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Fictional Dream © 2009 (25 marzo 2009)
I L’Arc~en~ciel (nella prima formazione major, Tetsuya Ogawa, Ken Kitamura, Hideto Takarai e Yasunori Sakurazawa, poi Yukihiro Awaji in luogo di quest’ultimo) sono uno dei più celebri gruppi di musica rock-pop giapponese.
L’autrice non intrattiene con i succitati artisti alcuna relazione di tipo economico-collaborativo.
Questo testo narra eventi di pura fantasia, destinati al diletto e all’intrattenimento di altri fan: non persegue alcun intento diffamatorio (né pretende di dare informazioni veritiere sulle persone di cui tratta) o finalità lucrativa.
L’intreccio qui descritto rappresenta invece copyright dell’autrice (Callie Stephanides - Fictional Dream).

*****

Quando Rei divenne parte della nostra famiglia – pochi anni, eppure un secolo fa – io avevo cinque anni.
Mamma e papà mi avevano detto che avrei avuto una specie di fratello; un fratello grande, su cui avrei sempre potuto contare. Io avrei preferito un procione. Era la seconda volta che dovevo accontentarmi: la prima avevo avuto un cane, ora mi toccava un fratello.
Rei aveva undici anni ed era molto diverso dall’idea di fratello che una bambina di cinque anni poteva permettersi. Io, per dire, nemmeno l’avevo capito che fosse un maschio. Aveva i capelli lunghi, teneva gli occhi bassi, era già alto quasi quanto mia madre.
Sembrava una ragazza, ma di quelle che a Harajuku si vestivano come i cantanti della tv: con le borchie o le divise maschili, il petto fasciato, le scarpe da ginnastica slacciate e le gambe larghe. Una donna mascolina, più che un maschio effeminato. Nessuno, del resto, avrebbe potuto dire di Rei qualcosa del genere.
Aveva undici anni e sembrava un alieno.
Papà mi aveva detto che aveva vissuto per molto tempo a Londra, ma che parlava anche il giapponese. Quando non voleva farsi capire –
e Rei non si apriva mai sino al punto da concederti quel privilegio – tornava come nulla al suo english atono e freddissimo.
English, poi, non engrish: nessuno degli adulti di mia conoscenza ne parlava uno del genere, tranne forse Morrie, ma Morrie mi aveva sempre inquietata molto e non frequentava casa nostra.
A cinque anni, insomma, mi ritrovavo un fratello che non parlava la mia lingua, ma che, soprattutto, mi comunicava una straniante familiarità.
Se dovessi spiegare nel dettaglio cosa più mi avesse colpito della sua fisionomia, dopo l’estrema ambiguità dei suoi tratti, c’era il fatto che, pur non avendolo mai visto, il suo viso fosse sempre appartenuto ai miei ricordi.
Io lo chiamavo
Alexiel, come l’angelo bellissimo di un vecchio manga di mia madre. Alexiel era una foto da cui mio padre non si separava mai, perché – diceva – era il suo portafortuna. Alexiel era una fantasia solo mia, beninteso: mio padre, Alexiel, la chiamava haido.
Se non avessi avuto appena cinque anni e il pragmatismo dei bambini, attenti solo a quel che serve sul momento, forse avrei potuto sin d’allora stabilire qualche connessione fondamentale, ma avevo cinque anni, appunto: di haido e di arcobaleni e di fiori sbocciati e poi appassiti non sapevo un bel niente.
E non sapevo nulla dei tramonti di Osaka, della baia di Wakayama, di un amore fatto solo di tradimento e di perdita. Non sapevo nulla nemmeno di un uomo bello come una donna, ambiguo come una volpe, sfuggente come un’ombra, maledetto come i quadri che campeggiavano ovunque in casa nostra e che Rei non guardava.

Rei Takarai arrivò nella mia famiglia nella primavera del duemilaquattordici: aveva capelli lunghi e occhi bellissimi; trascinava con sé un silenzio tanto denso che tra le sue volute, ti piacesse o meno, moriva anche la tua voce.
A mio padre lo dissi subito: un procione sarebbe stato più amichevole.
Rei non guardava niente, eppure, sotto le sue lunghe ciglia, i suoi occhi registravano ogni dettaglio, con un’avidità rapace. Mi presentai come mia madre mi aveva insegnato a fare: un passo avanti, un grazioso inchino – le lunghe trecce mi frustavano le guance come uno schiaffo imprevisto – e il mio nome, con orgogliosa nettezza.
Asuka Ogawa.
Rei non mi guardò. La sua indifferenza m’indispettì abbastanza da decidere che saremmo stati nemici, e come sapevano tutti i miei amichetti dell’asilo, io potevo rappresentare un avversario tutt’altro che arrendevole.
Rei, però, sembrava del tutto indifferente alla valanga di emozioni che gli grondavo addosso, con l’intermittente pungolo di una curiosità frustrata.
Chi era davvero? Da quale pianeta veniva?
Agli occhi di una bambina di cinque anni, che pure ha una vita privilegiata ed è abituata a frequentare stelle di carta, Londra è come Marte. Il Giappone era il mondo: prendere un aereo, esplorare l’ignoto. Pensandoci bene, all’epoca Tokyo bastava a esaurire tutte le mie curiosità.
“Sarai stanco per il viaggio. Ti mostro la tua stanza, Rei.”
La voce di mio padre era carica di tensione; ce n’era tanta nell’aria, che persino Ren, il nostro bassottino, si era limitato a sollevare un orecchio per abbassarlo subito dopo, uggiolando in modo penoso.
Mio padre era quel genere di persona che non perdeva mai il controllo in pubblico. Per un certo periodo della mia vita, ho pensato sul serio che fosse
quel Tetsuya – quello che guidava Mazinger, intendo.
La verità era che mio padre aveva pilotato davvero qualcosa di straordinario come
Mazinger, solo che alla fine aveva perso. L’aveva perso, anzi.
Quel che gli era stato restituito, forse, era un bellissimo senso di colpa. Vivo.

Rei si volse appena nella sua direzione; l’occhiata che gli diede, in un certo senso, m’inoculò un brivido imprevisto e uno straordinario disagio.
Le sue labbra non si erano mosse, ma gli occhi bastavano a riassumere quel che stava pensando: che quella stanza non sarebbe mai stata
sua. Non c’era nulla di suo al mondo. Nemmeno il viso di Alexiel.

Rei Takarai era nato l’undici novembre del duemilatre. Per un lungo, lunghissimo periodo, però, fu solo un bambino senza storia, senza sesso e senza nome. A volerlo, suo padre: Hideto Takarai –
haido – la più carismatica e potente delle icone musicali giapponesi.
Nata sei anni dopo – l’undici novembre duemilanove – sapevo solo che a consegnarcelo era stata una strana lettera: una preghiera, una supplica, una truffa? Mio padre non si era concesso il minimo commento. Mia madre non pose domande, né tentò di estorcergli un’osservazione che potesse sfruttare a proprio vantaggio, per qualche querula richiesta. Tutto quel che accompagnò l’attesa di quel fratello non richiesto, fu il silenzio di tomba con cui – già lo intuivo – al più si accolgono le pessime notizie.
“Speriamo che nessuno sia venuto a saperlo,” aveva detto poi papà. Infine, poco prima che fiorissero i ciliegi, a Narita aveva accolto il fiore di una primavera antica.
In quei giorni contrattavo un nuovo zainetto rosso per l’asilo e il famoso procione: un fratello poteva voler dire perdere una quota significativa delle attenzioni che, sino a quel momento, erano state solo mie.
Mia madre era un’attrice ormai affermata. Quando uscivano in strada insieme, c’era sempre qualche signora che la indicava sorridendo: il suo orgoglio era anche il mio, perché sapevo cosa avrebbero pensato subito tutti.
Ero una meraviglia di bambina.
Sarei stata bellissima come lei.
Quando tua madre è un’attrice di dorama – il che implica un set fisso e orari da ufficio – e tuo padre una stella della musica – perché è un cantante, un produttore e un manager al contempo – però, di tempo per essere anche una famiglia non ce n’è poi molto.
Questo giustifica in parte il perché sia diventata a mia volta attrice che nemmeno sapevo parlare – per mia madre era un buon modo per tenermi sempre d’occhio. Questo, soprattutto, spiega perché l’arrivo di Rei mi rendesse tutt’altro che entusiasta.
C’era qualcosa, nel modo in cui mio padre sfiorava il suo nome, che mi indisponeva: l’istinto gridava oltre le parole e costruiva immagini dove s’imponevano omissioni di comodo.
Mio padre, nel suo essere profondamente giapponese, era al contempo un rivoluzionario eccentrico e volitivo, come un’icona culturale. Il suo modo di essere uomo in un Paese intriso di simboli e vincoli gerarchici e stereotipi rassicuranti non concedeva davvero molto alla tenerezza. Aveva un bel sorriso e una vena più emotiva che non sentimentale, ma non rendeva facilmente le armi e il suo anticonformismo non mancava del tutto di severità.
Mi ascoltava davvero: le palpebre socchiuse e l’espressione concentrata con cui componeva o suonava. Quelli erano i momenti della mia invisibilità; seduta, ai suoi piedi, lo sentivo svanire oltre la nebbia densa della sua stessa ispirazione.
C’era e non c’era. Pensavo che fosse una straordinaria magia.
Rei, però, fosse solo per il fatto d’essere Rei, l’aveva messo in allarme: il suo nome fendeva la nebbia come non potevo fare io. Era un avversario di tutto rispetto.

Di lui non sapevo granché all’epoca, perché a una bambina di cinque anni non potevi raccontare una storia triste quanto quella che si portava sulle spalle. Aveva sei anni quando aveva perso entrambi i genitori nello spaventoso incidente in cui era rimasto coinvolto per primo. Ne era uscito illeso, Rei, ma non aveva più una famiglia.
Sua madre, Megumi Oishi, era incinta della sorella che non avrebbe mai avuto. La chiamava sempre, Rei, la sua Yuki quando sentiva il bisogno di spezzare il silenzio. Con quella bambina immaginaria parlava per ore e ore.
Pensandoci bene, di Yuki ero mille volte più gelosa di quanto non lo fossi mai stata di Rei.
Non sapevo nemmeno del testamento che haido aveva già depositato, imprimendovi il proprio sigillo. Era un tipo strano, il padre di Rei: per la morte aveva sempre avuto una strana ossessione, quasi immaginasse che sarebbe morto giovane.
Aveva quarant’anni, quand’era successo; il giorno del sesto compleanno di Rei. Quel documento era stato anche la ragione profonda del suo improvviso precipitare nella mia vita: mio padre, cioè, era colui che Hideto Takarai aveva indicato come eventuale tutore legale del suo unico erede, laddove fosse rimasto solo. Non i suoi genitori e nemmeno la famiglia di Megumi, che pure gli avrebbe senz’altro assicurato un’esistenza all’altezza del nome che portava, ma mio padre. Tetsuya Ogawa.
Perché?
La risposta a questa domanda sta nella storia che sto per raccontare: una storia lontana nel tempo, ma vicina al mio cuore, perché quel che ci mosse tutti – tutti quanti
– in quei giorni fu una frenesia di vita e verità e ricerca che forse non sperimenterò più. E ci fece male e ci fece bene – fece bene a me e a Rei – specchiarci nel passato della vita dei nostri padri, per scoprire che, come loro, saremmo stati un giorno solo figli di noi stessi e del coraggio delle nostre scelte.

haido aveva voluto che mio padre ricevesse il bene più prezioso dell’intero asse ereditario, ma, sul momento, Rei era stato comunque preso in consegna dai genitori di Megumi. tetsu avrebbe potuto anche opporsi, ma non lo fece, perché di mezzo c’era la vita di un bambino che il Destino aveva già colpito a sufficienza. Non era un bene su cui contrattare, ma qualcuno cui voler bene.
I nonni materni si erano ritirati a Londra, seguendo il fratello di Megumi, che era un dirigente di successo, e lì l’avevano cresciuto, finché il peso di quell’adolescenza imminente non si era fatto tanto gravoso da incrinare persino l’affetto di un nonno.
O forse era proprio Rei – quel suo viso così simile a quello paterno
– l’autentico problema.

Quello tra haido e Megumi non era stato un matrimonio privo di ombre; un cantante non era il migliore dei partiti possibili per una ragazza alto-borghese. Megumi non era come mia madre: in tv era approdata per caso, ma restava una figlia della Tokyo bene, una di quelle che vestiva la divisa della scuola privata più prestigiosa e il cui padre giocava a golf ogni domenica.
haido – lo diceva una leggenda che conoscevano tutti, e che era pura verità – era un morto di fame, figlio di due hippy che per sposarsi erano scappati di casa. Era un saltimbanco, bellissimo e ambiguo; uno che su quegli occhi da cerva aveva costruito un impero.
Eppure, dei due – della brava ragazza dal viso pulito e del rocker dai boccoli rossi – era sopravvissuto proprio haido: nella bellezza di Rei, negli occhi di Rei, nel modo sempre un po’ sfuggente ed obliquo con cui ti guardava, Rei. Una Monna Lisa. Come haido.

Nessuno può giudicare cosa muova l’affetto o il dolore di un altro: non l’avrei fatto a cinque anni, come non lo farei ora che di lustri ne sono passati tre da quel giorno. Preferisco pensare che Rei fosse già a quei tempi un bambino difficile, che la cultura occidentale rendeva aggressivo e sfuggente. Forse avevano pensato a mio padre, perché tutti rispettavano Tetsuya Ogawa: il suo talento e la sua onestà profonda, persino la dignità dimessa con cui aveva accettato di seppellire il suo più grande sogno.
Mio padre si era sposato, aveva avuto una bambina; era un imprenditore di successo, con una propria linea d’abbigliamento e una label indipendente; era quel genere di adulto che, forse, avrebbe potuto trasformare Rei in qualcosa di meglio di quel che promettevano i geni.
Peccato che tetsu fosse anche l’ultima persona al mondo cui potessi chiedere di seppellire per sempre haido.

Io sono una donna: essere donne, in Giappone, a volte è molto più facile che non essere uomini. A una donna si chiede bellezza e silenzio. Cortesia e doppiezza. Una donna deve essere sinuosa come una curva. L’uomo è una retta.
Il nostro tempo è una spirale che racconta, dunque, dov’è che stia davvero l’anima del potere.
Cosa significa essere Rei Takarai?
A undici anni, forse Rei già sapeva che lo guardavano tutti non per quello che era, ma per quel che rappresentava. Tutto quel che avrebbe fatto o potuto fare – o dimenticato di fare – sarebbe stato passato al setaccio di una lente spietata.

Suo padre avrebbe fatto questo.
Suo padre avrebbe scelto quest’altro.
Suo padre non l’avrebbe detto.
Suo padre era così.

haido, mi confessò mio padre, era una di quelle creature che non potresti mai inventare, perché nella sua banalità estrema – aveva un nome comunissimo, gusti dozzinali, una parlata che agli esordi era intrisa della pesante cadenza del sud – ti regalava l’inaspettato miracolo di un anemone. Era il seme di un tulipano che a fioritura completa scoprivi screziato.
La sua strana bellezza – ma era davvero bello, haido? O non riusciva piuttosto a stregarti sino a trasformarsi in quel che volevi? – era solo la punta estrema di un avvincente mistero: il suo straziante talento poetico, per dire; la morbosa magia delle sue tele; la densità macabra di ogni autoritratto; una sessualità ambigua che, unita a una sensualità istintiva, ne aveva fatto un oggetto del desiderio quand’era già molto oltre l’età di un teen-idol.
Rei – che era bello davvero; lo era al punto da respingerti, perché quello è anche l’effetto che procura la perfezione – non parlava mai del
suo haido privato: del padre giocattolo che lo abbracciava senza riserve, che mai gli avrebbe chiesto d’inghiottire le lacrime della paura e della vulnerabilità.
haido era figlio di una coppia di sognatori: era nato rompendo gli schemi della decenza familiare ed era cresciuto con la profonda convinzione che il pudore dei sentimenti fosse la vigliaccheria di un mondo morto. Mio padre mi raccontava – con l’imbarazzo addolcito della nostalgia – la fisicità estrema di quel ragazzo-bambina di Wakayama, che cercava attenzioni e coccole con la devozione di un cane; che parlava con il suo corpo, che cercava le tue mani, che ti si offriva come un fiore.
Rei era stato il frutto inaspettato di una relazione entrata presto in crisi e vissuta come un’espiazione: se mai haido aveva amato davvero Megumi, forse era stato solo dopo la nascita di Rei, per quel bambino che gli aveva regalato.
Per quel bambino che aveva voluto al punto da consegnarlo all’altro grande amore della propria vita.

Rei aveva trascorso i suoi primi sei anni in una culla calda, accogliente, affettuosa; senza ruoli, senza maschere, senza costrizioni. A sei anni, non solo l’aveva perduta, ma si trovava a fare i conti con un’eredità che non avrebbe mai voluto nessuno: quella di figlio di un idolo di carta o di stoffa.
Mio padre ha voluto molto bene a Rei, ma è sempre stato abbastanza onesto da dirsi che non l’avrebbe mai amato come haido; di questo si è sempre fatto una colpa, come forse di non aver saputo domare la storia abbastanza da imprimerle un corso del tutto diverso.
Se solo avessero avuto il dissennato coraggio con cui avevano costruito un arcobaleno di note, haido e tetsu non avrebbero mai trasformato in rancore un sentimento che aveva tutt’altro nome. Rei ed io, però, non saremmo mai nati, né ci sarebbe stata, forse, una storia da raccontare.
Sarebbe stato un bene?
Sarebbe stato un male?
L’unica canzone che Rei abbia scritto in giapponese s’intitola
Neji ed è dedicata a suo padre. La prima volta in cui gliela sentii cantare, aveva sedici anni e già sognava di morire, perché se nella vita porti la faccia di un morto, sei polvere al cielo. Poco altro.
Neji parla di una bambola di porcellana con uno spillo infisso nel cuore; una bambola di porcellana dagli occhi vuoti e dall’espressione tragica. Il bambino vorrebbe vederla sorridere e la libera dalla tortura dello spillo, ma la bambola si sgretola perché quello spillo è il suo povero cuore, e il mondo va in pezzi, perché la bambola stessa è il cardine su cui poggia.
Rei parlava di se stesso e del
suo haido; della ferita che la morte dei genitori gli aveva lasciato dentro, e del collasso culturale di cui era vittima.
È Rei che mi ha trasmesso l’ossessione per Murakami ed è con lui che ho letto per la prima volta
L’Uccello che girava le viti del Mondo, senza capirne nemmeno una parola.
All’epoca ero già una quindicenne pazza di lui; pazza in silenzio, come una povera stupida: gli anni mi avevano tolto tutta la sfacciata sicurezza con cui solo cinque anni prima gli avevo dichiarato il mio amore. Cinque anni prima, però, Rei dormiva ancora impaurito sul fondo di una privatissima tana, aspettando quieto che arrivasse un uccello incantato. E quando lo stridere frenetico del suo becco si fosse fatto assordante, forse avrebbe dimenticato il silenzio profondo della propria maledizione.

Quanto sottile è del resto l’ombra di una vite?