. L’attore non se lo fece ripetere due volte e si sbrigò a preparare con le dita lo sceneggiatore. Quando lo ritenne pronto guardò verso Ian desideroso di sentire la calda caverna della bocca di Mark attorno a se.

Mark cercò di protestare per la repentina assenza delle dita di Rupert dentro di se ma presto si ritrovò zittito quando Ian si mise dietro di lui e lo prese con una spinta improvvisa facendolo finire con le labbra a pochi millimetri dall’erezione di Rupert che si era messo davanti a lui. Mark prese il membro dell’attore in bocca succhiandolo felicemente mentre Ian lo prendeva con un ritmo sempre maggiore.

Per un attimo i due uomini fermarono l’attacco a Mark per baciarsi tra loro e lo sceneggiatore mordicchiò la punta del pene di Rupert e strinse i glutei attorno a Ian per ripicca. I due si separarono leggermente scocciati e decisero di prendersi la loro rivincita.

Rupert prese Mark per i capelli ed iniziò a spingere dentro la sua gola con decisione, lasciandogli a malapena il tempo di respirare mentre Ian lo prese per i fianchi ed iniziò a spingere con forza contro la sua prostata ogni volta con più accuratezza.

Mark non potè fare altro se non subire l’assalto di quei due. L’orgasmo li prese quasi tutti alla sprovvista impegnati com’erano ad osservare cosa facevano gli altri. Ian venne per primo, seguito a ruota da Rupert.

A Mark, dopo l’assalto a cui era stato sottoposto, bastò il pensiero di essere riempito dal seme di quei due uomini per venire con forza senza neanche essere toccato.

Rupert e Ian si occuparono di ripulire Mark con cura e lo fecero stendere tra loro abbracciandolo da entrambi i lati. Mark alzò il viso per baciare prima Ian e poi Rupert e poi si addormentò in mezzo a loro, esausto.

“Grazie” sussurrò Rupert nel buio. Ian gli sorrise nel buio e gli prese la mano che giaceva sullo stomaco di Mark, poi alzò la testa in modo da poter baciare Rupert sopra il corpo dormiente di suo marito.

“Grazie a te” sussurrò di rimando. Prima di addormentarsi aggiunse. “La prossima volta tocca a te stare in mezzo”

 

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Appena l’uomo corse via dalla stanza, Mycroft si alzò dalla sedia e corse verso suo fratello. “Stai bene Sherlock?” chiese preoccupato carezzando il viso del suo fratellino e baciandolo dolcemente sulle labbra. Sapevano di sangue ma a Mycroft non importava. Sherlock si lasciò baciare fino a che Mycroft non ricordò dov’erano e cosa doveva fare.

Si sbrigò a liberare Sherlock dalle catene e lo aiutò ad alzarsi da terra e sedersi sulla sedia. Il detective era debole, le frustate e le torture a cui era stato sottoposto nel suo viaggio lo avevano indebolito troppo. Mycroft prese la radio che aveva addosso e spinse il tasto di chiamata quattro volte per dare il via libera al fuoco. Sopra di loro iniziarono a sentirsi degli spari e delle grida.

Mycroft stringeva una pistola nel pugno per difendere lui e suo fratello nel caso qualcuno scendesse. E nel frattempo iniziò ad occuparsi delle ferite sulla schiena di Sherlock. Con delle salviette disinfettanti che si era portato dietro le pulì dal sangue e dallo sporco come meglio poteva. Gli levò la camicia ormai da buttare e gli bendò il torso con una fascia elastica mettendo delle garze sulle ferite che sanguinavano di più.

Sherlock sembrava muoversi sulla sedia come se si sentisse a disagio ad ogni tocco del fratello. All’inizio, Mycroft pensò fosse per il dolore ma capì che non era il caso. “Che succede fratellino?” chiese Mycroft con un filo di voce. Sherlock sembrava imbarazzato per qualche motivo.

Il modo in cui Mycroft lo stava curando con una dolcezza che nessuno si sarebbe mai aspettato dal maggiore degli Holmes aveva provocato qualcosa in Sherlock nonostante la stanchezza ed il dolore delle proprie ferite. Per rispondergli, decise di prenderlo per mano e fargli sentire il suo problema.

“Sul serio? Adesso?” chiese Mycroft con un tono leggermente divertito. “Ok… Speriamo che non venga nessuno qui giù”

Il politico si mise in ginocchio di fronte a suo fratello e lo liberò parzialmente dai pantaloni. Poi prese il membro eretto di suo fratello in bocca ed iniziò a leccarlo con determinazione. Gli era mancato stare così vicino a lui. Mycroft dovette lottare contro il proprio corpo per non rischiare di avere anche lui un’erezione.

Sherlock venne velocemente sotto le attenzioni del suo fratellone, era veramente troppo tempo dall’ultima volta che avevano fatto qualcosa del genere. Mycroft lo aveva appena aiutato a rimettersi in ordine quando sentirono dei passi sulle scale.

Il politico si sbrigò a riprendere la pistola che prima aveva lasciato cadere per occuparsi del problema di suo fratello. Si rilassò quando sentì la chiara voce di Anthea. “Siete decenti, Sir?” chiese la ragazza come se avesse saputo esattamente cosa stavano facendo i due fratelli fino a poco prima.

Mycroft si girò verso Sherlock con un sorriso ma lo trovò addormentato con la testa poggiata al muro. Lo prese tra le braccia con dolcezza e lo strinse al petto. Cautamente iniziò a salire le scale per portare suo fratello in salvo. A casa.

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Era un po’ che lavoravano insieme ormai. Jane si era isolato ormai dalla gente. Non voleva mettere in pericolo altre persone a lui care. Eppure con Lisbon era diverso. La ragazza era così presa nel suo lavoro che non sorrideva mai. Sempre seria a meno che non le raccontassero qualcosa di particolarmente esilarante.

Di certo non rideva con lui. Jane non aveva idea del perché questo fatto lo infastidisse, doveva allontanarsi dalle relazioni umane, non cercarle. Non poteva dedicarsi a scovare John il Rosso se aveva delle persone a lui care.

Se ne accorse un giorno come tanti. Un caso era appena stato risolto e la squadra stava festeggiando. Come al solito Jane si era ritirato da solo sul divano e guardava gli altri ridere e congratularsi gli uni con gli altri per il lavoro ben fatto. Fu allora che Jane si accorse di essersi già affezionato a quelle persone.

Lisbon, Van Pelt, Cho, Rigsby… Erano tutti in pericolo per colpa sua. Ma a loro non cambiava nulla. Già rischiavano la vita tutti i giorni, cos’era un pericolo in più?

Fu quello a convincerlo ad alzarsi ed avvicinarsi al gruppo. “Posso unirmi a voi?” chiese leggermente incerto.

Lisbon si girò verso di lui e gli sorrise per la prima volta da che si conoscevano. La poliziotta gli passò un bicchiere ed una fetta di pizza. “Benvenuto tra noi Patrick!”

Forse era ancora presto ma piano piano, Lisbon avrebbe potuto guarire il suo cuore dilaniato dalla perdita dei suoi familiari. Bastavano altri di quei sorrisi.

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Ma perché dovevano sempre finire a litigare lui e suo fratello? Sherlock non voleva altro se non andare d’accordo con Mycroft ma l’impresa pareva impossibile. E poi un giorno, durante una litigata, il detective si stufò delle emozioni represse che aveva per il suo fratellone e decise di fare qualcosa a riguardo.

Erano in cucina nel 221B, John era nella sua stanza al piano di sopra e i due fratelli stavano litigando su uno degli ultimi casi di Sherlock e sul coinvolgimento di Mycroft nella sua risoluzione. E fu allora che Sherlock scattò. Prese il braccio di suo fratello e lo spinse a faccia avanti contro il tavolo della cucina tenendolo fermo con il suo corpo.

“Sherlock?!” esclamò sorpreso il maggiore “Cosa diamine stai facendo?”

Per tutta risposta, Sherlock spinse i suoi fianchi in avanti per far sentire a Mycroft il suo problema, quello che aveva sempre, ogni volta che Mycroft apriva bocca da quando erano piccoli. Il maggiore si irrigidì alla sensazione di qualcosa di duro contro il suo sedere.

“Sherlock” gemette il politico spingendosi contro il suo fratellino “Dimmi che questo non è un sogno ti prego” sussurrò.

“No. Non lo è fratello. Credo sia arrivato il momento di risolvere questa tensione tra noi… Non trovi?” rispose il minore sibilandogli nell’orecchio e lasciandogli andare il braccio e spingendo il torso di suo fratello contro il tavolo.

Mycroft lo lasciò fare. Portò le braccia sopra la sua testa, per aggrapparsi al tavolo come meglio poteva. Sherlock gli slacciò i pantaloni e li tirò giù insieme ai suoi boxer lasciandogli finalmente la possibilità di vedere e toccare quel sedere su cui aveva fantasticato per tanto tempo.

“Oh Mycroft… Mi sbagliavo sul tuo peso… Non sei affatto grasso” sussurrò Sherlock carezzando quei perfetti globi bianchi e separandoli per dare un’occhiata al tesoro nascostovi in mezzo. Si leccò le labbra desideroso di assaggiare suo fratello ma l’erezione dentro i suoi pantaloni gli impediva di pensare ad altro se non possedere quel corpo in modi molto poco fraterni.

Sherlock prese una bottiglia d’olio dal tavolo e se ne versò un po’ sulle dita per rendere più facile la penetrazione. Trovò suo fratello stranamente aperto alle sue dita e potè infilarne due con facilità. “Hai fatto l’amore con qualcuno prima di venire qui fratellone?” chiese il detective leggermente geloso anche se aveva dedotto cosa aveva in realtà fatto suo fratello. Voleva sentirglielo dire.

“No. Sai benissimo che non è così” disse con voce strozzata il politico.

“Dillo” ordinò Sherlock girando le dita dentro di lui e torturando la piccola ghiandola all’interno di quel corpo caldo.

“Mi sono masturbato pensando a te fratellino” disse Mycroft cercando di rendere la sua voce più provocante possibile sotto le circostanze in cui si trovava. Sembrò funzionare perché Sherlock rimosse le dita, si abbassò i pantaloni, si cosparse il membro d’olio e lo prese con forza senza alta preparazione.

Entrambi i fratelli gemettero e Sherlock ricordò la presenza di John nella stanza superiore. “Ti ricordo che in casa non ci siamo solo noi fratellone. Ce la fai a stare in silenzio?”

Mycroft annuì e Sherlock iniziò a muoversi, per riuscire a mantenere il silenzio, iniziò a tormentare con denti e labbra la pelle del lungo collo che si trovava davanti. Mycroft invece prese a mordersi il labbro per non gemere ad ogni spinta che andava a sfiorare la sua prostata.

Quando Sherlock mosse la sua mano ancora unta d’olio e prese a masturbare suo fratello, Mycroft venne sul pavimento lasciandosi sfuggire un gemito di piacere. Sherlock lo segui dopo un altro paio di spinte mordendo la spalla di suo fratello per trattenere la propria voce.

I due fratelli si separarono e si rimisero in ordine come se nulla fosse accaduto. Mycroft si schiarì la voce. “Bene. Buona giornata fratellino” disse dirigendosi alla porta. Poco prima di arrivarci però, Sherlock lo bloccò e lo spinse contro di essa premendo le proprie labbra contro le sue. I due fratelli si baciarono con passione fino a che non dovettero separarsi per respirare.

“Alla prossima” sussurrò il più giovane lasciandolo uscire ancora leggermente confuso dagli avvenimenti. Sherlock sorrise soddisfatto di se, chiuse la porta e si diresse verso la cucina per pulire il pavimento. E si ritrovò faccia a faccia con John.

Gli occhi del detective si spalancarono come piatti e si rese improvvisamente conto che ciò che aveva appena fatto non era esattamente legale. “John!” esclamò sorpreso e terrorizzato dal poter essere esposto o peggio odiato dal suo miglior amico.

John stava sorridendo però. Il dottore si fermò davanti a lui e lo guardò negli occhi. E poi John lo stava baciando e Sherlock non sapeva più che pensare. Ricambiò il bacio come in trance e quando John si separò, per un attimo non comprese che gli stava dicendo. “La prossima volta partecipo anche io”

Sherlock deglutì, la gola secca al solo pensiero. “Non ti scordare di pulire in cucina” urlò John prima di salire le scale e tornare in camera sua. Il detective sorrise. Non vedeva l’ora di rivedere suo fratello.

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Era ridicolo. Perché era toccato a lui e Sam fare la coppia in quella missione sotto copertura? Era così difficile reprimere i sentimenti che provava per il suo partner in una situazione del genere. Ogni volta che dovevano scambiarsi un bacio a stampo o andare in giro mano nella mano, G si sentiva stringere il cuore.

Nessuno di quei gesti significava nulla per Sam. Quanto desiderava che significassero qualcosa invece. La settimana passava lentamente ed ogni giorno Callen odiava Hetty sempre di più per averli mandati a occuparsi di quella situazione. Durante le notti, G non riusciva a dormire pensando al corpo dell’uomo accanto a lui, così vicino eppure così lontano.

Il fatto che nella loro stanza d’albergo ci fossero delle telecamere per tenerli d’occhio nel caso qualcuno cercasse di ucciderli di notte non aiutava a rilassarsi. La missione non poteva finire più lentamente, le giornate sembravano non finire e Callen faceva sempre più fatica a tenere a bada i propri sentimenti.

Finita la missione, Sam lo accompagnò a casa come sempre per la solita birra di fine caso. Callen non si aspettava di certo di essere spinto contro la porta appena entrati ne di ritrovarsi il suo partner addosso, labbra che divoravano le sue, mani che cercavano di infilarsi sotto la sua camicia.

“G… Ti prego. Questa settimana è stata una tortura per entrambi non solo per te” gemette Sam contro le sue labbra. Callen ci mise un secondo per comprendere quelle parole ma poi sorrise e ricambiò il bacio del suo partner con rinnovata passione. I due uomini spinsero i propri fianchi l’uno contro l’altro e sentirono la frizione tra i loro membri eretti contro la stoffa che li divideva.

Sam si sbrigò a liberarli entrambi dalla prigione dei loro indumenti e prese il suo membro in mano spingendolo contro quello del suo partner. I due uomini gemettero al contatto ed iniziarono a muoversi insieme alla mano di Sam, spingendo nel suo pugno e l’uno contro l’altro.

Si baciarono per un po’ ma più i loro movimenti si facevano frenetici e più i baci erano scoordinati. Callen decise di lasciare le labbra del suo compagno per concentrarsi nel movimento della sua mano attorno ai loro membri uniti e sul contrasto tra i loro colori di pelle.

Il pensiero di avere finalmente quel contatto che tanto aveva agognato lo fece venire con forza sporcando di bianco la mano del suo partner. Callen non diede a Sam il tempo di finire. Si mise in ginocchio davanti a lui e leccò il proprio sperma dalla sua pelle per poi prenderlo in bocca e succhiarlo fino a che non si fu spento del tutto dentro di lui.

G guardò Sam dal basso leccandosi le labbra e il suo partner lo fece alzare per baciare il loro sapore dalla bocca del suo compagno. “Tu mi farai morire G…” sussurrò contro le sue labbra.

“Insieme Sam. Sempre insieme”

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Beckett si rigirò nel letto per trovare l’altra metà vuota per la prima volta da quando lei e Castle stavano insieme. La testa le faceva male per qualche motivo. Si portò la mano alla testa e si rese conto di avere la sua pistola stretta nel pugno.

La poliziotta aprì gli occhi immediatamente quando si accorse dell’arma che teneva in mano. Dall’odore aveva sparato da poco. Perché non ricordava di averlo fatto?

Guardandosi la mano si accorse di avere degli strani segni sulle braccia, come se si fosse messa a contare… gli alieni! Ecco cos’era successo! In un attimo Kate era in piedi e osservava il soffitto ed i dintorni alla ricerca di quegli esseri di cui ti scordavi appena toglievi lo sguardo. Quelli a cui doveva sparare a vista per un qualche strano motivo. Quelli che avevano rapito Castle!

Non ne trovò nessuno per casa. Dovevano averlo portato da qualche parte, un luogo segreto, un’astronave forse? C’era un solo modo di ritrovarlo. La poliziotta prese il cellulare e compose il numero.

“Dottore? Mi serve il tuo aiuto”

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Steven non lo aveva avvertito. Quell’uomo lo voleva di certo morto per autocombustione! Ian era di nuovo sul set, vestito da avvocato. E Mycroft sapeva da come si muoveva che suo marito stava ricordando esattamente cosa avevano fatto in quello stesso costume solo la sera prima.

Era tutta colpa di Steven e dei cameramen che avevano sbagliato le riprese il giorno prima obbligando Ian a tornare per rigirarle. E oltretutto Mark aveva una scena da girare quel giorno quindi non poteva neanche andarsene via.

Dopo una giornata ad imprecare contro Steven nella propria testa e una serie di prove con un fastidioso problema nei pantaloni. Mark ed Ian riuscirono finalmente a tornare a casa. Appena arrivarono, Ian spinse suo marito contro la porta e lo baciò con forza.

“È tutto il giorno che sono eccitato” ansimò Ian togliendosi pantaloni, scarpe e calzini in una sola volta. Mark  annuì sbrigandosi ad abbassarsi a sua volta i pantaloni. Il piede destro gli rimase incastrato nella scarpa e cadde addosso a Ian.

I due uomini si guardarono e scoppiarono a ridere. “Forse è meglio andare a letto. Non abbiamo più l’età per queste cose”

“Ieri mi sembrava che la nostra età andasse più che bene” sussurrò Mark all’orecchio del marito. Non voleva ammettere di essere ancora intrappolato dai pantaloni dopotutto. Ian ridacchiò e lo spinse per terra a pancia in su per aiutarlo a togliersi i pantaloni senza altri problemi.

“Che ne dici se continuiamo di la?” suggerì leccandogli un orecchio. I due uomini si sorrisero e si alzarono per dirigersi in camera da letto sfilandosi le magliette strada facendo. Una volta li, si stesero tra le lenzuola scambiandosi baci e carezze, l’urgenza leggermente attutita dagli eventi precedenti.

Si masturbarono piano, assaporando ogni movimento del corpo dell’altro contro il proprio, senza fretta, amandosi profondamente e stringendosi l’un l’altro. Sotto le dolci attenzioni del proprio compagno di vita, i due uomini vennero nei loro pugni, gemendo i loro nomi a vicenda.

Con un lembo del lenzuolo, Mark ripulì le loro mani sorridendo a Ian. “Con quel vestito da avvocato eri toppo sexy oggi” sussurrò.

Il biondo sorrise e gli diede un bacio sul naso. “Non ho potuto fare a meno di pensare a cosa ci abbiamo fatto ieri sera per tutto il giorno…” ridacchiò spostando un ciuffo ribelle dalla fronte del marito “Credo che Steven sospetti qualcosa…”

Come a confermare quell’affermazione sentirono un *bip* provenire dalla stanza accanto. Mark si alzò per controllare il messaggio e scoppiò a ridere. Ian gli si avvicinò curioso di sapere cosa c’era di divertente. Lo sceneggiatore gli mostrò lo schermo del telefonino su cui brillava un messaggio di Steven.

-Vi siete divertiti?-

I due coniugi non degnarono il messaggio di alcuna risposta. Si guardarono e scoppiarono a ridere, una volta calmati si misero in pigiama pronti a continuare la serata in modi più consoni.

“Scarabeo?” suggerì Ian indicando la scatola del gioco da tavolo.

“Assolutamente. Vinco sempre tanto”

“Ma se ti inventi le parole!”

“Non è vero!”

“Si che lo è… ho un tuo Tweet che lo conferma”

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“Perché diamine non vuoi lasciarmi mangiare le patatine?” chiese un irato Dean guardando male suo fratello che teneva fuori dalla sua portata il piatto con le patatine fritte.

“Devi metterti a dieta fratellone o sarai troppo grasso per correre dietro ai demoni”

Il maggiore lo guardò con aria offesa. “Non sono grasso!”

“No… Ma se continui a mangiare schifezze lo diventerai. Devi seguire una dieta sana ed equilibrata”

“Neanche tra cent’anni ed ora dammi quelle patatine!”

Sam gli passò il piatto a malavoglia. “E va bene, fatti del male da solo…” Poi gli venne un’idea improvvisa. Si alzò dal tavolo e passando accanto al suo fratellone mentre si dirigeva verso l’Impala si chinò per sussurrargli all’orecchio.

“Però quando sarai grasso e flaccido io non ti vorrò più nel mio letto, sappilo”

Dean per poco non si strozzò con le patatine che aveva appena ingoiato. Guardò la figura di suo fratello che si incamminava verso la macchina, poi guardò le patatine, poi suo fratello, poi le patatine… E infine si alzò e corse dietro a Sam lasciandosi dietro il piatto.

Sam sorrise soddisfatto e gli diede un bacio sulle labbra come ricompensa. Forse valeva la pena di fare un po’ di dieta dopotutto.

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John si era stufato. Ogni singolo gesto che Sherlock faceva era sesso puro. Ogni notte non pensava ad altro se non al corpo del suo amico tra le coperte, al piano di sotto. Era evidente ciò che cercava di fare il detective. Era il motivo per cui voleva farlo che non gli andava bene.

All’inizio della settimana, Sherlock gli aveva esplicitamente chiesto di insegnargli a fare sesso. Aveva detto che era per un esperimento e che non poteva pensare di essere in grado di risolvere casi riguardanti un’esperienza che non aveva mai vissuto.

John non voleva prendere la verginità dell’uomo che si era accorto di amare per un motivo così stupido. Gli aveva detto di no e da quel giorno Sherlock non aveva fatto altro che comportarsi in modo sempre più sensuale. John aveva provato di tutto per resistergli ma adesso aveva finito le idee. E poi un giorno decise cosa fare.

Sherlock si stava sbottonando la camicia per andare a letto e John gli si avvicinò da dietro poggiandogli le mani sui pettorali dell’uomo insinuandole sotto la camicia per carezzare la pelle nuda. Sentì il battito del suo cuore accelerare sotto il suo palmo. Il detective deglutì con forza al contatto.

“Hai deciso di insegnarmi a fare sesso John?”

“No, Sherlock… Ho intenzione di insegnarti a fare l’amore”

Il detective era confuso, non capiva la differenza tra le due cose. “John? Fare l’amore implica del sentimento?”

“Ottima deduzione” ridacchiò il dottore togliendo la camicia al detective e poggiando un bacio sulla sua spalla. Il detective smise di respirare per un attimo.

“John?” chiese tremante il moro, quasi spaventato “Non è per il mio esperimento vero?”

John scosse la testa contro la schiena del detective e baciò dolcemente una scapola. Sherlock gemette sotto quei baci ed iniziò a slacciarsi i pantaloni. Una volta nudo, il detective prese la mano di John e la poggiò sulla sua erezione. “Non è un esperimento neanche per me” sussurrò.

“Lo so” disse di rimando John carezzandolo lentamente. Si spinse contro il detective facendogli notare che anche lui era nudo ed eccitato.

Sherlock gemette per il numero di sensazioni nuove che assalivano i suoi sensi. La pelle di John contro la sua schiena, la mano che carezzava i suoi glutei ed esplorava la parte più segreta del suo corpo con le dita.

John lo fece stendere a pancia in su sul letto con le gambe aperte. Il detective non si era mai sentito più esposto e più al sicuro di quel momento. Il dottore si mise in ginocchio tra le sue gambe e glie le fece mettere sulle sue spalle.

La posizione era un po’ scomoda ma Sherlock se ne dimenticò immediatamente quando un paio di labbra si chiusero attorno al suo membro e due dita bagnate iniziarono a carezzarlo per poi infilarsi una dopo l’altra dentro di lui fino a riempirlo.

Il detective aveva così tante informazioni da catalogare. John aveva preso a stimolargli i capezzoli con la mano libera mentre l’altra lo carezzava dall’interno e la bocca gli dava un piacere neanche remotamente vicino a quello a cui era abituato.

Quando tutti gli stimoli scomparvero, Sherlock gemette di frustrazione ma John lo calmò con le carezze ed i baci per poi spingersi piano dentro di lui. Il pensiero di essere il primo ad entrare dentro quel corpo stava facendo impazzire il biondo che guardava con gli occhi spalancati ogni minima espressione del volto dell’uomo con cui stava facendo l’amore.

“Sherlock… guardami” sussurrò l’ex militare. Il detective fece come gli era stato detto e gli occhi eterocromatici del moro incontrarono quelli blu del suo amante. “Ti amo” sussurrò John prima di chinarsi a baciare quel pazzoide di cui si era innamorato.

Sherlock chiuse gli occhi ed assaporò quelle labbra che sapevano di John e tea (quel sapore andava catalogato un’altra volta e avrebbe richiesto tanti alti baci). Il detective si strinse con forza al suo John mentre questi iniziava a muoversi con spinte corte e mirate alla sua prostata.

L’erezione di Sherlock era intrappolata tra i loro corpi e la frizione unita alla pressione dentro di lui lo stava facendo impazzire. “J-John… Ti… Ti pre-prego”

Il biondo aumentò la forza delle sue spinte e prese a masturbare il suo amico finché entrambi non vennero gemendo il nome l’uno dell’altro.

Una volta ripuliti giacquero nel letto guardando il soffitto per riprendere fiato e, nel caso di Sherlock, salvare tutto nella memoria indelebile del proprio cervello. “John?”

“Si Sherlock?”

“Credo che avrò bisogno  di una ripetizione”

Il dottore ridacchiò e si abbracciò al detective, il quale prese l’occasione per avvolgere il proprio corpo nudo attorno a quello del suo John. “Tutte quelle che vuoi”

“John?”

“Si Sherlock?”

“Anche io ti amo”

“Lo so”

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Sherlock ci aveva messo un po’ prima di capire cos’era quella strana sensazione alla bocca dello stomaco ogni volta che John gli era vicino. Ci aveva messo ancora di più ad accettare il fatto che i suoi istinti di omega per tanto tempo repressi stessero velocemente tornando a galla alla presenza di John.

Gli ormo repressori che aveva preso per tutta la vita sembravano non funzionare più ora che viveva con il suo bel dottore. Si, suo. Ormai Sherlock aveva preso a pensare a John come suo. Era evidente che la natura avesse scelto John come unico compagno possibile per lui.

John era l’unico che sopportava tutte le sue stranezze e la sua indipendenza ma c’era un’altra cosa che a Sherlock piaceva particolarmente di John. La sua gelosia.

Quasi fin dal primo giorno, ogni volta che un Alpha si avvicinava al detective un po’ più del dovuto, John diventava rigido come un palo e Sherlock poteva leggere nei suoi occhi quel sentimento di odio verso il povero sfortunato che aveva osato avvicinarsi troppo al suo Omega.

Era una bella sensazione sentirsi di qualcuno e possedere quel qualcuno a tua volta anche prima di possederlo in senso letterale. All’inizio tutto ciò che facevano era rincorrere criminali per Londra e vivendo assieme ormai l’odore di John era impresso su Sherlock e viceversa (c’era un motivo se tutti gli appuntamenti del dottore finivano male).

Fu alla fine di un caso per cui erano stati separati per quasi una settimana che divennero ufficialmente una coppia. L’odore di John ormai era quasi scomparso dal corpo di Sherlock e tutti gli Alpha delle vicinanze iniziavano ad avvicinarsi troppo a lui, così John lo prese per il bavero della giacca e lo baciò con forza, leccando ogni centimetro di pelle disponibile e strusciandosi contro di lui per marchiare il territorio.

Sherlock lo amava per quello. Tutte le mattine, Sherlock aveva preso a strusciarsi contro John per essere ricoperto del suo odore per il resto della giornata. Se incontrava un altro Alpha, correva subito da John per farsi marchiare di nuovo. Era diventata ormai la sua nuova droga.

Come è naturale in queste cose, Sherlock finì per avere un calore ed i due si accoppiarono. Dopo anni di pillole, il detective ormai non poteva più rimanere incinto ma a John non importava. L’amore e l’amicizia che li univa era più forte di tutto il resto.

E ovviamente, con il loro legame tutti potevano chiaramente vedere chi apparteneva a chi… Ciò non fece diminuire i display di gelosia di John. Non che a Sherlock dispiacesse…

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Bilbo non era in casa da meno di un paio d’ore. Era andato al mercato aveva detto. E già Smaug non sapeva più che fare. Da quando si era trasformato in umano e aveva lasciato il suo tesoro di ori e gioielli ai nani per seguire il piccolo Hobbit nella Contea, il drago era diventato completamente dipendente da lui.

La mattina si svegliavano e Bilbo preparava la colazione per entrambi. Poi c’era la seconda colazione, il pranzo, la merenda, la cena e lo spuntino. Sempre preparati da Bilbo. Lo Hobbit gli aveva prestato dei libri da leggere e così passavano molte delle giornate.

A volte andavano a farsi delle passeggiate nel bosco o andavano al mercato (queste occasioni erano rare perché gli altri Hobbit tendevano a spaventarsi quando vedevano le ali, la coda ed il volto del drago)

E altre volte, molto molto rare, Bilbo andava fuori da solo e lo lasciava a casa. Quelle volte Smaug non sapeva che fare del suo tempo e passava le ore ripensando a quanto fosse cambiata la sua vita da quando aveva seguito lo Hobbit a casa.

Ormai non era più indipendente come prima ma non gli importava. La sua vita ormai era Bilbo. Il suo sorriso la mattina, il suo piccolo corpo che gli insegnava tutte quelle cose piacevoli come i baci e le carezze e quelle cose che lo facevano sentire inesperto come un draghetto appena uscito dall’uovo.

Era ridicolo che un drago grande e grosso come lui fosse ridotto ad essere dipendente da un esserino piccolo come il suo ladro. Eppure appena lo Hobbit entrava a casa Baggins gridando “Sono a casa!”, il drago non poteva fare altro se non correre verso il suo prezioso tesoro e riempirlo di baci stringendosi il più possibile a lui e sussurrando “Ben tornato a casa”

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Mycroft era a dieta. Sherlock si sentiva incredibilmente in colpa. Per anni prima di intraprendere la sua relazione sentimentale con suo fratello lo aveva accusato di essere grasso. Cosa rivelatosi assolutamente falsa una volta che lo aveva visto senza vestiti. Doveva fare qualcosa per farsi perdonare.

“Baker Street. Ora”

Abituato com’era a suo fratello, Mycroft finì di fare ciò di cui doveva occuparsi quel giorno e poi si recò da lui. Di tutte le cose che si aspettava di trovare una volta dentro l’appartamento, una non era di certo uno Sherlock nel bagno in una vasca piena di cioccolato fuso ancora tiepido con una ciotola di fragole in mano ed un barattolo di panna nell’altra.

Il maggiore degli Holmes deglutì a quella vista squisita. Non aveva mai visto tanta cioccolata in vita sua e quello unito alla vista della nivea pelle di suo fratello immersa nel delizioso liquido rendeva la situazione ancora più interessante. “Sherlock? A cosa devo tutto questo…” indicò la stanza attorno a se.

“Devi smettere quella stupida dieta fratello… Quale modo migliore se non divertirci con la tua cosa preferita?” chiese intingendo una fragola nella cioccolata e portandosela alla bocca leccandola oscenamente.

Il profumo della cioccolata e la vista davanti a se bastarono a far decidere Mycroft il quale si spogliò e si avvicinò a suo fratello. Prese una fragola e la passò sul petto di Sherlock carezzandogli un capezzolo ed andando giù fino all’inguine lasciandosi dietro una scia bianca dove il cioccolato lasciava posto alla pelle del suo fratellino, per poi mangiarla dopo aver leccato via il cioccolato da essa.

Mycroft si dedicò a togliere tutta la cioccolata dal torso di Sherlock prima con le fragole e poi con la lingua. Prestò particolare attenzione alle mani e le dita del suo fratellino fino a che solo dalla vita in giù fosse ricoperto di cioccolato.

Lasciò la zona in cui Sherlock desiderava essere leccato di più per ultima. Si dedicò a leccare via il cioccolato prima da una gamba e poi dall’altra occupandosi anche dei piedi facendo uscire Sherlock dal liquido scuro.

Una volta soddisfatto del suo lavoro, Mycroft si concentrò sull’erezione che spuntava come un bellissimo lecca lecca. Vi spruzzò sopra la panna e si mise a leccare via ogni centimetro del membro di suo fratello fino a ritenerlo pulito. A quel punto Sherlock faceva difficoltà a tenersi in piedi tanto era intenso il suo piacere.

Mycroft lo portò in camera da letto e lo fece mettere a quattro zampe. Si dedicò a pulire ogni centimetro di lui ed usò la panna come lubrificante per prepararlo per lui. Quando lo prese, Sherlock era ormai ripulito di tutto il cioccolato e lo accolse con sollievo evidente.

Dopo tutti quei preliminari non ci volle molto prima che venissero insieme.

“Adesso ho della panna nel retto Mycroft!” si lamentò il detective.

“Non ti preoccupare fratellino, ci penso io” disse il politico leccando via il problema ed ignorando i gemiti di suo fratello. “Grazie del regalo” sussurrò contro di lui. Sherlock sbuffò e non rispose, era ancora imbarazzato.

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Le perdite che aveva subito erano troppe. Martha lo aveva lasciato e Donna aveva dimenticato. Non c’era rimasto nulla per lui. Era sul serio l’ultimo signore del tempo ormai. Il Maestro, il suo amico di infanzia, era tornato per sparire di nuovo e lui non poteva fare nulla se non restare solo nel suo dolore.

E così scelse l’opzione della follia.

Era così evidente che prima o poi sarebbe successo. Dopo tutti gli anni che aveva vissuto, la gente che aveva conosciuto, le persone che aveva salvato e quelle che erano morte per colpa sua. Ora il Dottore, l’ultimo Signore del Tempo, era un pericolo per se stesso e per chi gli stava accanto.

Aveva deciso di distruggere punti fissi nel tempo, salvare chi non voleva essere salvato, distruggere intere specie senza neanche pensarci due volte.

E poi… Poi lui tornò. Il Maestro. Vide ciò che il suo amico era diventato e se ne incolpò. Non amava vederlo in quel modo. Certo, lui di certo non era più sano di mente ma forse insieme potevano riuscire a continuare per la buona strada.

“Dottore… Che stai facendo? Dov’è finito l’uomo che conoscevo? Dov’è il mio amico? Dov’è il mio rivale? L’uomo che mi ha impedito di prendere possesso della Terra?”

“È morto!” sputò con astio l’essere che una volta era stato l’ultimo Signore del Tempo.

“Non ci credo”

“Non lo vedi con i tuoi occhi?” disse aprendo le braccia come ad invitarlo a guardare meglio “Quell’uomo che conoscevi non c’è più!”

“Eppure io continuo a vederlo nei tuoi occhi” ridacchiò l’altro guardandolo serio “Ma lo vedi come siamo finiti? I ruoli si sono invertiti. Ora sono io quello buono e tu… tu sei il pazzo”

Il Dottore rimase in silenzio a guardarlo. “Lo capisco sai? Senti le urla delle persone che hai perso nella tua testa, delle persone che hai ucciso… è come quando io sentivo i tamburi… Non li sento più adesso sai?”

“E cosa sei adesso? Un fantasma? Sei morto tra le mie braccia!”

“Adesso sono qui. Per te”

“E perché?”

“Perché per quanto possiamo essere cambiati sei sempre quel ragazzo con cui giocavo da piccolo nei prati di Gallifrey. Il ragazzo di cui mi sono innamorato”

“E come faccio a sapere che sei vero?” chiese scettico il Dottore. Per tutta risposta, il Maestro lo prese dal bavero della giacca e premette le sue labbra sulle sue.

“Sono vero”

Il Dottore gli prese il viso e lo baciò a lungo come aveva desiderato fare da sempre. Era un po’ fuori allenamento ma non importava. I demoni che lo assalivano erano più facili da affrontare con qualcuno che capiva accanto. Ce l’avrebbero fatta. Insieme.

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Mark non aveva mai avuto un particolare interesse per l’intimo femminile ma vederlo addosso ad Ian era una cosa completamente diversa.

Le mutandine di pizzo in cui stava sfilando erano a malapena sufficenti a coprire la sua erezione e Mark non poteva fare a meno di guardarlo e toccarsi mentre suo marito sfilava davanti a lui con tutti quegli indumenti che aveva portato dalla Francia.

Al sesto paio di mutandine che indossava, Mark non resistette più. Lo afferrò, gli strappò le mutandine da dosso e lo spinse sul letto a pancia in giù. Lo preparò velocemente con le dita e lo prese con forza.

“Tu… sei crudele… tutte quelle mutandine di pizzo così aderenti, trasparenti…” grugnì nel suo orecchio “Volevi farmi perdere la testa fino a desiderarti così tanto da spingerti sul letto e prenderti così vero? Mi desideri così tanto?”

“Si… Ti ho desiderato tutti i giorni mentre ero via!”

“Anche io… ed ora sei mio!” disse con un tono possessivo che non ammetteva repliche.

“Si… Tuo… Ti prego! Più forte!” gemette il biondo sotto di lui. Mark non esitò a fare come richiesto e prese suo marito con spinte profonde e concentrate su quel punto che lo faceva impazzire.

Ian gemeva sotto di lui, inarcando la schiena e tenendosi con forza alla testiera del letto. Mark non dovette nemmeno sfiorarlo con un dito per farlo venire. La pressione delle lenzuola contro la sua erezione lo portarono a venire con forza.

Mark uscì dal suo corpo e lo fece girare sulla schiena. Si prese in mano ed iniziò a masturbarsi sul suo petto. La vista di Ian così languido dopo il sesso lo portò a venire con forza sul suo petto.

Lo ripulì con i resti delle mutandine e glie le mostrò. “Spero non ti piacessero troppo queste”

“Non ti preoccupare ne ho altre nella valigia” E Mark gemette. Sarebbe stata una lunga notte.

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Non era possibile che Mark stesse twittando così tanto sui maledetti Eurovision! Vabbè che si erano accordati di fare il live tweet tutti e due per sentirsi più vicini ma ora stava esagerando! Aveva persino scritto quando andava al bagno!

E così decise di chiamarlo.

“Mark?”

“Oh ciao amore! Ti mancavo?” chiese lo sceneggiatore mettendosi più comodamente a letto.

“No. Di certo non posso dire di sentire la tua mancanza con il numero di tweet che stai facendo sull’Eurovision” rispose il biondo con voce seccata.

“Mi hai chiamato per dirmi che non ti manco?”

“No… Ti ho chiamato perché siamo al momento delle votazioni, le canzoni sono finite quindi ora la smetti di twittare in continuazione!”

“Ma… io…”

“Shush! D’ora in poi twitto solo io!”

“Ok” disse lo scrittore incrociando le braccia al petto e roteando gli occhi anche se l’altro non lo poteva vedere.

I due continuarono a guardare l’Eurovision in silenzio, l’unica cosa che sentivano attraverso il telefono, era il respiro dell’altro.

“Ian?”

“Si?”

“Bunsen se n’è andato… non vuole vedere il risultato mi sa” disse il rosso ridacchiando.

“Oddio! Avevo scordato che lo faceva! Ora lo twitto!”

“Ma perché tu puoi twittare e io no!?”

“Perché tu hai twittato troppo”

“I fan si arrabbieranno se non twitto più”

“Si arrabbiano molto di più se gli intasi la home di tweet amore”

Mark sbuffò annoiato. Tenendo d’occhio i tweet del marito e lo schermo della tv allo stesso tempo.

“Questa cosa è truccata! Come è possibile che la Russia abbia tutti quei punti? Era molto meglio quel gruppo di ragazzini italiani a sto punto!”

“Ma… tanto vince il figo della Svezia amore…”

“Almeno la sua canzone è bella. Mi spiace solo che probabilmente lo hanno votato solo per il suo corpo”

Lo scrittore sbadigliò facendo sorridere suo marito attraverso tutti i chilometri che li separavano. “Vai a dormire amore, devi aver avuto una nottata lunga con tutti quei tweet”

“Non sono stanco!” protestò debolmente lo scrittore sbadigliando di nuovo.

“Dormi… Poi ti dico chi ha vinto”

“Ringrazia le persone che hanno sopportato i nostri tweet Ian”

“Lo prometto… Ora dormi!”

“Resterai in linea con me? Tanto abbiamo le chiamate internazionali gratis”

“Va bene Mark… Ti amo”

“Anche io, Ian” disse prima di addormentarsi. Ian rimase ad ascoltare il respiro regolare del marito attraverso il telefono distraendosi dallo spettacolo. Fece appena in tempo a sentire che il vincitore era lo Svizzero come lui aveva predetto prima di addormentarsi a sua volta.

Un abbaiare nell’orecchio lo svegliò verso le tre di notte. Bunsen doveva star abbaiando nel cellulare ricordando ad Ian che non aveva attaccato prima di addormentarsi.

“Bunsen… smettila!” disse un semiaddormentato Mark dal suo capo del telefono. Ian sentì il cane smettere di abbaiare ed il suo amato Mark rimettersi a russare dolcemente. Ian chiuse la chiamata e guardò il suo portatile. Scrisse un ultimo tweet. Aveva promesso a suo marito che avrebbe ringraziato no?

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Uscì dal TARDIS traballante. Una mano sulla testa che scoppiava. Ogni volta rigenerarsi era più traumatico della volta precedente. Però almeno sembrava ricordare tutto stavolta. Non aveva ancora neanche avuto il tempo di esaminare il nuovo corpo ma si rendeva perfettamente conto che c’era qualcosa di diverso.

I capelli erano lunghi ed arrivavano fino alle spalle e davanti aveva un peso che prima non c’era. Azzardò per un attimo uno sguardo verso il basso e come temeva c’erano un paio di cosette che prima non erano li. Si girò verso il TARDIS sperando di poter entrare a prendere dei vestiti da donna dall’armadio ma non c’era verso. La macchina del tempo aveva chiuso la porta e si stava rinnovando.

Il Signore del Tempo… anzi, Signora, si sedette per terra con le spalle al muro e si preparò ad aspettare. Un biondino gli si mise davanti con una strana espressione in viso.

“Come hai fatto quel trucco di magia?” chiese indagatore.

“Che trucco?” chiese sentendo la sua nuova voce femminile per la prima volta. Era decisamente strano.

“Hai fatto apparire quella cabina della polizia dal nulla. Non mi sembrava che ci fossero trucchi ma non è possibile che sia seriamente apparsa dal nulla. Scientificamente…”

La ragazza gli poggiò la mano sulla bocca per farlo azzittire. “Non mi interessano queste cose. È la prima volta che sono donna. Ho bisogno di scoprire come funziono. Mi servono dei vestiti ma il TARDIS ancora non ha finito di…” in quel momento la porta della macchina del tempo si aprì e il Dottore corse verso la porta.

Si rese conto di essere stata seguita così indicò in giro. “Si, è più grande all’interno ed è una macchina del tempo e dello spazio. Mi vado a cambiare… guarda pure in giro!”

La Signora del Tempo corse nell’armadio e trovò un tailleur nero con una camicetta bianca da mettersi ed un paio di stivali con il tacco largo e non troppo alto. Si guardò allo specchio e mise il cacciavite sonico nella tasca interna della giacca insieme alla carta psichica. Decise di lasciarsi i lunghi capelli neri sciolti.

Si diresse nuovamente verso la sala comandi e sorrise al biondino. “Bene. Io sono il Dottore…” a questo di fermò perché ora che era donna le sarebbe servito un altro nome. Non voleva un nome umano normale però. “Puoi chiamarmi Lisbon. Come la città portoguese… o il pianeta ma quello non lo conosci” poi continuando il discorso “Sono una Signora del Tempo e questa è la mia TARDIS. Viaggio nel tempo e nello spazio. Vuoi venire con me…?”

“Patrick. Patrick Jane”

“Bene Patrick Jane… Vuoi venire con me a viaggiare nello spazio e nel tempo?”

“Assolutamente si!”

 

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Sherlock non poteva fare a meno di Mycroft. Non da quando erano diventati intimi. Suo fratello era come una droga. Una cosa senza la quale non poteva più vivere.

Ovviamente non glie lo avrebbe mai detto a voce ma glie lo diceva con tutti i piccoli gesti quotidiani. Quando lo chiamava per vedere se aveva un caso per lui (cosa che prima non avrebbe mai fatto), quando si accoccolava a lui dopo aver fatto l’amore.

Il detective era innamorato di suo fratello. Non poteva essere altrimenti. Sennò perché ogni volta che lo vedeva il suo cuore andava in tachicardia e le sue pupille si dilatavano?

Erano gli ormoni impazziti nel suo corpo la sua nuova droga e quando Mycroft non era con lui, Sherlock era triste. Così un giorno prese la sua roba e si trasferì da lui. La maggior parte del tempo continuava a stare a Baker Street ma ogni notte andava da suo fratello, la sua nuova droga.

Per una volta, Mycroft non era contrario alla scelta di suo fratello, non lo era proprio per niente. Soprattutto se questo comportava fare sesso tutte le sere con un uomo bellissimo come Sherlock. Il fatto che lo amasse non influenzava affatto la sua scelta. Proprio no.