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Quella sera, quando rientrai dal doposcuola, trovai gli anfibi di Rei oltre la porta di casa: un dettaglio su cui i più avrebbero riso e che molti avrebbero ritenuto del tutto privo di senso, ma che per me significava ben altro. Con l’intelligenza e con l’istinto dei miei dieci anni, almeno, sapevo che Rei aveva smesso di scappare: dalla mia famiglia e dalla vita stessa.
 Né mia madre, né mio padre – tetsu aveva mandato uno dei suoi impiegati a prendermi – erano ancora rientrati: eravamo lui ed io, ancora una volta soli. Dalla sua camera proveniva un suono che conoscevo bene, perché ero figlia di un musicista ed ero avvezza a muovermi in un universo fatto di armonie e ammiccamenti compositivi.
 Non era
Garusadama, però; non era nessuna delle canzoni che avessi ascoltato sino a quel momento.
 Cauta, aprii la porta della sua stanza. Seduto in terra, Rei arpeggiava la vecchia chitarra del padre. Aveva le stesse dita di Megumi, lunghe ed eleganti, da pianista. Gli riuscivano virtuosismi su cui il padre sudava: se gliel’avessi fatto notare, però, avrebbe creduto che lo stessi prendendo in giro.
 Non stava guardando me. Non guardava proprio nessuno, Rei, o forse sì, solo che non esistono parole per descrivere lo scrutarsi dentro.
 Rei stava camminando nel cuore del mondo che si era costruito, alla ricerca di quella vite che lo teneva insieme; strapparsela dal cuore avrebbe importato aprire gli occhi e accettare finalmente la realtà: era orfano e Yuki era un’illusione dell’assenza, inventata perché era più facile affezionarsi a un fantasma che non a una sorella vera. Che non a me.
 Composta, mi arricciai in un angolo del letto, ad ascoltare. La voce di Rei era pastosa e lenta, tutta da educare, ma c’era già. Da sola, era l’Arcobaleno su cui aveva scommesso suo padre.
 Sentivi l’impronta di haido, come quella di Morrie, che Rei venerava come l’ennesimo lascito ereditario, ma c’erano anche Rei Shinoda e qualche autore giovane o giovanissimo, che diceva dei nostri anni. Diceva di quello che era lui, nato l’undici novembre duemilatre.
 Non nel febbraio del millenovecentonovantuno.
 Non a Wakayama e nemmeno a Osaka.
 Lentamente, Rei cominciò a raccontarmi una fiaba su quella musica: la storia triste di una bambola che era il cuore del mondo, una bambola con una vite nel cuore.
 Il fulcro di quella che sarebbe stata
Neji, dunque, era già lì, per me; per chiunque fosse stato in grado di ascoltarla.
 Le dita nervose di Rei si arrampicavano sulle corde con una frenesia che non conoscevo; nessuno dei chitarristi giapponesi, mi pareva, suonasse così: con rabbia masturbatoria.
 Rei seguiva il suo istinto e la sua voce interiore. Di lui coglievo l’onda d’ebano dei capelli e il fruscio sabbioso con cui formulava la propria preghiera. In nessun momento pensai di andarmene, men che mai quando la musica s’interruppe in un accordo stonato come un grido. E Rei cominciò a piangere.
 Accadde all’improvviso e fu così intenso che non riuscii a capire se fosse davvero dolore o non piuttosto sollievo, quello che lacrimava fuori, perché la vite non c’era più, perché le lancette del mondo tornavano a girare, perché era sopravvissuto al padre e, probabilmente, a se stesso.
 Scesi dal letto e m’inginocchiai accanto a lui; allargai le braccia e lo strinsi a me. Rei non mi allontanò: si lasciò prendere, anzi, come non avevo mai osato sperare. Gli accarezzai le guance, i capelli, le spalle. Era tanto più grande di me, eppure anche così piccolo e così solo. Riuscivo a sentire la sua tristezza, una desolazione così assoluta che cominciai a piangere a mia volta.
 Ci battezzammo come fratelli piangendoci addosso, nel senso pieno e letterale del termine.
 Rei fu il primo a rendersi conto dell’assurdità della situazione, dunque a rialzarsi e a scappare di nuovo; una piccola fuga dell’orgoglio: nulla che suonasse preoccupante. Quando i miei genitori tornarono a casa, almeno all’apparenza, non trovarono nulla di diverso dal solito ad attenderli, perché Rei ed io ci ignoravamo come di consueto. Le ragioni, però, erano questa volta molto diverse. Molto più complicate.
 Avevo letto in profondità nel suo cuore, quando più era vulnerabile. Rei non era riuscito a impedirmelo e ora si giudicava con lo sguardo impietoso del maschio sedicenne. Probabilmente corse a confessarsi con Ryan. Forse chiese l’aiuto di Yuki.
 Sua sorella, però, non venne più.
 Come mi disse qualche anno più tardi – ero ormai un’adolescente timida e composta – l’ombra ch’era cresciuta ogni giorno con il suo dolore scomparve come le sue dita presero il coraggio di sfilare la vite.
 Era il suo genio guardiano?
 Quale fosse la verità, Rei aveva scelto un’altra strada. Aveva scelto di vivere.
 
 “Senti… Se ti dico un segreto, mi parli?”
 Glielo chiesi un paio di giorni più tardi, alla vigilia del fastoso concerto con cui il Giappone avrebbe pianto il suo haido.
 Rei era appena uscito dal bagno; i lunghi capelli neri aderivano al suo collo come alghe filamentose. Era bellissimo: lo era al punto che bastava una sua occhiata per farmi cambiare colore.
 Rei schiuse le labbra, sorpreso. Non era abituato a essere provocato o affrontato di petto: il mio modo d’essere l’aveva spiazzato.
 “Perché dovrei parlarti in cambio di un segreto?”
 “Perché sono generosa.”
 “Ma davvero?”
 Si dava arie da adulto, ma era un falchetto implume; un piccolo falco ripescato chissà come dal torrente in cui era quasi affogato. Poco alla volta, avrebbe ripreso il volo; sul momento, però, arruffare le penne non l’avrebbe salvato.
 “Certo. Altrimenti avrei detto a tutti che ti ho visto piangere!”
 Rei arrossì. “Ok… Sentiamo questo segreto.”
 Gonfiai il petto e presi fiato. “Io sono innamorata di te!” dissi con una sicurezza che anni dopo avrei trovato imbarazzante. Rei rise con tutta la dolcezza di cui era capace; con la tenerezza che provava anche lui e che si concentrava in gesti semplici come accompagnare una sorellina al doposcuola. “Wow, che onore!”
 “Non mi stai prendendo sul serio!”
 Rei si appollaiò su uno degli sgabelli della cucina, piluccando cereali dal grosso barattolo che stazionava sul tavolo. “E perché proprio io?”
 Mi accomodai a mia volta, meno sicura di me stessa di quanto non fossi stata in partenza, ma non per questo pronta a cedere. “Perché sei bello e perché canti bene!”
 A dieci anni, in effetti, le ragioni che t’inventi sono la sintesi onesta di tutte le scuse con cui abbellirai in futuro la verità. Di tutto il complesso discorso che dal basso della mia precocità stavo tentando di imbastire, tuttavia, Rei colse la parte meno interessante.
 “Non è vero, non so cantare,” mugugnò, ruminando un altro pugno d’avena.
 Se avessi compreso allora che stavo per ottenere quello che per anni era sfuggito a mio padre e a chiunque avesse tentato di resuscitare un’antica sirena, avrei mutato strategia?
 Forse sì. Forse il peso della responsabilità avrebbe imposto un freno alla mia lingua.
 “Stupido,” brontolai. “Io me ne intendo!”
 “Tu?”
 M’inginocchiai sulla sedia, sforzandomi d’essere a tutti gli effetti all’altezza del mio interlocutore. “Tu sei bravo come haido e come Morrie. Secondo me dovresti provarci.”
 “A fare cosa?”
 “A cantare domani.”
 “Che scemenza. Hai idea di cosa sarà il Dome? Ci saranno tutti professionisti!”
 Socchiusi le palpebre. “Hai paura, Rei?”
 Non mi rispose: abbandonò lo sgabello e tornò a rifugiarsi in camera.
 A terra restavano, umide, le impronte dei suoi piedi nudi. Vi posai sopra il mio, pensando a quanto tempo potesse occorrermi per avere gambe lunghe come le sue; per stargli al passo, soprattutto, e non perderlo più.
 
 L’undici novembre del duemiladiciannove si aprì con il sole, ma una densa nuvolaglia all’orizzonte lasciava presagire che in serata il cielo avrebbe grondato di nuovo.
 Mio padre, in piedi dalle sei del mattino, aveva già raggiunto l’arena in cui si sarebbe consumato l’ennesimo sacrificio della memoria. Mia madre m’impose una sveglia militaresca e un ripasso coatto di buone maniere. Ci sarebbero state le principali emittenti televisive, come la stampa nazionale e una rappresentanza consistente di quella internazionale. Prima di morire, haido aveva fatto in tempo a stregare anche l’America; di lì al diventare un
nome, insomma, il passo era breve.
 Dalla stanza di Rei non proveniva il minimo rumore. Era il suo sedicesimo compleanno e avrei voluto almeno fargli gli auguri. Una vocina nella mia testa si sforzava di ricordarmi che erano anche trascorsi dieci anni dal suo insanabile lutto, ma la mia età bastava a ristabilire priorità più plausibili.
 Erano morti i suoi genitori, d’accordo, ma Rei era vivo. Con quale diritto avresti dovuto privarlo del suo compleanno?
 Approfittando del fatto che mia madre avesse riparato nel salone di bellezza di fiducia per essere all’altezza della serata, sgattaiolai sino alla prima pasticceria disponibile e spesi una buona metà dei risparmi dell’ultimo anno per comprare quella che allora mi parve la più bella torta al cioccolato del locale. Pretesi che fosse sfregiata di zucchero con gli auguri di rito – uno
sweet sixteen molto americano – e ripresi la via di casa zavorrata di buoni propositi.
 Quando aprii la porta della camera di Rei, tuttavia, mi accorsi che era vuota. Riposi dunque la torta nel frigorifero con l’espressione desolata che imponevano le circostanze, attendendo mesta che qualcuno si ricordasse anche di me.
 
 Il Dome era una bolgia mugghiante vestita a festa; dagli spalti, sino all’ultimo cavo della sua volta immensa, il nome di haido si propagava come un’eco spaventosa. I megaschermi montati ai lati del palco lo restituivano per com’era stato: giovanissimo e conturbante ai tempi di
Tierra; sporco, seducente e cattivo lungo la via del Diavolo. Papa dissacrante e pirata straccia cuori. Incoronato di spine, occhi rossi, lingua lunga: lo fissavo ipnotizzata e pensavo a Rei; al figlio di quel camaleonte che nessuno, forse, ricordava per quello che era stato davvero.
 Alla
vite, loro, non c’erano arrivati. Rei, però, alla fine aveva preferito scappare per l’ennesima volta.
 Solo un dettaglio sembrava cozzare con l’insieme; un dettaglio che nessuno aveva colto, se non la sottoscritta. E Sakura.
 Aveva appena concluso un’esecuzione magistrale di
Good Morning hide, Yasunori, quando lo vidi muovere in direzione di Anis. Shimada aveva sghignazzato al fianco di Morizumi per buona parte del tempo, senza che riuscissi a comprenderne le ragioni. La situazione, però, non era chiara nemmeno a Sakurazawa, tant’è che passava a chiedere il conto. Anis gli sussurrò qualcosa all’orecchio: a quel punto, anche Sakura cominciò a ridere. Arricciai le labbra, tentando di raggiungerli, ma tra la mia postazione privilegiata e la fossa del vecchio Jack – il perimetro, cioè, su cui si affollavano gli artisti – c’era ancora uno spazio incolmabile.
 Mia madre mi supplicava di stare composta. Il Dome pregava per un’epifania improbabile.
 A volte, tuttavia, la forza di una preghiera basta davvero a concepire un miracolo.
 Le luci si abbassarono, mentre sul palco, soli, mio padre, Ken e Yukihiro occupavano i posti che avevano vestito per anni, attorno a una voce di cui non restava che un’eco sottile, eppure fortissima.
 Riconobbi
Niji dal primo arpeggio di tetsu; il lamento funebre, orbato e vibrante, del suo basso, e poi Ken: l’esplosione dei colori sotto le sue dita. Quel che non si aspettava nessuno, però, fu quella voce.
 
 
Toki ha kanadete omoi ha afureru
 Togire souna hodo toumei na koe ni
 Aruki dashita sono hitomi he
 Hateshinai mirai ga tsuzuite ru.
 
 Arrivò dal basso, all’improvviso; forse solo chi, come me, era tanto vicino al palco era stato davvero in grado di sentirla. Poi vidi Sakura fare un movimento ben preciso: stendere le braccia, come un profeta che debba fendere le acque, e Anis sollevò senza il minimo sforzo Rei, precipitandolo sul palco. Di punto in bianco, fu silenzio.
 Il figlio di haido si schermò il viso, abbagliato dai faretti e dalla luminescenza con cui quel fantasma continuava a cantare la parabola di un Arcobaleno immortale.
 Un’esitazione di breve durata, però, perché riprese immediatamente l’arpeggio.
 
 Hountou ha totemo kokoro ha moroku
 Daremo ga hibi warete iru
 Furidashita ame ni nurete Kimi ha mata
 
tachidomatte shimau kedo shinjite kureru kara.
 
 
E Ken con lui e mio padre e Yukihiro e poi il Dome. Cantavamo tutti. Cantava ancora haido nella sua bara di luce e di misteri. Cantava Rei, con tutta l’amarezza di cui era intriso e i sentimenti di cui era pieno e i segreti che non avrebbe rivelato a nessuno.
 Aveva capito, Rei, che era proprio tutto
vero, perché se non fosse stato amore, mio padre non avrebbe tentato di salvare haido persino oltre l’inevitabile spartiacque del camino, della morte, del niente. Poiché era stato solo amore, però, Rei riusciva a perdonarli.
 
 Quando la sua voce si spense, non fu solo Ken a ritrovarsi gli occhi pieni di lacrime: era commosso mio padre e persino Yukihiro, che non avevo mai visto palesare nulla che somigliasse a un’emozione. Rei, immobile al centro del palco, guardava fisso davanti a sé e non ci vedeva, come non sentiva il vibrato, scrosciante e impetuoso, di un applauso che saliva come un’onda solo per travolgerlo e consacrarlo.
 Rei cercava nell’aria e nella magia del momento lo spettro più amato di tutti: la sirena sciolta nelle mille bolle del rimpianto e nel maleficio di un amore che c’era stato, sì, ma non alle sue condizioni. E se haido fosse stato davvero lì, forse gli avrebbe mostrato nel palmo aperto quella minuscola vite; quell’aculeo da niente che era bastato a inceppare il sistema.
 A sciogliere in lacrime tutti i colori dell’Arcobaleno.
 “
Vedi? Non c’è più,” gli avrebbe detto.
 Poi, mentre stordito abbandonava il palco, senza degnarci di una sola occhiata, la intravidi e indovinai la fine di quel soliloquio.
 
 “
Non devi più preoccuparti di niente, haido: ora la vite sono io.
 
 Sporgeva sotto la nuca, per correre poi lungo tutta la schiena: il giorno del suo sedicesimo compleanno, Rei si era fatto marchiare da un chiodo indelebile. A falsificare l’autorizzazione per il tatuatore, Anis Shimada.
 A distanza di anni, temo che mio padre non gliel’abbia ancora perdonato.
 E forse nemmeno io.