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C’erano due o tre cose di Rei che non riuscivo a sopportare.
La prima era il fatto che non si togliesse mai le scarpe in casa.
La seconda, che si ostinasse a parlare con un fantasma – parlasse con Yuki, non con me.
La terza, quella per cui anche mio padre, a volte, sembrava perdere la pazienza, era che cantasse a squarciagola Garusadama.
Aveva una voce splendida, Rei, ma quello era un ululato cattivo.
Quella – il lied di un suicida – la canzone che tetsu non riusciva a credere che haido avesse scritto quando la parabola del loro Arcobaleno era ancora un guizzo di colori diretto al cielo. E Rei, suppongo, la cantasse di proposito: quando si sentiva tanto solo che la nostra irritazione era tutto quel che restava a fargli compagnia.

Nel cuore di Ginza, per cogliere quel fiore dovevi puntare al Paradiso: tetsu non avrebbe preteso di meno per i propri uffici che un aereo acquario di acciaio e cristallo.
I grattacieli l’avevano sempre ossessionato, procurandogli le occhiate cariche d’ironia di haido, che si collocava forse ai suoi antipodi. Era una creatura di terra, Takarai: stagna come solo certi splendidi uccelli migratori possono essere all’occorrenza; instabile come la marea, eppure concreto.
Per haido, la sua ossessione per le altezze vertiginose e le solitudini esasperanti che vi si respiravano, era lo specchio di un’insicurezza antica. Voleva arrivare in alto, il piccolo Tetsuya, ma saperlo non gli bastava.
Tetsuya Ogawa aveva liberato un piccolo sospiro, massaggiandosi le tempie. Oltre le grandi finestre, un pallido sole novembrino ti lasciava intendere che la luce sarebbe durata poco anche quel giorno, per trasformarsi in una pioggia violenta, buona a cancellare del tutto il paesaggio. Poiché aveva da lavorare sino a notte inoltrata, poteva concedersi il lusso di ignorarlo.
Un’oppressione strana, con la costanza impietosa dei cattivi presagi, lo tormentava dalla mattina. Aveva ignorato Ayana, risposto male ad Asuka e costatato che Rei avesse dormito fuori anche quella notte. Mancava da cinque giorni e sapere dove si fosse rifugiato non allentava la tensione. Aveva sedici anni e una rabbia, dentro, che non aveva nulla in comune con l’ordinaria ribellione adolescenziale; il fatto che si stesse avvicinando con il suo compleanno anche quel giorno, del resto, non facilitava la comunicazione.
tetsu aveva continuato a tamburellare con ostinazione sulla superficie immacolata della scrivania. Il traffico caotico della Capitale non poteva irritarlo, come non lo toccava sul momento lo spettegolare insistente delle segretarie, oltre pareti troppo sottili perché l’atmosfera ciarliera dell’open-space di servizio non lo raggiungesse.
Tutte le sue percezioni si riducevano a una croce.
Lunedì, undici novembre duemiladiciannove.
Il vecchio Oishi aveva provato a suggerire un’anticipazione di comodo; tetsu aveva tenuto duro sulle proprie posizioni.
haido era morto alle nove del mattino dell’undici novembre duemilanove: a dieci anni di distanza, non l’avrebbe comunque dimenticato. A dieci anni di distanza, di quando in quando, doveva ancora raccontare a se stesso che non l’avrebbe più visto, mai più ascoltato. O sfiorato. O maledetto.
haido se n’era andato per davvero, come gli aveva giurato il giorno in cui gli aveva mostrato l’anello destinato ad Ayana.
Te ne pentirai, gli aveva sibilato freddo.

Ti pentirai di non aver voluto l’unica persona che ti appartenesse davvero.

tetsu aveva chiuso gli occhi, abbandonandosi contro lo schienale della poltrona. Il concerto di Parigi era stato il punto più alto della parabola del loro Arcobaleno; il canto del cigno di un sogno che la crescita aveva devastato sino a rendere irriconoscibile.
Era cresciuto tetsu, almeno; aveva trovato il coraggio di mettere quel punto.
Come avrebbe detto haido, però, il punto è l’ago che fissa per sempre la farfalla. Te le devi sentire svolazzare dentro, invece, quelle perfide messaggere della Morte, perché è così che ti accorgi che sei vivo.
Una farfalla era anche lo sgorbio dipinto sulla maglietta di Rei, l’ultima volta in cui era riuscito a vederlo.
“Te lo dicevo io, che era meglio un procione!” gli aveva ricordato sarcastica Asuka non più tardi di quella mattina, prima di correre a cercarsi per la milionesima volta nello specchio; prima di rassicurarsi su un’identità che no, non le avrebbe tolto nessuno.
Asuka aveva dieci anni: a dieci anni, anche tetsu Ogawa sapeva chi fosse.
Il problema era specchiarsi in quelle certezze una quantità spaventosa di anni dopo, e realizzare di non averne da parte nemmeno mezza.
Sarà una crisi di mezza età, aveva mormorato tra sé, prima di sollevare lo sguardo in direzione della massiccia porta dell’ufficio, che era aperta e illuminata dallo sguardo sornione di qualcuno che lo conosceva benissimo. Quasi troppo, per la verità.
“Che vuoi, Ken?”
Kitamura non era mai scomparso dalla sua vita. Esistono destini che suonano come maledizioni; il suo era quello di sopravvivere ogni giorno alla sarcastica intelligenza di un uomo intuitivo, scaltro e prossimo al fratello che non aveva mai avuto; uno che per seguirlo si era ipotecato la vita e che pure non aveva mai smesso di dargli credito.
I capelli ancora nerissimi, ma, soprattutto, arruffati, la barba malfatta e un completo di Armani che portava con la disinvoltura dell’imprenditore consapevole e avvezzo al lusso, Ken gli aveva rifilato un sorrisino dall’insopportabile doppio fondo, com’erano sempre state un po’ tutte le sue stoccate.
“Ti stavo guardando, Tetchan. Sei così carino, anche quando metti su quell’aria seria!” aveva miagolato, guadagnando il centro della stanza.
tetsu aveva rivolto uno sguardo estenuato al soffitto, prima di esalare un sospiro la cui esasperazione quasi teatrale non avrebbe mancato di divertire oltremodo l’interlocutore.
Kitamura era il suo collaboratore più prezioso, nonché azionista di maggioranza dell’Anemone, label indipendente che aveva fondato quando haido era divenuto polvere e rimpianto. Ken non gli aveva fatto domande sulle ragioni di un nome – Anemone era una canzone d’amore dedicata alla persona sbagliata, in fondo. Anemone era Megumi Oishi, non tetsu Ogawa, né Hideto Takarai – ma non gli aveva negato né fondi, né idee.
Senza sapere nulla, aveva come al solito capito tutto: persino che Rei l’avrebbe fatto impazzire, prima o poi, ereditando una tradizione di famiglia.
“Sei diventato vecchio senza crescere appena un po’, Ken. Complimenti.”
L’altro aveva riso, mostrandogli un’ordinata quanto voluminosa pila di fogli.
“Non sei per niente carino con me, tetchan! E dire che mi sono dato tanto da fare!”
tetsu gli aveva rivolto un’altra occhiataccia. “Immagino. Soprattutto dalle parti delle idol come al solito, no?”
Kitamura l’aveva disarmato con un sorriso dei suoi; l’espressione da poker e da stronzo di uno che sapeva vivere. Meglio: che non aveva mai avuto paura di vivere.
E se la vita non ti spaventa, la vita non finisce all’improvviso, con uno schianto o con le lacrime che non piangerai mai per un filo di fumo bianco.
“Spiritoso. Solo perché ti sei fatto mettere tanto presto il cappio al collo…”
“Avevo quasi quarant’anni, Ken.”
“Sei sempre stato vecchio dentro,” era stata la serafica replica. “Anche Yacchan… Che delusione! Tanti anni di onorata resistenza, e alla fine…”
tetsu aveva portato lo sguardo al soffitto. “Ken… Intendi continuare a lungo con la tua discutibile professione d’immaturità, o hai qualcosa da dirmi? Per l’una devo essere in riunione con quelli della MukiMuki e…”
Kitamura aveva liberato un ‘pewww’ estenuato. “Potresti evitare di ricordarmi il ridicolo nome del tuo marchio? Devo già sopportare l’oscena visione di quella banana sui megaschermi di Shibuya!”
tetsu aveva afferrato una gomma da cancellare e gliel’aveva tirata senza troppi complimenti. “Mukimpo-kun è il testimonial perfetto, ergo risparmia le tue illazioni di pessimo gusto e arriva al sodo. Quando ti annunci con quella faccia, chissà perché, mi sento sempre autorizzato a pensare il peggio.”
Ken aveva posato con teatrale lentezza il vistoso plico di fogli sulla sua scrivania, spiandolo di sottecchi con soddisfazione.
“Sarebbero? Le citazioni in giudizio di tutte le donne che hanno avuto la sfortuna di avere a che fare con te?”
“Sai, tetchan? Non ho mai capito cosa ci trovassero di tanto affascinante i tuoi nel cristianesimo, ma ora credo di aver compreso. Solo un santo potrebbe sopportarti qualche volta, eh?”
tetsu gli aveva rivolto l’ennesimo sguardo ostile, prima di inforcare con metodica determinazione gli occhiali e cominciare a sfogliare quelle che minacciavano d’essere le solite tonnellate di noia contrattuale. Invece…
“Puoi dirlo: la mia prima reazione è stata controllarmi l’alito.”
tetsu aveva sollevato dubbioso un sopracciglio.
Alito. Sbronza. Certo che il tuo senso dell’umorismo è peggiorato parecchio… Questa, comunque, è solo la prima parte delle e-mail che sto smistando. Ci sono trent’anni di musica, qua dentro! Takuro e Teru sono stati tra i primi a rispondere. Hanno opzionato Honey, tu che dici?”
Era una domanda retorica.
L’esecuzione live di Teru, in occasione del Jack in the Box duemilasette, aveva messo al contempo a nudo la sostanziale mediocrità di haido alla chitarra, come l’incredibile forza della sua immaginazione. La voce del frontman dei Glay, tanto più sottile e meno duttile all’arpeggio di quanto non risultasse quella di Takarai, aveva tuttavia vestito un vecchio successo di una luce nuova. haido, almeno, ne era stato impressionato – abbastanza, almeno, da tenere imbronciato il muso per un po’.
Non era bravo a confrontarsi con i propri limiti, haido, però li riconosceva tutti. Sempre.
tetsu aveva spiegato le labbra in un piccolo sorriso. “La seconda chitarra la fai tu però, intesi?”
Kitamura aveva sogghignato.
“E poi c’è Yukki. Ha convinto Kyo a una reunion dei Die in Cries, pensa un po’! Sarà come tornare ai vecchi tempi della Danger Crue.”
tetsu aveva annuito. Ken aveva cercato una Marlboro, salvo arrestarsi davanti alla sua espressione omicida. “Tu dovresti proprio rilassarti, lo sai, tetchan?” l’aveva sentito mugugnare, prima che riprendesse quella barocca esposizione da imbonitore. “… E poi ci sono sei o sette boy-band, di quelle che tirano sempre. Non possiamo lasciarle fuori, o ci tocca un pubblico di nostalgici. Rei Shinoda, il leader dei Morphine, non ha mai negato la profonda influenza che haido ha avuto sul suo stile. E quel tipo è una specie di eroe nazionale per le ragazzine, no?”
tetsu si era sfilato gli occhiali e massaggiato le tempie. “Non dirlo a me: Asuka ha tappezzato la camera con la sua faccia.”
Ken aveva sollevato perplesso un sopracciglio. “Precoce, tua figlia, per essere figlia tua.”
“Divertente. Il problema è l’omonimo che non può soffrirlo.”
“Dici il nostro Rei?”.
tetsu aveva continuato a giocherellare con le stanghette degli occhiali. “Il nostro Rei. Ho come l’impressione che non stia prendendo molto bene quest’iniziativa.”
“Cosa te lo fa pensare?”
“Ad esempio il fatto che sia quasi una settimana che dorme a casa Shimada-Morizumi?”
Ken aveva liquidato il tutto con un: “Ah, mi sembrava strano che fossi diventato sensibile,” che non l’aveva rincuorato.
Rei aveva un rapporto molto stretto con Anis – e di tutte le pessime frequentazioni che vantava, quella era la più innocua di tutte – giustificato tanto dal fatto che Shimada fosse stato un ospite fisso della villa di haido, quando suo figlio era la bambola di tutti; tanto dai trascorsi biografici e culturali di entrambi i Monoral.
Rei non era obbligato a togliersi le scarpe in casa loro – vivevano all’occidentale, cioè come rozzi incivili – e parlava quella che considerava la propria lingua – l’inglese.
Era più rilassato e, di fatto, meno prossimo al disastro iperattivo di cui parlavano molti dei suoi insegnanti, in imbarazzo ogniqualvolta si trattava di rinnovare un verdetto senza appello.
Malgrado la retta stellare che versava al prestigioso istituto privato in cui il figlio di haido studiava, i risultati di Rei erano un tale sfacelo che persino il suo rozzo padre se ne sarebbe risentito. haido non era colto, ma aveva una sensibilità così acuta da sfiorare il genio. Rei era molto più sveglio del proprio padre – l’avrebbe capito chiunque a guardarlo – ma era intriso della pigrizia della paura. Sapeva che nessuno l’avrebbe mai trovato all’altezza del nome che portava, dunque aveva rinunciato a vivere.
Anis e Ali lo ospitavano, di quando in quando. A casa loro c’era sempre uno spazzolino in più, una tuta o un pigiama di fortuna. Quando Rei non rientrava la sera, l’apnea dell’attesa finiva con una telefonata: Shimada o Morizumi gli confermavano che stesse da loro.
Rei, invece, il disturbo di avvisarlo non se l’era mai preso.
“Hai provato a coinvolgerlo un po’? Voglio dire… Magari, se invece di farlo annoiare a scuola, ce lo portiamo dietro per fargli apprezzare il backstage, potrebbe…”
tetsu l’aveva fissato malissimo. “Rei, a scuola, già manca molto più di quel che potrebbe permettersi. Quanto all’organizzazione, pensi che non gli abbia accennato niente?”
Ken si era grattato pensoso la guancia. “E lui?”
“Mi ha guardato e mi ha detto queste testuali parole: ancora non ti sei stancato di fare soldi sulla pelle di mio padre? Proprio queste.”
Kitamura aveva abbassato lo sguardo. “Picchia pesante, insomma.”
“Già, direi proprio che picchia pesante.”
Rei, d’altra parte, aveva sempre avuto un atteggiamento coerente: il fatto che quella coerenza passasse per fiumi di ostilità, non era qualcosa che avrebbe potuto sorprenderti.
Yasunori era stato l’unico a leggergli dentro, in quel caso, perché Yasunori era parte integrante di un antico segreto – la parte debole, poi; quella che avevano spolpato per inebriarsi prima di tutto di loro stessi.
haido e tetsu.
Per essere gli effeminati del gruppo, non avevano mai proprio mai allentato le briglie del potere.

Yasunori gli aveva detto che il senso di colpa non poteva essere un surrogato dell’amore.
Che Rei era un ragazzino, ma non era stupido.
Che Rei era davvero solo: non gli avanzavano abbastanza ricordi per essere qualcosa di diverso da un orfano, e gli orfani sono pietà delimitata da vuoti.

“D’accordo… Ci intristiamo a morte o andiamo avanti?” aveva articolato imbarazzato Kitamura, la cui intelligenza stava anche – e soprattutto – nell’istinto con cui sapeva orchestrare tempi tragici e tempi comici, ballando sul filo della vita con l’equilibrio di un consumato saltimbanco. “Il meglio deve ancora arrivare.”
“Cioè?”
“Gackt. Kiyoharu. Yasu, tanto per cominciare. E poi Sakamoto, la Nakashima e, ovviamente, i Monoral.”
“Per stupirmi dovresti fare di meglio; finché chiamiamo in conto i fanboy, voglio dire, la partita è facile, no?”
“D’accordo. Izam e gli Shazna.”
“Che?”
Ken aveva riso di gusto. “Non è merito mio; abbiamo un santo patrono che fa miracoli quando entrano in conto le grandi ammucchiate, non lo sai?”
“Se haido è finito da qualche parte, di sicuro sta bruciando. Che cianci, Ken?”
“Yasunori Sakurazawa, genio! Chi meglio di un millantatore come Yacchan può reclutare la gente che conta?”
tetsu aveva sbuffato. “Izam non poteva vederlo haido! E gli Shazna…”
Ken aveva deciso di chiudergli la bocca accendendo quella maledetta Marlboro. “Ha reclutato tutti proprio tutti quelli che hanno cominciato con noi. Persino gente che avevo rimosso, e tu ti lamenti?”
tetsu si era alzato e aveva aperto la finestra, poi gli aveva sbattuto davanti un posacenere che Ken aveva fissato schifato.
“Un Mukimpo? Ma non avrai qualche grave problema sessuale, tetchan?”
Non si era preso il disturbo di rispondergli.
“A questo punto, però, l’assembramento delle prime donne ci creerà qualche difficoltà, no? Per dirti… Gackt e Takanori… Come ne usciamo?”
Ken aveva tirato una lunga boccata. “Li leghiamo con un bel peso ai piedi e li buttiamo nella baia di Tokyo. Conosco un sacco di pesci che sarebbero felici di suicidarsi con un’alternativa organica al mercurio!”
tetsu aveva sollevato sarcastico un sopracciglio.
“Ok, la smetto di svendere il mio eccellente senso dell’umorismo per un musone come te. C’è un’altra buona notizia che vale la pena di dividere e, a questo punto, ti serve per riequilibrare il karma.”
tetsu si era seduto di nuovo, sprofondando nella poltrona di pelle con languido abbandono.
“Cosa?”
Ken gli aveva regalato il solito ghigno compiaciuto e furbissimo. “Le scuole del Kanto saranno tutte chiuse quel giorno! Yacchan ha convinto Hidetaka e la mozione è passata!”
tetsu aveva aperto la bocca.
“Non è meraviglioso, tetchan? La mafia ci ha quasi salvato il culo mentre la nave affondava al varo, e adesso i poteri forti tornano a noi!”
Ogawa aveva scosso il capo. “A volte mi chiedo com’è che sopravviva tanto un’amicizia. Lo sai, Kenchan?”
Kitamura si era grattato serafico la guancia. “Bevo poco, scopo molto e rispetto i limiti di velocità. Ecco come si diventa immortali!”

E haido beveva troppo, amava poco e, chissà perché, quel mattino aveva deciso di correre.
Incontro a niente, eppure incontro alla propria stessa immortalità.