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c'è un amore che non muore mai più lontano degli dei (a sapertelo spiegare che filosofo sarei)

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superbia

Quando ci pensa davvero, una volta solo - per quanto si possa essere soli in compagnia costante di qualcuno che è al tempo stesso il tuo assassino e la tua vittima - Nicolò si convince che tutto sia iniziato a causa della superbia. 

In ginocchio sulla sabbia del deserto, sulla pietra rovente, sui pochi fili d'erba che riescono a trovare nelle oasi, Nicolò prega per una risposta a quel castigo divino, e tutto quello a cui riesce a pensare è che questa non può essere altro che la punizione per qualcosa di enorme. 

"Dimmi cosa devo fare, Signore," Nicolò prega ogni notte, ma Dio rimane come sempre chiuso nell'assordante silenzio che lo circonda dalla prima volta che Nicolò ha implorato per una guida, per una risposta. 

Yusuf borbotta qualcosa sul non poter sempre contare sugli ordini di qualcuno, e Nicolò non ha mai rimpianto così tanto le quattro parole in arabo che effettivamente conosce.

Ripensando a tutto quello che è successo, a tutto quello che ha visto - e quando chiude gli occhi, Nicolò vede le fiamme, sente le urla e il pianto dei bambini, non riesce a dimenticare nessuna parte della distruzione alla quale ha preso parte -, Nicolò conclude che Dio lo sta punendo per la sua superbia. 

Per aver pensato, creduto di essere superiore ad un'altra creatura di Dio, per aver creduto che qualcuno di umano potesse essere principio e fine del proprio essere. Nicolò, con la sua superbia e arroganza, ha offeso Dio, e Dio lo sta punendo per questo negandogli la morte, giusta o meno. 

(Nicolò non può fare a meno di domandarsi, però, se questa è la sua punizione che cosa spetta a tutti gli altri? Che cosa spetta a papi, vescovi, cardinali, re, principi e sovrani se Dio ha ritenuto di punire così lui, un umile nessuno?) 

La domanda vera, questo Nicolò continua a ripetersi per non pensare alla sabbia rovente del deserto e alle ferite sui suoi piedi che si aprono e si rimarginano e si riaprono di nuovo nel giro di pochi minuti, non è perché a me, ma cosa posso fare per espiare la mia colpa?

Nicolò comincia evitando di rispondere quando l'ira di Yusuf prevale su tutto il resto, quando il suo inatteso compagno di viaggio lo accusa di tutto quello che Nicolò ha effettivamente fatto.

Yusuf gli urla addosso, quando la memoria del sangue e delle urla e del fuoco diventa troppo da sopportare, e se un tempo questo avrebbe portato entrambi alle armi, Nicolò rimane in silenzio e accetta ogni singola accusa. 

Siete venuti a rubare, uccidere, violentare, sterminare, prendere quello che non è mai stato vostro, perché credete di essere nel giusto, credete di essere meglio di tutti gli altri e non siete niente, niente, niente. 

Nicolò abbassa la testa e non risponde, perché in cuor suo sa perfettamente che Yusuf non ha mai davvero avuto torto.

 

ira

Ci sono volte in cui rimanere in silenzio e accettare la propria penitenza non è possibile, non con il fuoco che ancora arde senza sosta nel cuore di Nicolò, non quando le parole di Yusuf diventano tante, troppe, troppo forti, troppo intense.

Nicolò è sempre stato più a suo agio nel silenzio, quando si nascondeva per ore da bambino o nella contemplazione del chiostro e della preghiera, e a volte reggere tutto quello che sta succedendo, tutto quello che è successo e il veleno nella voce di Yusuf (e il terrore di aver sbagliato ogni singola scelta della propria vita e l'angoscia di non avere più alcuna certezza alla quale aggrapparsi) è troppo.

Sono quelli i momenti in cui, per una parola di troppo di uno o dell'altro, Nicolò si ritrova faccia a faccia, lama a lama con Yusuf, il fiume di fuoco ed ira che scorre nelle sue vene sua unica sua fonte di sostentamento, l'unica cosa che riesce davvero a scuoterlo fino in fondo.

"Non sai fare altro che uccidere," Yusuf accusa, la spada di Nicolò piantata nel fianco, ignorando volutamente il sangue che bagna le labbra di Nicolò che si accascia a terra, un taglio netto alla gola che, misericordiosamente, lo porta alla morte in poco tempo.

(La morte è veloce, il dolore è il benvenuto, e niente riesce a purificare i suoi peccati.)

Ci vogliono mesi nel deserto prima di incontrare qualcuno che non siano loro stessi. Mesi e mesi prima che si imbattano in disertori franchi.

Nicolò non ha mai sentito l'ira scorrere dentro di sé come quando vede una spada che non è la sua trapassare il corpo di Yusuf. Yusuf cade a terra, in ginocchio, un suono di dolore che sfugge dalle sue labbra, e Nicolò smette di vedere quello che lo circonda. 

Quando si guarda intorno, minuti che sembrano centesimi di secondo più tardi, Nicolò vede solo il sangue. Non ricorda quello che è successo, ma a giudicare dal quantitativo di sangue e di corpi sparsi intorno a lui, i disertori non saranno più un problema. 

Yusuf rinviene con un respiro spezzato e tossendo sangue, e prima che possa accorgersene, Nicolò è al suo fianco, pronto a sostenerlo quando si rialza. 

"Stai bene?" Nicolò chiede, domandandosi il perché esattamente come Yusuf, che chiede con un sorriso sornione non vorrai avere l'esclusiva sul diritto di uccidermi? 

Nicolò non ride, perché quello che sente dentro è diverso e completamente inspiegabile.

 

tristizia 

A volte tutto quello che è successo e che sta succedendo è troppo perfino perché Nicolò venga inghiottito dall'ira. Quelli sono i momenti in assoluto peggiori perché la rabbia e il disprezzo e il senso di colpa sono sempre e comunque meglio che la terrificante sensazione di vuoto che avvolge Nicolò quando la realtà della sua situazione gli cade addosso. 

Non avere più certezze lascia dentro di lui un vuoto per cui Nicolò rimane spesso senza fiato, senza respiro, senza parole. 

Ci sono volte in cui è più facile chiudere gli occhi e smetter di fare qualsiasi cosa. Quanto di più vicino ad un suicidio Nicolò possa arrivare, considerato che non può morire, e senza dannare ulteriormente la propria anima. 

(E la realizzazione che tutto è troppo da affrontare da solo, e che sarà da solo per sempre, per sempre, per sempre, e che non potrebbe nemmeno volendo prendere la via più semplice è abbastanza a dare il colpo finale.) 

"Stai bene?" Yusuf chiede, una di quelle sere in cui Nicolò ha fissato per ore il fuoco senza parlare, senza rendersi conto di quello che succede intorno a lui o  del tempo che è passato.

Per un secondo Nicolò riesce perfino a convincersi di aver sentito un accenno di preoccupazione nella voce di Yusuf. 

(Non può essere, perché Yusuf lo odia, perché Nicolò è sbagliato, perché tutto quello che ha fatto è sbagliato e tutto quello in cui credeva è sbagliato, e tutto quello in cui confidava è crollato come una casa con le fondamenta erette sulla sabbia, perché Nicolò non ha più alcuna certezza, perché è allo sbando, alla deriva, senza più una direzione, senza più sapere cosa fare della propria vita.) 

"Mangia qualcosa," Yusuf interrompe di nuovo i suoi pensieri, e ancora una volta Nicolò ha perso interi momenti. La luna si è spostata, le nuvole sono sparite, Nicolò non ha idea di quanto sia passato. 

Va contro a tutto quello che Nicolò ha sempre saputo, ed è certo che da qualche parte ci sia una voce pronta a suggerirgli che questo significa non contemplare e non ringraziare Dio per tutto l'intero creato. 

Nicolò non trova più la forza di interessarsene.

(Yusuf gli cede il suo mantello, qualche minuto o qualche giorno più tardi.)

 

accidia 

Arriva il punto in cui i giorni si mischiano l'uno nell'altro, e le giornate di Nicolò sono scandite solo dai ritmi che Yusuf impone per riuscire ad uscire dal deserto più o meno incolumi. 

Non che importi davvero. 

(Esiste forse qualcosa che ancora importa?) 

"Nicolò," Yusuf chiama, ma Nicolò non riesce a trovare la forza di reagire, nemmeno nel profondo, nemmeno sforzandosi quanto più possibile. 

"Nicolò," Yusuf chiede, ma quando Nicolò trova la forza di concentrarsi sulla domanda e di non pensare al vuoto terribile e angosciante che ha nel petto, Yusuf dorme nella notte profonda e gelida del deserto. 

"Nicolò," Yusuf istiga, cercando di spingerlo e pungolarlo fino a prendere le spade e combattere. Nicolò lo guarda, occhi spenti e labbra tirate, e la spada cade a terra. 

Quella è la prima notte in cui sognano delle due donne. 

Nicolò si sveglia di soprassalto, pochi secondi prima di Yusuf, e basta un solo sguardo per capire che entrambi sanno.

"Le hai sognate anche tu?" Yusuf chiede, quasi senza fiato, e non ha bisogno di specificare nessun dettaglio, perché entrambi sanno perfettamente e chiaramente di aver fatto lo stesso sogno, e che quel sogno è reale tanto quanto loro. 

"Erano due donne, cavalcavano in battaglia. Non ho riconosciuto la fattura dei vestiti," sono le prime parole che Nicolò pronuncia da giorni (settimane? mesi?) e Yusuf quasi rimane a bocca aperta.

Comincia a ridere, poi, qualche istante più tardi, spingendo Nicolò per la spalla in un gesto che è chiaramente solo amichevole.

"Dovremo ringraziarle, quando le troviamo, per averti ridato il dono della parola. Stavo cominciando a pensare che non ti avrei mai più sentito chiamarmi demone."

Un'ondata di vergogna si abbatte nuovamente su Nicolò, il che è terribile e confortante allo stesso tempo. Qualsiasi cosa è meglio del nulla che l'ha inghiottito fino a questo momento, qualsiasi cosa è meglio dell'apatia, ma la vergogna gli chiude la gola e lo costringe ad abbassare lo sguardo a terra. 

(Una voce dentro di lui suggerisce che questo è tutto tranne quello che dovrebbe fare, che la vergogna bruciante e il silenzio sono tutto tranne che espiazione, che il silenzio e l'apatia contribuiscono solo a rafforzare il suo peccato. Nicolò non è mai stato bravo con le parole.) 

"Pensi che siano come noi?" Nicolò si sforza di chiedere, e non gli sfugge il sollievo palpabile dipinto sul volto di Yusuf.

"Penso che ci sia un motivo se entrambi le abbiamo sognate. Penso che ci sia un motivo se ci siamo trovati. Non so quale sia, ma sono pronto a scoprirlo."

Una parte di Nicolò preferirebbe chiudere gli occhi e non riaprirli mai più. Sarebbe più facile, meno doloroso, ci sarebbe meno vergogna, meno timore, meno cose che Nicolò non è in grado di affrontare. 

Ma forse è proprio questo che Dio vuole. 

Nicolò non è più certo di quale possa essere la volontà di Dio, e se prima i pilastri della sua fede erano saldi, ora è tutto più complesso, tutto più difficile. 

Nicolò incrocia lo sguardo di Yusuf, la convinzione nei suoi occhi, la gentilezza che non avrebbe dovuto dimostrare nei suoi confronti, e pensa che forse, per la prima volta nella sua vita, Dio gli sta dando un segnale più che chiaro.

 

gola 

Uscire finalmente dal deserto è una sensazione che Nicolò non avrebbe mai potuto immaginare.

Il deserto stesso è qualcosa che Nicolò non avrebbe mai potuto immaginare, qualcosa di incredibile per lui, abituato al rumore del mare, al porto sempre affollato di Genova, all'odore del sale e dell'acqua sempre nelle narici. 

Uscire dal deserto, trovarsi davanti la prima piccola cittadina dopo mesi, è quanto di più vicino a Dio Nicolò si sia sentito negli ultimi anni. 

Sono ancora lontani dal mare, da acqua che non sia raccolta con fatica da un pozzo, ma a Nicolò tanto basta per sentirsi rinato. 

La vista di altre persone, dopo tutta quella solitudine, sembra far bene anche a Yusuf, tanto che di comune accordo decidono di fermarsi per qualche giorno nella piccola cittadina prima di riprendere il cammino verso Alessandria (cosa a cui Nicolò cerca di pensare il meno possibile, perché l’angoscia di quello che lo aspetta nel futuro è sempre troppa.) 

La prima volta che Nicolò vede Yusuf sorridere - un sorriso vero, sincero, non una smorfia o un sogghigno-, è merito del cibo. 

Ci sono molte cose che Nicolò ha intuito di Yusuf solo grazie alla sua osservazione, e ci sono ancora moltissime cose di lui che Nicolò non conosce, non sa. L'amore per il cibo è una di queste. 

Il deserto è stato tutto tranne che clemente con loro, tra la mancanza di acqua e di cibo e il fatto che nessuno dei due fosse in alcun modo equipaggiato ad affrontare la traversata. Mesi nel deserto, senza cibo né acqua, hanno portato a più di una morte per mancanza di sostentamento. 

La prima volta che Nicolò vede Yusuf sorridere, l'altro uomo ha i denti affondati in un qualche tipo di dolce che Nicolò non ha mai visto prima e che basta a far venire anche a lui l'acquolina in bocca. 

"Ah, amico mio," Yusuf esclama, ovviamente non rivolgendosi a Nicolò. "Questo è sicuramente uno dei miei giorni più felici su questa terra, ed è tutto merito del tuo talento."

Il venditore risponde con una risata alla cascata di complimenti che Yusuf gli riserva e offre una seconda porzione in regalo, che Yusuf divora senza neanche battere ciglio.

(Nicolò pensa che potrebbe radere a zero intere città e interi continenti per vedere quel sorriso di nuovo. Poi pensa che questo potrebbe essere uno dei motivi per cui Yusuf di solito non sorride a lui.) 

"Be', ne valeva la pena. Adesso prepariamoci di nuovo a mesi di nulla o, se siamo molto fortunati, a mesi di pane stantio e pessime razioni." 

Nicolò annuisce in silenzio, Yusuf sbuffa, ed entrambi si dichiarano d'accordo nel voler spendere ancora qualche giorno in città, anche solo per avere un minimo di riposo. 

Il secondo giorno, Nicolò trova lavoro in una delle botteghe meno affollate, dove per qualche incredibile motivo il proprietario non lo caccia via dopo averlo visto per bene in viso e averlo sentito parlare nel suo arabo stentato. 

Nicolò passa la giornata a trascinare barili in giro per le strade, a spalare letame dalla piccola ma molto utilizzata stalla, a lavare pavimenti su pavimenti fino a quando le sue mani non sono particolarmente rosa e sensibili. Il che, comunque, dura soltanto qualche secondo.

Quando Yusuf rientra nel minuscolo alloggio che hanno trovato, sul letto c'è l'intero equivalente di un'intera giornata di lavoro in dolci, paste, torte salate e quant'altro. 

"Che cos’è tutto questo?" Yusuf chiede. Nicolò fatica a tenere gli occhi aperti, ma si sforza per poter vedere il risultato di una giornata intera.

"Non saprei. Devi aver fatto colpo sul mercante di ieri.”

Il sorriso di Yusuf splende più del sole, e Nicolò dorme per una volta senza incubi.

 

avarizia 

"L'uomo che viaggia insieme a te... puoi dirmi qualcosa su di lui?" la figlia del fornaio chiede, e Nicolò vorrebbe essere cieco e sordo per non vedere e sentire il chiaro interesse della ragazza, il modo in cui si illumina ogni volta che Yusuf è vicino, il modo in cui lo guarda, i sorrisi e le gentilezze che gli rivolge. 

"Viaggiamo solo insieme, non siamo amici. Non lo conosco così bene." 

Yusuf preme il palmo della mano contro la fronte quando è particolarmente concentrato su un disegno, smette appena se ne rende conto e ricomincia nell'esatto momento in cui torna ad immergersi nel suo lavoro. 

Yusuf ha una passione, agli occhi di Nicolò particolarmente sproporzionata, per le arance. Più sono dolci e mature, più Yusuf è contento. 

Yusuf preferisce l'acqua dei fiumi, dei laghi, dei ruscelli, delle oasi, perfino quella dei pozzi quasi estinti piuttosto che l'acqua del mare. (Nicolò non capirà mai come sia possibile amare qualcosa più del mare. Amare qualcuno più del mare, quello è un altro discorso ancora.)

I ricci morbidi di Yusuf non reagiscono bene all'acqua salata, e ci sono poche cose che Yusuf trova più fastidiose del sale che gli indurisce i capelli. 

Yusuf adora raccontare storie, specialmente quando può esagerarne i dettagli e ricavarne un racconto epico quasi dal nulla. 

Yusuf ama i colori accesi, il caos dei mercati, i dolci, il rumore della pioggia, la sensazione di bagnato sulla pelle dopo essere stati fermi sotto la pioggia per ore - e i capelli bagnati, perché comunque non è acqua salata. 

Yusuf ha un debole per i cani, ma per quanto dica di non apprezzare i gatti, tenta sempre di avvicinare ogni singolo randagio che trova - per poi borbottare quando i gatti puntualmente finiscono per avvicinarsi a Nicolò. 

Yusuf detesta sprecare cibo e acqua. Nicolò non sa se sia qualcosa di dovuto a ciò che hanno passato o meno, considerato che lui stesso non reagisce bene all'idea di sprecare il cibo quando morire di fame è una delle cose peggiori che abbia mai provato. 

Gli occhi di Yusuf cambiano sfumatura a seconda di quello che li circonda, risplendono di una sfumatura più calda al sole e sono più scuri e più profondi quelle poche volte che si avvicinano al mare. 

Yusuf è abituato ad avere intorno altre persone, risplende della loro presenza, ama aiutare, conversare, dialogare, ridere, scherzare e perfino discutere con perfetti estranei. 

Yusuf si morde il pollice quando sta pensando a qualcosa di serio o di importante, specialmente la sera, quando entrambi sono soli in compagnia dei propri pensieri.

Yusuf ha una famiglia numerosa, Yusuf ha sempre voluto viaggiare e vedere il resto del mondo, Yusuf ha l'animo e le capacità di un artista (Nicolò non ha mai ricopiato niente di bello quanto i versi che Yusuf declama, che siano essi della penna di altri o della sua stessa mano) ma la ferocia e le abilità di un guerriero.

Yusuf ha orecchio per le lingue ed è sempre desideroso di impararne di nuove, anche solo poche parole, ed è generoso abbastanza da sprecare il suo tempo tentando di aiutare Nicolò a fare lo stesso.

Yusuf apprezza il buon cibo, ma apprezza ancora di più la compagnia del mangiare insieme a qualcun altro. Yusuf apprezza le belle cose, i bei paesaggi, le belle città, l'arte, le belle donne e i bei ragazzi. 

(Nicolò non è neanche lontanamente così stupido da non accorgersene.) 

Yusuf ama la musica, la letteratura, l'arte, la pittura, la scrittura, il cibo, la compagnia, le person, gli animali, il mondo intero. Yusuf splende di un amore tale per il creato che Nicolò è costretto a distogliere lo sguardo, quando il suo cuore minaccia di cedere. 

Eppure ci sono poche cose spaventose quanto la rabbia di Yusuf. Yusuf, che però odia poche cose, e non è facile vederlo in preda alla rabbia o all'ira. 

(Yusuf odia poche cose, fino a poco tempo fa Nicolò era di certo una di queste. Ora Nicolò non lo sa più, e questo è forse peggio. Aspettare il momento in cui Yusuf se ne andrà per la sua strada e Nicolò sarà di nuovo senza terra sotto i piedi, solo, per più di un motivo.) 

"Non siamo amici," Nicolò ripete, rivolgendo un sorriso mesto alla ragazza che sospira e torna a badare alla propria merce.

Nicolò prende ogni singolo dettaglio, ogni singola parola, ogni singola memoria, e chiude tutto nel profondo del proprio petto. Il Nicolò di anni prima avrebbe commentato questa ennesima meschina avarizia che risiede dentro al suo cuore.

Nicolò prega il suo Dio per il perdono, ma continua a tenere stretta ogni singola cosa che ha scoperto o imparato nel tempo su Yusuf. 

Se questo è tutto quello a cui può aspirare allora ben venga, nessuno potrà mai portarglielo via.

 

invidia 

Con il tempo, Nicolò scopre che il tempo passa in modo diverso quando non puoi morire. 

Nicolò non sa esattamente se il problema sia quello, se sia il fatto che lui e Yusuf viaggiano senza meta (trovare le due donne senza avere idea di dove siano risulta molto più complicato del previsto), se sia il fatto che spesso Nicolò si chiude nei propri pensieri asfissianti e non si rende conto del tempo che passa.

Se sia il fatto che sono sempre e solo loro, Nicolò e Yusuf, Yusuf e Nicolò. 

Le cose tra di loro vanno meglio, ma questo non significa che sia facile passare ogni singolo minuto della propria giornata con qualcuno che non ti sei scelto. 

Il deserto e le zone limitrofe del deserto durano quella che sembra essere un'infinità di tempo, ma è solo quando il nulla lascia spazio alle città in fiore che Nicolò si rende davvero conto che forse la solitudine non è così male. 

Yusuf prospera in mezzo agli altri, mentre Nicolò è sempre stato meglio da solo, immerso in solitudine e contemplazione e preghiera e contemplazione e preghiera. 

(E guarda dove tutto ciò l'ha portato.) 

Alessandria non finisce per essere un problema nel modo in cui Nicolò aveva creduto, ma lo diventa in un altro. Yusuf non lo abbandona una volta fuori dal deserto, e Nicolò è costantemente diviso tra Yusuf non l'avrebbe mai fatto e cosa ho fatto per non meritarmelo? 

Nessuno dei due ha la più pallida idea di dove si trovino le due donne, e nessuno dei due vuole davvero tornare nel deserto, quindi la decisione successiva è quella di seguire le rotte commerciali e rimanere nelle grandi città - o spostarsi verso di esse, nella speranza di sognare qualcosa che li aiuti o che i sogni delle due donne possano condurle a loro. 

Nicolò si trova sempre più spesso inghiottito dalla folla di persone che abita le città, così uguale e così diversa a quella di Genova, che al confronto ai suoi occhi diventa infinitesimale. 

Yusuf è a proprio agio, Yusuf ha viaggiato, Yusuf conosce le lingue, Yusuf sa stare in mezzo alla gente, Yusuf sa mercanteggiare con i venditori, Yusuf sa trovare ad entrambi lavori per poter sopravvivere. 

Nicolò non è adatto a niente di questo. Lui, con i suoi silenzi cupi e i suoi occhi strani che spaventano le persone e il suo sangue sulle mani e i suoi sentimenti, pensieri, desideri contorti nascosti nel petto. 

Nicolò rimane in disparte, alle spalle di Yusuf, come un'ombra particolarmente protettiva. 

Nicolò osserva Yusuf che ride, che fa amicizia facilmente ovunque mettano piede, che piace a tutti, che è apprezzato ovunque, e sente una sensazione dentro alla quale non sa dare un nome. 

(Vorrebbe che si trattasse di ira, sarebbe molto più facile se si trattasse di quello.) 

La prima volta che Nicolò vede Yusuf con una donna, la sensazione diventa ancora peggiore di quanto già non fosse prima, fino ad arrivare al punto in cui Nicolò sente solo il bisogno di inginocchiarsi e chiedere perdono per l'ennesimo tra i suoi peccati. 

Le mani di Yusuf sembrano enormi sul corpo minuto della donna, e il sorriso di Yusuf è splendente e luminoso come il sole.

Nicolò chiude gli occhi quando i due si baciano, e lascia l'ombra che lo nascondeva a malapena dietro la finestra per la sicurezza della notte.

"Non sei tornato a dormire," Yusuf commenta gioviale il giorno successivo.

Nicolò lo guarda senza riuscire a rispondere. 

La prima volta che Nicolò vede Yusuf con un uomo, l'orribile cosa che ha dentro al petto si apre e lo inghiotte del tutto. Non sa dare un nome a quello che ha dentro, al modo in cui il suo stomaco si aggroviglia quando Yusuf spinge l'uomo contro il muro della piccola casa in cui sono alloggiati. 

Nicolò non sa dare un nome al modo in cui il suo respiro si strozza in gola quando Yusuf intreccia le dita nei capelli dell'uomo per fargli inclinare la testa. 

Yusuf mormora qualcosa di intelligibile all'orecchio dell'altro, l'uomo sorride, Yusuf sorride e Nicolò stringe le mani a pugno così tanto che le sue nocche sbiancano, e il segno rosso delle sue unghie conficcate nel palmo sparisce solo pochi secondi più tardi. 

Nicolò non ha più il controllo sul suo respiro, sulle sue gambe, sulla sua abilità di muoversi e allontanarsi il più in fretta possibile da lì.

Gli anelli alle dita di Yusuf brillano alla luce della luna, brillano contro la pelle dell'altro uomo e Nicolò si chiede con un brivido se siano freddi contro la pelle, tanto freddi quanto caldo è il respiro di Yusuf, la pelle di Yusuf.

La stretta al petto si fa ancora più opprimente, e Nicolò non riuscirebbe a muovere le gambe nemmeno volendo. (Vuole? O questo è il massimo a cui Nicolò potrebbe mai aspirare? Poco più di quello che sogna già fin troppo spesso?)

Nicolò trattiene il respiro quando l'uomo si inginocchia davanti a Yusuf, forse più forte di quanto credesse perché Yusuf apre gli occhi di scatto e guarda dritto verso di lui.

Rimangono immobili così, per qualche istante, secondi che a Nicolò sembrano interminabili, prima che il respiro torni nel petto di Nicolò, che si volta e scappa da quello che ha di fronte, da quello che non riesce a togliersi dal cuore e dalla mente, né da sveglio né nei sogni.

Nicolò passa giorni in ginocchio, in preghiera, in penitenza, senza nemmeno accorgersi del tempo che passa.

Tre giorni più tardi, Nicolò è certo che Yusuf se ne sia andato per colpa di quello che è successo, per colpa di quello che Nicolò ha fatto, per colpa di quello che è Nicolò.

Dio, dammi un segno della tua volontà, Nicolò supplica, e quando apre la porta, Yusuf è ancora lì.

 

lussuria 

"Nicolò," Yusuf chiede, ma Nicolò lo ignora, contento di rimanere immobile nell'incredulità di non aver perso tutto quello che credeva di aver perso. 

Yusuf tenta di chiedere, di parlare, ma Nicolò è molto più bravo di quanto dovrebbe a cambiare discorso o ad ignorare direttamente le domande che Yusuf gli rivolge. 

Yusuf prova a parlare con tranquillità ancora e ancora e ancora, prima di perdere la calma davanti al muro impenetrabile eretto da Nicolò e sbottare. 

"Se hai qualche problema con quello che hai visto-" 

"Non ho nessun problema con niente," Nicolò risponde, e Yusuf si fa sfuggire un verso che è a metà tra una risata amara e uno sbuffo. 

"Sì, certo."

(E se Yusuf crede che il problema sia la fede di Nicolò allora tanto meglio, è una menzogna che Nicolò non sente il bisogno di correggere.) 

I giorni successivi sono tesi, e tesa è la situazione anche quando finalmente lasciano la città con la folle idea di mettersi in viaggio verso Baghdad perché forse Yusuf ha riconosciuto un dettaglio di un sogno in una descrizione sentita o letta da qualche parte.

Nicolò si sente costantemente come una corda pronta a spezzarsi da un momento all'altro, troppo teso, sottile, quasi sul punto di sparire - e se sia prossimo a sparire in un crollo di apatia o in uno di quei momenti in cui la spada è l'unica soluzione, Nicolò non ne ha idea e non è certo di volerlo scoprire.

I giorni passano in un silenzio teso. A volte Yusuf sembra preoccupato, a volte infastidito, a volte sembra sul punto di strozzarlo. 

(Nicolò fa del suo meglio per non pensare alle mani di Yusuf strette intorno al proprio collo, tra i suoi capelli, contro la sua pelle, sotto ai suoi vestiti.) 

Gli occhi di Yusuf lo seguono tutto il tempo, senza lasciargli scampo, e Nicolò fa il possibile per evitarli sempre e comunque. È consapevole che sia evidente che qualcosa non vada, specialmente considerata quella specie di tranquillo cameratismo a cui erano arrivati nell'ultimo periodo. 

Non basta comunque a cancellare la morsa allo stomaco. 

"Questa storia deve finire," Yusuf sbotta una sera, mentre Nicolò è testardamente impegnato a pulire la sua spada e la sua armatura - o i pezzi che ne rimangono dopo traversate nel deserto e il dover vendere più o meno qualsiasi cosa per procurarsi del cibo. 

"Nicolò," Yusuf tenta di nuovo, cercando di togliere la spada dalle mani dell'altro uomo. 

Nicolò non sa se questa sia la goccia che fa traboccare l'acqua fuori dal vaso, se siano invece le mani di Yusuf che sfiorano le sue, se sia la sua continua insistenza che ha finalmente fatto cadere le ultime difese che Nicolò era riuscito ad erigere.

Yusuf e Nicolò finiscono, senza nemmeno sapere chi si sia mosso per primo, lama contro lama, come se gli ultimi anni non fossero successi davvero, come se fossero ancora ad un passo da uccidersi a vicenda, come se fossero ancora sotto le mura di Gerusalemme. 

(Non è la stessa cosa, Nicolò lo avverte quando le due lame si scontrano per la prima volta. Non c'è nessun desiderio di uccidere, né di fare male, solo la necessità nascosta e bruciante di sfogare qualcosa che nessuno dei due sa come poter tirare fuori in altro modo.) 

"Si può sapere," Yusuf ringhia, più per lo sforzo fisico che per la rabbia, "che cosa ti sta succedendo? Che nuovo problema hai con me? Che cosa ti ho fatto?" 

Nicolò non si fida, ora più che mai, delle proprie parole, e lascia dunque che sia la sua spada a parlare. Nessuno dei due sembra avere la meglio sull'altro, forse perché ormai sono abituati così tanto l'uno all'altro che prendere di sorpresa risulta difficile.

Forse è proprio per questo che, quando le spade vengono quasi abbandonate per metodi più forti, Nicolò finisce per farsi sorprendere.

Nicolò non sa come succede, come la mano di Yusuf finisca tra i suoi capelli. È solo vagamente consapevole, nel caos del momento e per tentare di tenere Yusuf lontano, di aver, forse, tentato di morderlo. 

Tutto quello che sa è che Yusuf esclama qualcosa, gli tira i capelli, e Nicolò si ritrova all'improvviso in ginocchio per terra, gli occhi spalancati e nessun pensiero coerente a tenerlo ancorato alla realtà. 

"Nicolò?" Yusuf lascia cadere immediatamente ogni pretesa di rabbia - e non è questo forse testamento di quanto lontani siano arrivati? "Nicolò, ti ho fatto male?" 

Yusuf scosta la mano dai suoi capelli, ma senza quel sostegno Nicolò sembra non riuscire a stare dritto. Quando Yusuf lo tocca di nuovo, Nicolò si morde le labbra abbia fino a sentire il sapore del sangue, per evitare qualsiasi rumore possa uscire dalla sua bocca. 

"Nicolò?" Yusuf chiede di nuovo, con una preoccupazione tale nella voce che Nicolò è costretto a guardarlo. Cosa Yusuf possa leggere nei suoi occhi, Nicolò non lo sa, ma è abbastanza perché Yusuf riesca in qualche modo a capire. 

"Nicolò," Yusuf sussurra in un tono di voce così diverso dai precedenti che le mani di Nicolò tremano e il suo cuore prende a battere tre volte più velocemente di quanto dovrebbe. 

Yusuf chiama ancora il suo nome e le sue dita sfiorano le labbra di Nicolò, che si lascia sfuggire un sospiro che suona più come un singhiozzo. 

Ancora una volta, anche se per un motivo completamente diverso, il tempo passa in modo inspiegabile per Nicolò, che si ritrova nel mezzo della notte seduto davanti al fuoco, la mano di Yusuf gentilmente appoggiata sulla spalla.

Dallo sguardo sollevato e preoccupato che Yusuf gli rivolge è chiaro che stesse cercando di richiamare la sua attenzione da parecchio.

“Pensavo che non succedesse più,” Yusuf mormora, e Nicolò non sa dare una spiegazione, non sa fornire un perché, non sa in che modo iniziare a spiegare senza finire per toccare cose che non può in alcun modo dire, non ad alta voce, non a Yusuf.

“Lo pensavo anche io,” si limita a rispondere, sperando che sia abbastanza per Yusuf.

Dovrebbe aver imparato, ormai, che Yusuf non si accontenta di mezze spiegazioni e di sguardi di sfuggita.Quello che lo stupisce, però, è il modo in cui Yusuf lo guarda e sembra decidere che insistere non farà bene a nessuno dei due.

“Fa troppo freddo per dormire separati,” Yusuf commenta dopo qualche minuto, trascinando uno stupefatto Nicolò nei due giacigli combinati. La delicatezza con cui Yusuf lo tocca gli fa pensare che abbia capito anche troppo.

Nicolò non dice che non è certo la prima notte gelida nel deserto, non dice che sono sopravvissuti - o meno - fino ad adesso dormendo separati, non dice che evidentemente Yusuf lo sta facendo per altri motivi.

(Nicolò è tante cose, ma non è abbastanza folle da rifiutare qualcosa che desidera nel profondo, non quando è offerto così semplicemente.)

Yusuf dorme al suo fianco, il braccio posizionato casualmente attorno a Nicolò, che non è neanche lontanamente in grado di chiudere gli occhi e dormire, neanche quando la stanchezza della giornata si fa sentire davvero.

Nel cuore della notte, Nicolò fissa le stelle e cerca di non pensare troppo a quello che sta succedendo, cerca di tenere a bada il battito incessante del proprio cuore.

“Nicolò,” Yusuf mormora stringendo la presa, ad un passo dal viso di Nicolò. “So che non è abbastanza, ma non sei solo.”

La forza di quelle parole lo colpisce in un modo che Nicolò non avrebbe mai creduto possibile, e il resto della notte trascorre in un mix di sensazioni che Nicolò ancora una volta non sa spiegare.

 

fede 

L’alba lo coglie come una rivelazione, ancora stretto tra le braccia di Yusuf - e Nicolò deve imporsi in ogni modo di non aggiungere altro a quel pensiero -, e per la prima volta da mesi, Nicolò sente di poter respirare di nuovo.

Da quel momento in poi è come se qualcosa nel suo petto si fosse finalmente riallineato, come se quella parte di sé che prima ospitava la fiamma accesa della sua fede fosse rinata, come se il vuoto assordante che negli ultimi anni lo opprimeva avesse finalmente lasciato il posto ad un abbandono pieno e totale all’unico punto fisso dell'esistenza di Nicolò. 

E in qualche modo è perfino meglio di così, perché mai prima nella sua vita Nicolò si è davvero sentito così pieno di fede, di devozione, di amore. Mai, nemmeno una volta nelle ore passate in ginocchio sulla pietra dura, nemmeno una volta nella contemplazione delle scritture, nemmeno una volta nella sua vita. 

Yusuf sorride quando Nicolò gli porge l'ultima delle loro arance sopravvissute, l'intera terra risplende di quel sorriso, e Nicolò è così pieno di quella nuova e incredibile fede che per la prima volta da anni sente davvero il desiderio di inginocchiarsi e pregare. 

Yusuf sembra sorridere molto più di frequente. Nicolò non sa a cosa sia dovuto nel dettaglio, ma è certo che farà qualsiasi cosa in suo potere per far sì che Yusuf abbia sempre un motivo per sorridere. 

(Anche privarsi dell'ultima razione di frutta. Un piccolo prezzo da pagare per vedere il mondo illuminarsi davanti al sorriso di Yusuf e alle minuscole rughe che compaiono attorno ai suoi occhi quando sorride, e sorride davvero.) 

Nicolò passa le serate ad osservare Yusuf, a sentirlo parlare, recitare versi a memoria, a vederlo riprodurre immagini su immagini nei pochi fogli che ha a disposizione. 

Yusuf è felice di parlare, e Nicolò scopre che bastano poche parole perché la conversazione continui spontaneamente. Nicolò scopre che ci sono poche cose che lo rendono felice quanto ascoltare Yusuf parlare di qualsiasi cosa. 

Nessuno delle insistenti voci nella sua testa torna ad esprimere il proprio parere su cosa sia Nicolò, su quanto sia sbagliato, su quanto sia contro tutto quello che gli è stato insegnato, contro qualsiasi cosa Nicolò abbia mai saputo. 

Quello che sapeva, quello in cui credeva è stato spazzato via dalla fame assordante, dalle violenze insensate, dagli orrori che ha visto e sperimentato troppo da vicino. 

Per anni Nicolò ha creduto che il vuoto che aveva dentro, lasciato dalle menzogne di una vita intera, sarebbe stato la sua rovina. 

Nicolò è sempre stato un uomo di fede. 

La mancanza dei suoi pilastri, la mancanza di qualcosa in cui credere l'hanno portato più di una volta a cedere all'apatia, a sprecare il dono infinito della sua vita. 

Quello che Nicolò ha impiegato fin troppo tempo a comprendere è che quel vuoto non era destinato a rimanere tale, che quel vuoto non era segno che nulla aveva più senso nella sua vita. 

Quod Deus coniunxit, homo non separet, Nicolò si ripete ancora e ancora, gli occhi fissi su Yusuf che commenta animatamente un nuovo dettaglio di un sogno in comune che li spinge ulteriormente verso Baghdad. 

Nicolò è sempre stato un uomo di fede, e quale più grande segno di Dio potrebbe trovare di quello che è successo loro? 

Che cosa altro potrebbe voler dire questo, avere trovato qualcuno di così simile e così diverso, di essere morto e risorto per mano sua, di averlo ucciso con le proprie mani e averlo visto torna in vita una, due, tre, dieci volte, sempre al suo fianco, senza lascialo mai. Perfetto specchio di ciò che è Nicolò. 

Nicolò vede le due donne nei suoi sogni, immortali come loro, le vede brillare dell'intensità spaventosa di un amore allo stesso tempo semplice e accecante, e può forse questo essere il caso? Che altro può essere questo se non il volere di Dio? 

Dio, che gli ha tolto ogni certezza, gli ha tolto la terra da sotto i piedi per liberarlo di una fede che era marcia, sporca, lontana da quello che sarebbe dovuta essere. 

Nicolò non sa perché lui, non sa perché questo disegno divino contempli lui e non qualcuno di più forte, più degno, più adatto. E in fondo chi è lui per mettere in dubbio il disegno divino, il volere di Dio? 

Yusuf gli sorride, quando Nicolò indaga ulteriormente su un dettaglio del suo racconto, e Nicolò pensa che al mondo c'è una prova dell'esistenza di Dio, quella deve certamente essere il sorriso di Yusuf. 

Il permesso di quel primo fugace tocco, dopo giorni che Nicolò preferirebbe onestamente poter dimenticare, sembra aver convinto Yusuf che il contatto fisico tra di loro sia qualcosa di permesso, ora. 

E lo è, lo è, Nicolò sarebbe felice di farsi uccidere ancora e ancora e ancora se questo significasse poter sentire anche solo una volta ancora le mani di Yusuf su di sé. 

Nicolò non è abituato al contatto fisico, non è qualcosa che gli è stato insegnato fosse giusto chiedere, se non per ricevere una punizione. 

(Forse è questo che l'ha fatto finalmente crollare, sotto un singolo tocco di Yusuf, il fatto che se ci pensa con attenzione Nicolò non riesce a ricordare quale sia stato l'ultimo tocco non violento, non per uccidere o ferire, che ha ricevuto negli ultimi anni.) 

Nicolò non è abituato e non saprebbe come chiedere, come dare voce ai propri desideri, se anche pensasse che fosse possibile e giusto farlo. 

Nicolò è abituato alle briciole. Nicolò non chiede mai niente di più di quello che Yusuf gli concede - i loro giacigli più vicini la notte per combattere il freddo, una mano sulla spalla in un gesto amichevole, dita che si sfiorano passandosi il cibo.

A Nicolò, briciole di sole sembrano comunque infinite estati.

 

speranza

“Sembri dell’idea di seguirmi fino in capo al mondo solo perché l’ho detto io,” Yusuf commenta un giorno, mentre camminano sotto al sole rovente e cercano di distrarsi in qualche modo per non pensare a quanta sete hanno. 

(A quanto nessuno dei due sia particolarmente desideroso di morire di nuovo per la mancanza di acqua o per il troppo sole.) (A quanto è probabile che succeda.) 

Nicolò sceglie di non soffermarsi su quanto possano nascondere quelle parole. “Dici di aver riconosciuto un dettaglio del sogno, mi basta per crederti e proseguire.” 

“Anche se potrei essermi sbagliato?” Yusuf chiede con un sorriso storto che ha tutta l’aria di nascondere qualcosa di più. 

Nicolò alza le spalle in tutta risposta, e Yusuf ride. 

“Riponi un’incredibile speranza in un umile infedele,” Yusuf commenta con una delle sue risate tuonanti. Nicolò sa che Yusuf sta scherzando, che è abbastanza a suo agio con lui da dire una cosa simile ridendo, eppure la morsa allo stomaco lo prende comunque all'improvviso. 

I minuti passano in un silenzio che improvvisamente suona teso, e Nicolò è certo di poter sentire Yusuf chiedersi se si sia spinto troppo oltre, se non abbia esagerato. 

"Non ho mai chiesto il tuo perdono per quello che ho fatto." 

Nicolò si sforza di nascondere la vergogna che lo attanaglia, perché non è questa la cosa importante, perché non si tratta di quello che prova ma di quello che ha fatto. 

Yusuf rimane in silenzio per qualche minuto, lo sguardo rivolto verso l'orizzonte. "Ho passato gli ultimi anni con te, ho visto abbastanza da sapere come ti senti a riguardo." 

"Non è questo il punto," Nicolò mormora, tenendo anche lui lo sguardo fisso davanti a sé. "Non importa che tu lo sappia o cosa io provi. Quello che importa è che non ti ho mai detto quanto mi pento di quello che ho fatto. Che non ho mai chiesto il tuo perdono. Quindi questo è quello che sto facendo." 

"Hm," Yusuf commenta semplicemente, e Nicolò starebbe già avvertendo una familiare stretta allo stomaco, ansia o paura, se non fosse per il sorriso gentile che affiora sulle labbra di Yusuf qualche istante più tardi. 

(Yusuf è troppo pronto a perdonare, Yusuf è troppo buono, troppo pronto a dimenticare. Nicolò ha deciso molto tempo fa che il suo destino è ergersi tra la crudeltà del mondo e la bontà di Yusuf.) 

"D'accordo allora," Yusuf continua dopo qualche secondo, appoggiando la mano sulla spalla di Nicolò in modo amichevole.

 

E non basta per cancellare quello che Nicolò si porta dentro, no, non basta a cancellare quello che Nicolò ha fatto o quello che Yusuf ha visto, subito e cercato di fermare. 

Non basta, ma è un inizio, è qualcosa, è abbastanza perché Nicolò riesca anche solo a prendere in considerazione l'idea che un giorno potrà perdonarsi, potrà guardare Yusuf senza sentire di non meritarsi nemmeno quello sguardo. Che forse un giorno potrà meritarsi almeno l'amicizia di Yusuf.

(Non altro, mai altro, Nicolò non osa nemmeno pensare ad altro, perché ci sono occasioni in cui pensare è pericoloso, occasioni in cui Nicolò riconosce quanto sarebbe facile illudersi, quanto sarebbe semplice credere che uno sguardo di Yusuf possa significare molto altro. Nicolò lo sa fin troppo bene, e sa anche quanto sia meglio difendersi da ciò che non gli è permesso avere.)

Yusuf prosegue nel cammino e Nicolò lo segue con la stessa sicurezza di un marinaio che segue la stella polare, di un viaggiatore che segue il sorgere e il tramontare del sole.

Attraversano villaggi, città, deserti. Il loro percorso è sempre inframmezzato dalle persone che incontrano lungo il cammino - da quelle che riescono ad aiutare, perché entrambi hanno visto troppa sofferenza, troppo dolore per pensare di non cercare di aiutare quando e come possono.

Nicolò fa del suo meglio per imparare il più possibile la lingua di Yusuf, nonostante poi finiscano per dialogare in una koinè di lingue e dialetti completamente e solamente loro.

Lingue, dialetti, gesti, suoni, sguardi. I sorrisi di Yusuf che assumono sfumature di significato con il passare dei giorni, fino al punto in cui Nicolò non è più così dispiaciuto di non essere particolarmente portato per lo studio delle lingue, perché quella creata dai sorrisi e dai gesti di Yusuf è l'unica che Nicolò vuole davvero conoscere.

Yusuf li conduce verso Baghdad, Nicolò lo segue senza mai dubitare, e i sogni delle due donne diventano meno frequenti, forse in segno che si stanno avvicinando, forse ad indicare l'esatto opposto.

Nicolò affronta il dubbio e l'incertezza al fianco di Yusuf, non più solo. E se durante la notte Nicolò si bea del calore del corpo di Yusuf al suo fianco più del necessario, nessuno lo verrà mai a sapere.

 

carità

Baghdad è diversa da qualsiasi cosa Nicolò si sarebbe aspettato - così come già era stato per Jaffa, Gerusalemme, Alessandria e il deserto, al punto che forse Nicolò dovrebbe semplicemente smettere di aspettarsi qualcosa e accettare il fatto che il mondo è pieno di meraviglie indescrivibili nelle agiografie dei santi.

Yusuf li guida come meglio può tra le strade di una città enorme che ha visto solo nel frammento di un sogno e nelle descrizioni lette e sentite da altri.

La ricerca delle due donne non è totalmente infruttuosa, ma quello che scoprono dopo giorni e giorni di ricerche non è quello che avrebbero desiderato sentire dopo un lungo cammino.

Ci vuole del tempo, ma alla fine uno dei mercanti con cui parlano si ricorda delle due donne - e già questo sarebbe bastato per convincerli di non aver fatto tutta quella strada inutilmente.

Il problema è, questo scoprono dopo essere riusciti a ripercorrere i passi di chi cercano fino ad una locanda, che le due donne hanno lasciato la città da qualche mese, e nessuno ha ovviamente idea di dove possano essere andate o dove fossero dirette.

"Non possiamo andare avanti così," Yusuf commenta, cercando una conferma negli occhi di Nicolò. "Non possiamo metterci ad inseguirle di nuovo, senza nemmeno sapere dove siano dirette. È possibile che stiano facendo lo stesso con noi."

"Se ci stanno cercando riconosceranno sicuramente Baghdad in sogno. Potremmo fermarci per un po'. Se entro qualche anno non ci hanno ancora raggiunti, vuol dire che non ci vogliono trovare."

Nicolò e Yusuf decidono, non senza qualche dubbio e qualche perplessità sulla loro effettiva capacità di non far scoprire in qualche modo accidentale il loro segreto, di rimanere a Baghdad più a lungo di quanto non siano rimasti da qualsiasi altra parte.

Entrambi abbastanza certi che il contrario non sarebbe una buona idea, è facile trovare un posto dove rimanere che sia al di fuori della città, abbastanza lontano da essere al riparo da occhi indiscreti, ma abbastanza vicino perché entrambi possano portare a termine qualsiasi impiego prenderanno in futuro.

(Il che si rivela una scelta particolarmente saggia, considerato il numero di piccoli incidenti che sarebbero risultati troppo difficili da spiegare nelle strade affollate della città.)

Sono mesi, che si trasformano velocemente in quasi un anno, che passano in un modo difficile da definire per Nicolò.

Nicolò e Yusuf condividono la stessa casa, la stessa stanza perché la casa è piccola, e lo stesso letto perché è difficile scrollare via anni di abitudine.

Nicolò e Yusuf mangiano insieme tutte le sere, seduti ad un tavolo, perché è quello che vogliono, non perché sono persi nel deserto e condividere il cibo è tutto quello che possono fare per sopravvivere.

Durante la sera Yusuf disegna, finalmente in possesso di ogni tipo di materiale di cui possa avere bisogno, mentre Nicolò legge tutto quello su cui riesce a mettere le mani.

Prendono qualsiasi tipo di lavoro possa andare bene per le loro abilità, stando il più possibile attenti ad evitare che possa succedere qualcosa di stranamente inspiegabile.

(Quando un mercante propone a Yusuf di partire, da solo, per due settimane come scorta ad una carovana, Yusuf si rifiuta, e Nicolò sente sparire un nodo di apprensione che non sapeva nemmeno di avere.)

La situazione è strana e familiare allo stesso tempo, e per molti mesi Nicolò non è nemmeno sicuro di cosa esattamente lo faccia sentire strano, di cosa provochi la stretta al petto che sente ogni giorno.

Quando se ne rende conto, quando si rende conto che il problema non è che c'è qualcosa di sbagliato nella loro situazione, ormai è troppo tardi.

Quando si rende conto che è esattamente il contrario, che non c'è niente che non vada, che lui e Yusuf stanno attivamente vivendo insieme, che il problema è proprio quello, che tutto sembra così giusto, che Nicolò sta traendo molta più gioia di quanto dovrebbe dalla situazione.

Che Nicolò sta bene perché può chiudere gli occhi e fingere che tutto questo sia molto di più di quanto non sia nella realtà.

(Che Yusuf abbia scelto lui, che abbia deciso che questo è quello che vuole, non una decisione di Dio, del fato, del destino, dell'universo, della praticità della vita di tutti i giorni.)

Yusuf gli sorride, quando Nicolò mette in tavola quello che ha cucinato dopo aver girato i mercati della città per ore - per riuscire a ricreare il piatto di cui Yusuf gli ha parlato una volta nel deserto e di cui Nicolò non ricorda il nome.

Yusuf sorride, la stretta allo stomaco si intensifica, e Nicolò riesce solo ad abbassare lo sguardo.

Razionalmente sa di non stare facendo niente di male. Non vuole niente, non pretende niente, non si aspetta niente, non chiederebbe mai niente a Yusuf. 

Il resto della sua mente, però, si focalizza solo sul fatto che, dopo il loro violento inizio, Yusuf è sempre stato gentile con lui, che l'ha sempre perdonato, che ha sempre fatto fin troppo, e che Nicolò sta approfittando di una situazione che lui stesso ha creato.

"Yusuf- devo dirti una cosa," Nicolò comincia, prendendo il coraggio a due mani.

Ed è esattamente in quel momento che la porta alle spalle di Yusuf si spalanca di colpo.

 

prudenza

La porta si apre all'improvviso e Nicolò non ha neanche il tempo di chiedersi cosa stia succedendo prima che la sua mente, fin troppo abituata al pericolo, gli ordini di reagire per tenere la situazione sotto controllo.

Nell'arco di pochi secondi, il cibo dimenticato, Nicolò è in guardia davanti a Yusuf, con in mano il coltello da cucina che era sul tavolo fino a poco fa.

Yusuf è già in piedi dietro di lui, ma Nicolò è riuscito nella sua fretta a spingere via una delle due sedie in modo da rallentarlo quel poco che basta da tenerlo al sicuro dietro di sé.

Davanti a loro, sulla soglia della loro piccola casa, ci sono due figure coperte da mantelli e cappucci. Nicolò vede chiaramente un arco sulla schiena di una delle due figure, ma quello che lo preoccupa sono i coltelli che ha in mano, e la strana ascia in mano alla persona poco dietro la porta.

"Cosa volete-" Nicolò comincia, interrompendosi subito quando la figura avanza e i coltelli scintillano alla luce della lampada ad olio.

Il ghigno che intravede sotto il cappuccio è l'unico avvertimento che ha prima che la persona gli si scagli addosso in una furia di lame affilate, svelta come una vipera.

Nicolò fa del suo meglio per tenerla a bada, mentre avverte distrattamente dietro di sé Yusuf annaspare alla ricerca di un'arma da poter utilizzare, visto che le loro sono nell'altra stanza.

C'è qualcosa di familiare nel modo in cui la persona si avventa contro di lui, ma Nicolò è troppo focalizzato sull'unico pensiero di proteggere Yusuf per prestare davvero attenzione alla sensazione che ci sia qualcosa di strano in quello che sta succedendo.

Il coltello da cucina, per quanto tenuto in buone condizioni, non è un avversario adatto per gli affilati coltelli del suo avversario. Nicolò riesce a tenere testa come meglio può, ma si ritrova più di una volta a dover fermare uno dei coltelli con il proprio corpo.

Il ringhio che gli sfugge dalla gola quando la persona che ha davanti sposta l'attenzione per un istante su Yusuf è abbastanza per fargli quasi perdere la concentrazione.

È abbastanza per tradirlo, a giudicare dalla linea di tiro di un terzo coltello, che mirava dritto al cuore di Yusuf e invece, grazie alla prontezza dei riflessi di Nicolò e al panico assoluto che prova dentro, si pianta dritto nella sua spalla.

Yusuf esclama qualcosa, tentando ancora di spostarsi per essere d'aiuto senza però peggiorare la situazione, e Nicolò si lascia sfuggire un verso di dolore prima di afferrare il coltello e strapparselo dalla spalla con un gesto secco. 

 

Due coltelli sono quello che potrebbe permettergli di sopraffare la persona che ha davanti, anche se non è certo che possano essere di molto aiuto contro un'ascia.

"Quynh," l'altra figura interviene con un tono che Nicolò non è sicuro di comprendere fino in fondo - troppo divertito, vista la situazione -, e la figura con i coltelli si fa indietro di un passo, abbassando lentamente le armi.

"Vedo del potenziale," la donna, perché Nicolò ora è sicuro che siano due donne, esclama, prima di togliersi il cappuccio del mantello.

Il silenzio attonito che segue è accompagnato dal tonfo dei Nicolò sulla sedia - che sia per lo stupore, per il sangue perso, o per la stanchezza di quanto appena successo.

"Siete voi," Yusuf mormora con un tono accusatorio, coprendo con la mano la ferita di Nicolò che si sta già rimarginando - e Nicolò sa che Yusuf la starebbe già controllando, se solo si fidasse a togliere lo sguardo dalle due donne per più di un secondo.

"Siete più difficili del previsto da trovare," la donna con l'ascia ride, accompagnata dall'altra. Quynh, Nicolò ripete mentalmente, perché se c'è una cosa che non vuole scordare è il nome di qualcuno che avrebbe facilmente potuto ucciderlo.

"C'è un motivo particolare per cui hai appena tentato di uccidermi?"

"Oh, credimi, se avessi voluto ucciderti l'avrei fatto e basta," Quynh replica con un ghigno che per qualche motivo risulta meno minaccioso di quanto Nicolò avrebbe pensato.

"Volevamo vedere di che pasta siete fatti. Non che lui abbia avuto modo di dimostrarlo," la donna con l'ascia ride, indicando Yusuf. "Non puoi combattere al massimo delle tue potenzialità, non se il tuo primo pensiero è proteggerlo. È un punto debole e non vi è permesso avere punti deboli."

"Non ho bisogno di protezione," Yusuf quasi ringhia alle sue spalle, e Nicolò è certo, come è certo che il sole sorga ad est e tramonti ad ovest, che quella rabbia sia diretta più verso di lui che verso le due donne.

"Andromaca," Quynh la richiama con una mano sul braccio, e Andromaca rimane in silenzio per un istante, contemplando la situazione che ha davanti.

"Be', offriteci qualcosa da bere e da mangiare. Abbiamo viaggiato a lungo per raggiungervi."

 

giustizia

Le due donne, quando non sono attivamente impegnate a cercare di ucciderli per sondare le loro abilità in combattimento, hanno uno strano senso dell'umorismo che a Nicolò ricorda fin troppo quello delle sue tre sorelle maggiori.

Quando lo fa notare, Andromaca scoppia in una risata fragorosa e Quynh risponde con un sorriso divertito che d'ora in poi sarà più che felice di considerarlo il suo nuovo fratellino.

(Quando ne parlano, Quynh racconta della sua numerosa famiglia che non ha più visto, Andromaca rimane in silenzio, e Nicolò si sente capito e terrorizzato allo stesso tempo.)

Yusuf lo guarda senza parlare e quando sono soli, accampati fuori perché hanno lasciato l'unica stanza ad Andromaca e Quynh (non perché sono due donne, perché hanno condiviso i loro sogni e sanno di cosa sono capaci), torna sull'argomento.

"Non mi avevi mai detto di avere delle sorelle."

I giorni successivi sono strani, pieni di voci e compagnia dopo aver passato anni in una solitudine, non necessariamente negativa, di due singole persone.

Quynh è un’esplosione energia racchiusa nel corpo di una donna sottile quanto una gamba di Nicolò, e questo non le impedisce di batterlo ogni singola volta che si scontrano in uno di quelli che Andromaca chiama allenamenti, ma che Nicolò è piuttosto sicuro siano scuse per farle sfogare un po' di quell'energia repressa.

Andromaca è spietata nel migliore dei modi, e Nicolò sa perfettamente che non si avvicina nemmeno di un passo ad avere la meglio su di lei. La scoperta di quanti anni più o meno Andromaca pensa di avere spiega benissimo la sensazione - così come il senso dell'universo, che cambia ancora una volta sotto i suoi piedi.

Yusuf è molto più in guardia di lui, Nicolò pensa fino a quando comincia a rendersi conto che c'è qualcosa di strano nel modo in cui Yusuf si comporta con lui, qualcosa di diverso dal solito.

"C'è qualcosa che non va?" Nicolò chiede quando sono più o meno soli - una cosa è rimasta identica, a prescindere dall'identità delle sorelle: non si è mai davvero soli con loro.

Yusuf tiene lo sguardo fisso sull'orizzonte e non risponde, fino al punto in cui Nicolò si trova costretto a ripetere la domanda, nonostante sia bravo a portare pazienza e ad aspettare a lungo.

"Se è qualcosa che ho fatto," Nicolò tenta di nuovo, quando il silenzio diventa troppo da sopportare. "Se è- se hai cambiato idea sul potermi perdonare lo capisco, Yusuf. Raccolgo le mie cose e me ne vado."

Qualcosa nelle sue parole riesce finalmente a smuovere Yusuf, che si volta di scatto a guardarlo con un'espressione che Nicolò non saprebbe come altro definire se non furiosa.

"È davvero questo il problema? Che cos'è tutto questo per te, una delle vostre assurde ricerche di espiazione?"

"Io-"

"È per questo che viaggi con me, perché devi espiare i tuoi maledetti peccati? Sono un mezzo per farti finalmente ottenere il perdono del tuo Dio?"

"Io- certo che no, Yusuf, non è così-"

"E allora perché ti sei messo in mezzo? Perché mi hai fisicamente impedito di aiutarti a proteggere entrambi? Perché eri disposto a morire se non per questo?"

Nicolò intravede con la coda dell'occhio Andromaca e Quynh, probabilmente attirate dal rumore che stanno facendo, ma lo shock di ritrovarsi davanti la realtà di quello che Yusuf pensa e del dolore che vede nei suoi occhi è abbastanza per farlo rimanere inchiodato sul posto.

"Perché- perché pensi queste cose?"

"Che cos'altro dovrei pensare, Nicolò? Che cos'altro potrei pensare? Non so niente di che che non riguardi in qualche modo la tua religione o le tue colpe. Non parli con me se non per quello che riguarda la nostra vita pratica. Eri disposto a buttare via la tua vita solo per proteggere me, che altro dovrei fare se non mettere insieme i pezzi, Nicolò?"

Yusuf lo guarda in silenzio dopo quelle parole, ma non c'è nulla che Nicolò possa fare per trovare il modo giusto per spiegare cosa stia succedendo. 

Yusuf se ne va senza dire altro, e Nicolò rimane da solo a contemplare ancora una volta quanto sia incapace con le parole, anche quando ce n'è più bisogno.

Quando Andromaca e Quynh si uniscono a lui, Nicolò tiene lo sguardo fisso davanti a sé, perché se c'è qualcosa che non vuole fare adesso è vedere i loro sguardi di compassione.

"Yusuf non lo sa?"

"Pensavamo che ne aveste parlato."

"Non so a cosa vi stiate riferendo," Nicolò risponde, avvolgendosi nella sua testardaggine e nel suo silenzio finché ancora gli è consentito.

"Lo sappiamo tutti fin troppo bene. L'unico che non lo sa è Yusuf," Andromaca lo incalza, senza pietà come sempre. "Non pensi che sarebbe meglio parlargli?"

"Non penso che possa essere meglio. Non penso che possa portare a niente di buono. Penso che sia mio dovere metterlo al corrente della situazione e sperare che nonostante tutto voglia ancora guardarmi in faccia."

Nicolò vede Andromaca alzare gli occhi al cielo, ma Nicolò non è mai stato particolarmente bravo a cambiare opinione su due piedi.

 

fortezza

Yusuf sparisce per giorni, e anche se Andromaca è svelta a rassicurarlo su dove si trovi e su cosa stia facendo, Nicolò non può fare a meno di provare una particolare apprensione mai sentita prima.

Sono anni ormai che non passano più di un giorno lontani l'uno dall'altro, e Nicolò non è certo di volerla far diventare un'abitudine.

Non è preoccupato per Yusuf, Yusuf se la sa cavare anche meglio di lui. È la sua assenza che pesa come se fosse un arto a mancargli.

Questa realizzazione è, forse, quello che alla fine lo spinge a prendere la decisione di parlare con Yusuf, di raccontargli la verità e di lasciar decidere a lui che cosa fare. Non perché Nicolò sia altruista, non perché Nicolò sia altro se non egoista.

Perché Yusuf merita di sapere.

Perché Nicolò merita di dirlo ad alta voce e di sapere una volta per tutte, con assoluta certezza, che questo è già molto più di quanto potrebbe mai avere.

Nicolò passa giorni a prepararsi, ma quando finalmente Yusuf torna tra di loro, Nicolò è tutto tranne che pronto. L'angoscia torna a farsi strada nel suo petto, ed è solo lo sguardo fermo e rassicurante di Quynh che lo convince di dover fare quello che si è ripromesso di fare.

(Nicolò è così diviso tra la paura che gli attanaglia il cuore e la consapevolezza che Yusuf si meriti la verità che riuscire a ragionare correttamente si rivela un'impresa terribile.)

"Yusuf," Nicolò tenta di cominciare il suo discorso, accuratamente preparato, ma Yusuf agita una mano come per dire che tutto è sistemato, e Nicolò non trova le parole per continuare.

"Yusuf," Nicolò tenta di nuovo il giorno successivo, ma Yusuf scuote la testa con un sorriso e lo costringe ad allenarsi con lui, sotto lo sguardo attento ed impaziente di Andromaca.

"Yusuf-"

"Nicolò, ti prego, non c'è bisogno di parlare di quello che è successo. Va tutto bene, ho esagerato, non c'è nient'altro di cui dobbiamo parlare.”

"C'è molto altro che ti devo dire, invece," Nicolò riesce ad interromperlo con più forza del necessario, abbastanza da lasciare Yusuf stupito e in silenzio.

Nicolò ne approfitta per condurlo poco lontano da casa, perché il coraggio di fare finalmente quello che deve fare non corrisponde al coraggio di farsi sentire anche da Andromaca e Quynh.

Quando sono discretamente lontanai e immersi nel fresco della sera - non abbastanza buia perché Yusuf non riesca a guardarlo in faccia -, Nicolò si trova ancora una volta senza parole, il cauto e ragionato discorso preparato ormai sparito nel nulla.

"Io-"

"Nicolò, davvero... non voglio che quello che è successo diventi un problema. Non ho nessun diritto di importi di parlare con me se non desideri farlo. Non ho il diritto di dirti se quello che desideri sia giusto o meno."

"Ti sbagli su quello che desidero, Yusuf," Nicolò sbotta d'un fiato, ormai dimentico del discorso. "Tu pensi che io ti abbia protetto perché reputo la mia vita meno importante della tua, e non hai torto su questo."

"Lo vedi? Lo sapevo che pensavi davvero questo, ne ero-"

"Reputo la mia vita meno importante della tua non per quello che ho fatto, anche se non negherò che questo abbia un peso sul valore che do alla mia vita. Non per questo Yusuf, non per la mia fede, non per il mio Dio. Per quello che provo per te."

La confusione sul volto di Yusuf è evidente, così come il suo silenzio attonito, ma Nicolò è quasi grato perché in quel momento non crede che sarebbe più in grado di interrompersi, nemmeno se lo volesse.

"Hai cambiato la mia intera esistenza, Yusuf, dal primo momento in cui ci siamo incontrati, che fosse il volere di Dio o meno. Hai sconvolto quello in cui credevo, quello su cui ho basato tutta la mia vita, e ringrazio ogni giorno il fatto che tu mi abbia permesso di vedere dove sbagliavo." 

Nicolò distoglie lo sguardo dall’orizzonte e lo fissa su Yusuf, perché non può permettersi di essere codardo, non in questo momento, non dopo tutto quello che è successo.

"Non nego che sia stato anche questo a farmi innamorare di te, sarebbe ingiusto fingere. Se sia stato questo, le tue parole, la tua gentilezza anche quando meno lo meritavo, la tua capacità di vedere il buono in un modo in cui io non lo vedevo più, io non lo so. Se sia stata la tua comprensione, i tuoi occhi, i tuoi versi, tutti i tuoi racconti, io non lo so, Yusuf. So quello che c'è nel mio cuore e so che morirei altre mille volte prima di permettere a qualcuno di farti del male."

L’incredulità sul viso di Yusuf è evidente, così come il cuore di Nicolò che batte all'impazzata, messo a nudo tra di loro sulla sabbia fresca come se fossero ancora una volta nel deserto da dove tutto è cominciato.

"Non mi aspetto niente, Yusuf. Ho bisogno che tu lo sappia, non voglio niente, non chiedo niente. Ma non potevo continuare a mentirti, ad approfittare della tua vicinanza senza che tu sapessi quello che ho dentro. Io non-"

Yusuf lo tira contro di sé e lo bacia. La testa di Nicolò è completamente vuota, tranne per le labbra di Yusuf contro le sue, per le mani di Yusuf sul suo viso, per il calore di Yusuf contro il proprio corpo.

"E poi dici che sono io, il poeta."

 

temperanza

Per la seconda volta nel giro di pochi anni, Nicolò si ritrova quelle poche certezze che aveva strappate da sotto i piedi - con la netta differenza che in questo caso il risultato è tutto tranne che sgradito.

Nicolò non sa come sia possibile, come sia successo o come possa essere vero, ma Yusuf non se ne va quando Nicolò gli confessa quello che prova.

Yusuf non solo non se ne va, non solo gli assicura che non se ne sarebbe andato in nessun caso e gli conferma che anche lui è certo che siano legati in ogni modo possibile.

Yusuf ricambia i suoi sentimenti.

Yusuf prende la mano di Nicolò tra le sue e ride dello sguardo sconvolto che Nicolò sa di avere dipinto sul viso.

"Credevo di essere stato più che ovvio.”

("Se può essere d'aiuto, siete entrambi molto più che ovvi," Andromaca commenta qualche ora più tardi. Nicolò ride, Yusuf ride con lui, ed entrambi sanno perfettamente che le loro sorelle passeranno i prossimi anni a prendersi gioco di loro.)

"Non l'ho mai creduto possibile. Non ho mai pensato, nemmeno per un secondo, che tu potessi provare qualcosa per qualcuno come me."

"Qualcuno come te? Ti ho visto, Nicolò. Abbiamo passato gli ultimi anni fianco a fianco. Sei pieno di una gentilezza che questo mondo non merita, che io non merito."

"Tu meriti questo ed altro, tu meriti molto più di quello che io posso offrire-"

"Più di un uomo che lavora un'intera giornata dopo mesi passati nel deserto solo per farmi avere dei dolci di cui ho parlato una volta?"

"Tu... sapevi?"

Gli occhi di Yusuf brillano di gioia e Nicolò si lascia sfuggire una risata incredula e deliziata allo stesso tempo.

"E non hai mai pensato- se lo sapevi-"

"Credevo che fosse un tuo modo contorto per chiedere scusa. Per farti perdonare."

"Era anche quello. Era, più di tutto il resto, un modo per vederti sorridere di nuovo."

Yusuf ride ancora, lo tira a sé e lo bacia di nuovo, e dalle labbra di Nicolò sfugge un suono che non aveva mai sentito prima nella sua vita.

I giorni in cui anche un solo tocco di Yusuf era abbastanza per farlo crollare sono lontani, ma Nicolò si rende conto all’improvviso che è ad un passo dallo scoprire un intero universo di tocchi, gesti, parole, sussurri pronti a devastarlo in ogni modo.

Ci vuole un po' prima che Nicolò si senta in diritto di poter davvero fare quello che desidera da anni.

Tocco per tocco, Nicolò scopre che può prendere la mano di Yusuf e stringerla tra le sue, sentire i calli e i segni del tempo e dell'uso, sentire ogni dettaglio delle mani di Yusuf e impararlo a memoria - e vederlo sorridere, bello e splendente come il sole, ogni volta che lo fa.

Scopre che può accarezzargli i capelli e sentirlo sospirare in un modo che riesce a fargli dimenticare l'intero mondo esterno e tutto quello che c'è al di fuori della loro stanza.

Scopre che può percorrere le valli infinite che compongono il corpo di Yusuf, quando sono sdraiati l'uno accanto all'altro, che può imparare a memoria ogni parte, ogni vecchia cicatrice, ogni neo e ogni segno che è Yusuf.

Scopre quello che aveva già in parte imparato durante le gelide notti del deserto, che i loro corpi si incastrano insieme come se fossero stati creati per questo.

(E non lo sono, forse? Immortali e guerrieri e amanti insieme, non sono forse l'uno lo specchio dell'altro?)

Andromaca e Quynh se ne vanno per qualche tempo, ridendo e lanciando loro occhiate che riescono a far arrossire perfino Yusuf. Nicolò invece, Nicolò è perduto fin dal primo momento.

Passano le loro giornate chiusi in casa, senza riuscire a staccare le mani l'uno dall'altro. Yusuf si comporta con lui esattamente come Nicolò fa, e Nicolò si bea di attenzioni che non ha mai ricevuto prima in tutta la sua vita.

Nicolò compone poesia con le dita sulla pelle di Nicolò, e Nicolò recita preghiere contro le labbra di Yusuf, in ginocchio davanti a lui, avvolto dalle sue braccia prima di addormentarsi.

Così come le parole di Yusuf l'hanno distrutto e rimesso insieme nel deserto, così fanno le sue mani. Con ogni tocco, Nicolò è fatto a pezzi. Con ogni tocco, Nicolò rinasce.

 

 

"È... una storia allo stesso tempo molto più semplice e molto più complicata di quanto mi aspettassi," Nile commenta quando Nicolò conclude il racconto.

"Fin troppo semplice per essere il racconto di come un uomo sia stato in grado di riscrivere la mia fede e dedicarla a lui tocco dopo tocco."

Yusuf si fa sfuggire un suono intenerito e si china per baciarlo in un modo che, secoli più tardi, riesce ancora a lasciare Nicolò senza fiato.

"E poi dici che sono io, il poeta."