Actions

Work Header

(I’ve had) The time of my life

Chapter Text

 

Lui si muove all’indietro, incontrando con il viso un fascio sottile di luce che penetra tra le foglie del basso cespuglio: quegli occhi azzurri, incastonati nel suo viso e così brillanti, gli causano ancora una volta un brivido per tutto il corpo. Jamil quindi si sporge in avanti col busto e lo raggiunge, solo per baciargli quella bocca piegata in uno strano sorriso – labbra tirate a una felicità brilla, che ancora ha il sapore dei numerosi brindisi consumati ore prima.

Fa salire le braccia alle sue spalle e trasforma quell’abbraccio blando in una presa più stretta, accorata. Muove le gambe tra le sue cosce e sprofonda dentro di lui, sentendolo tendersi come una corda a ritmo dei suoi affondi; ogni spinta si propaga a onda su di lui, che gli rimane incollato addosso e scuote persino il suo cuore.

È caldo, profumato, dolce. Non lo ha mai visto così.

Guarda le gocce di sperma che erano depositate sul ventre piatto di lui scivolare ai fianchi e poi cadere, sciogliendosi, lasciandolo macchiato di un piacere che gli ha procurato lui stesso.

I fili d’erba solleticano il profilo della sua mano quando intreccia le dita alle sue e lo inchioda al suolo, cercando di avere più mobilità. Vorrebbe guardarlo meglio negli occhi, ma l’ombra della notte gli impedisce di scorgere se non pochi dettagli visivi di lui. Si accontenta delle cosce contro i fianchi e del respiro accelerato contro la pelle sensibile del collo, i suoi gorgoglii senza senso nelle orecchie.

Spinge, e Azul sospira a bocca aperta, si incanta in un secondo. Guardarlo è come un sogno, e Jamil non sa se sia colpa di quel mezzo bicchiere di vino che si è concesso oppure è quella la realtà. Sembra di essere in dormiveglia, liberato da vincoli stringenti e colto dall’irragionevolezza, eppure ancora sensibile – troppo sensibile.

Nel suo corpo, sta godendo fin troppo, e Azul chiama il suo nome come se fosse una perla preziosa sulla lingua, ogni volta.

Jamil gli lecca la guancia, ha il sapore del cloro. Scontra il proprio naso con le stecche dure degli occhiali, li scosta e prosegue a mordergli il viso, lasciando passeggeri segni dei denti. L’altro volge il capo di lato e respira pesante, lasciandogli lo spazio per fare quello che vuole. Quindi lo piega con un’altra spinta e lo morde un poco più forte, proprio mentre dalle casse della festa emerge il ritornello squillante dell’ultimo tormentone del Villaggio, e i suoi gemiti inopportuni vengono coperti.

Spinge le ginocchia contro il terreno morbido dell’aiuola, si spinge dentro di lui e piega il suo bacino. Continua, continua, continua: non c’è neanche più un vero e proprio bisogno in lui, soltanto una pulsione irresistibile di unirsi a quella creatura tremante che tiene ferma sotto di sé.   

È felice di interrompere la regolarità del suo respiro, di vedere che ha talmente poco controllo su di sé da ignorare quella scia di saliva che gli cola dall’angolo della bocca – di essere guardato senza nessun velo, a guance calde e capelli scompigliati.

Chiama il suo nome quando si sente vicino all’orgasmo e lo cerca.

-Azul-

Sente le sue gambe avvolgergli la vita e trattenerlo a sé, poi gli scompiglia i capelli lunghissimi, morbidi; Jamil afferra il viso di lui con entrambe le mani e lo bacia, chiude gli occhi e prova il piacere maggiore possibile proprio in quel momento, quando non ci sono altro che loro due.

Il suo corpo si rilassa e così anche quello di Azul. Rimane in quella posizione per qualche secondo, per godere delle ultime scariche di piacere che gli fanno tremare la pelle. La realtà torna a essere sempre più presente, e sente quel gruppo di Villeggianti vicini ai cespugli, che forse ha pensato la stessa cosa che hanno pensato loro. Si muove di scatto, scostando la lunga chioma di capelli nel gesto, ma nessuno è troppo vicino da essere un reale pericolo.

E mentre lui guarda altrove, Azul si sfila da sotto il suo corpo.

 

 

Piegato in avanti, tasta i palmi delle mani nell’erba avvolta dalla notte, alla ricerca dell’elastico dei propri capelli. Ma si irrigidisce quando sente qualcuno avvinarsi, oltre il rumore degli zampilli d’acqua delle fontanelle.

-Ehi!

La voce di Lilia Vanrouge lo raggiunge, così come la luce di quella che dovrebbe essere la sua torcia d’ordinanza. Oltre i rami bassi del cespuglio, Jamil vede la guardia avvicinarsi ancora e scrutare, sotto la visiera rigida del suo cappello, il cespuglio in cui sono nascosti.

Sente Azul muoversi, e subito dopo l’uomo in divisa sorridere.

-Ero venuto ad ammonire amanti troppo focosi e trasgressivi, non pensavo certo di trovare questo.

Jamil si accuccia nel cespuglio e vede solo il profilo di Azul emerso, alla vista dell’altro. La voce del collega è sicura fino all’esibizionismo, ma i suoi gesti tradiscono l’assenza di totale controllo che ha sul proprio corpo.

-Gioisci! La tua caccia al tesoro è terminata! Invece di trovare gemme di poco valore, hai trovato un diamante!

-Sempre molto modesto, Ashengrotto.

-La modestia è per chi non si può permettere altro.

-Ti vedo piuttosto allegro. Ma dimmi, come ci facevi qui?

Lilia sorride di nuovo e abbassa la torcia sui pantaloni di Azul, zittendosi per qualche secondo. E quando comincia di nuovo a parlare, sembra alludere a qualcosa di esplicito, un po’ troppo esplicito.

-Una riunione d’affari, forse?

Jamil capisce a cosa si riferisse quando le mani di Azul si muovono lì dove punta la luce, sente un inconfondibile rumore di zip. Avvampa, senza più osare guardare. Cerca di concentrarsi sulla musica che proviene dalla festa, ma le voci degli altri due uomini sono troppo vicine – troppo presenti.

-Per chi ha tempo di parlare d’affari con me, sono sempre disponibile. A qualsiasi ora, in qualsiasi luogo.

-Cerca solo di non eccedere in questi tuoi affari, Ashengrotto… un conto è riprendere i nostri villeggianti e riportarli all’ordine, un altro è dover fare questo brutto lavoro con i nostri colleghi.

-Non si preoccupi, signor Vanrouge. Una tale cosa di così poco non si ripeterà mai più.

Jamil si tende con l’intero corpo, fissando il vuoto davanti a sé per qualche secondo di stasi. Non percepisce davvero più nulla per qualche minuto, mentre i suoi pensieri sono fermi a quelle parole pronunciate con così tanta leggerezza.

Sente però Lilia allontanarsi, e il laccio dei propri capelli sotto il palmo delle mani.

Si alza e vede la schiena di Azul, immobile. Soffia come un serpente.

-Una cosa di così poco conto?

L’uomo si gira nella sua direzione, rivolgendogli un sorriso morbido e brillo, soddisfatto per quella che gli sembra essere una vittoria a proprio carico.

-Mi dev’essere scivolata la lingua.

-Certo, come ti è scivolata sul mio cazzo prima.

L’uomo si aggiusta gli occhiali sul naso, proprio quando Jamil vede tra i suoi capelli argentei e spettinati alcuni fili d’erba. Continua a sorridere, e questo lo irrita davvero troppo.

-Jamil-san, io-

Nel momento in cui Azul tenta di fare un passo nella sua direzione, Jamil arretra e indurisce il proprio sguardo.

-Devo tornare alla festa. C’è lo spettacolo di danza da fare.

Lo supera con i capelli ancora sciolti – forse sta parlando, forse tenta di raggiungerlo con quelle gambette corte e lente che si ritrova, non lo vuole neanche sapere. Non vuole ascoltare i complimenti che gli elargisce quando sono soli, così falsi e menzogneri.

E tutta la rabbia che prova lo spinge a camminare più veloce, lungo gli eleganti sentieri di mattonelle bianche che strisciano nel villaggio turistico, tra le fontanelle e le aiuole, le piscine e i ristoranti con vista mare; proprio in quel momento, viene sparato il primo fuoco d’artificio, che illumina il cielo notturno di un potente color rosso.

 

 

 

 

Chapter Text

Now I’ve had the time of my life

No, I never felt like this before

Yes I swear, It’s the truth

And I owe it all to you

‘Cause I’ve had the time of my life

And I owe it all to you

 

 

 

 

Un’ultima occhiata allo specchio: il suo eye-liner violetto segue fedelmente la linea della palpebra superiore, terminando in una piccola ala volta verso l’alto, creando l’illusione del confine dell’ombretto sulla pelle.

Vil si ritiene soddisfatto, dieci minuti di tempo per un lavoro più che notevole; si alza dalla piccola poltrona per recuperare l’ultimo pezzo della divisa e le scarpe nere. Dal bagno sente arrivare un rumore che non riesce a identificare, e il cipiglio ruga la sua fronte altrimenti liscia.

-Jack, se rimani a letto ancora un altro po’, non riuscirai a fare colazione.

Nessuna risposta, solo lo scrosciare della doccia. Vil sbuffa ed esce dalla camera da letto, percorre qualche metro a sinistra e si affaccia oltre l’ingresso della stanzetta piena di aria umida. Odore di maglietta sudata, mescolato al bagnoschiuma di pino che gli ha regalato lo scorso inverno: il viso di Jack sbuca dalla tendina di plastica e lo fissa, con i capelli chiari tutti appiccicati alla fronte.

-Vai pure prima, io finisco qui e corro a fare colazione.

Vil sbuffa di nuovo, e nel gesto di alzare gli occhi al cielo vede la propria cravatta appesa ai ganci sul muro. L’acchiappa veloce e poi si avvicina al consorte, con espressione appena più morbida.

-Dovevi chiamarmi stamattina, avremmo corso assieme. Ora invece non posso neanche mangiare con te.

Calcia con la punta delle scarpe l’indumento buttato a terra, spostandolo verso la cesta dei vestiti sporchi.

Jack continua a lavarsi, spargendo schiuma e bolle sul corpo atletico, mentre l’acqua calda gli solletica solo la caviglia e il polpaccio.

Dalla quantità di sabbia che c’è sul fondo della doccia, Vil intuisce che sia andato in spiaggia a correre. Altro motivo per essere infastidito.

Ogni borbottio, ogni broncio, ogni piccola irritazione sparisce presto: Jack ci china verso di lui, sporgendo dalla tendina della doccia per buona parte del largo petto, e lo bacia teneramente sulle labbra.

È bagnato, e ha il sapore del bagnoschiuma su tutta la bocca.

Sparisce dietro la tendina per finire di sciacquarsi; la sagoma della sua ombra si muove alla vista del consorte, e la voce grave rimbomba nel piccolo spazio.

-Se mi aspetti qualche minuto, sono pronto.

-Non scherzare, devo andare. Il mio turo inizia fra venti minuti, e sicuramente ci saranno già persone davanti al teatro ad attendermi.

Jack si ferma con i gomiti piegati in alto, rimembrando poco alcuni discorsi fatti la sera prima – forse perché, la sera prima, è stata più interessante per la lunga serie di baci che si sono scambiati.

-La signora di ieri sera…

-Proprio lei.

Una cliente entusiasta, un po’ troppo entusiasta, di tutta l’animazione del settore teatro e tecniche circensi. Motivo per cui Vil aveva ballato fino a tardi e si era spettinato così tanto i capelli.

Vil adocchia l’orologio d’oro al polso e in fretta batte le dita sopra la tendina di plastica, catturando ancora la sua attenzione.

-Ci vediamo stasera a cena.

Il gettito si ferma, Jack riemerge di nuovo. Si scambiano un solo sorriso, un solo saluto silenzioso, perché tanto basta a loro per essere contenti

Gli butta addosso un asciugamano pulito, bianchissimo, che l’altro acchiappa con una sola mano – e quella piccola smorfia giocosa sembra esattamente quello di cui ha bisogno, prima di uscire dal bagno.

-Ti amo.

Non si guarda neppure indietro, mentre attraversa con grandi falcate il piccolo salotto della loro abitazione.

-Anche io.

Uscito dalla porta, è accolto dall’aria fresca di metà mattina: un venticello pieno sale dal mare e riempie l’aria di salsedine e umidità, rendevole piacevole il sole alto nel cielo. Passa il piccolo giardino di fronte all’alloggio, e si incammina per il sentiero che lo allontana dalla zona dove lui e gli altri dipendenti abitano; fa un passo appena più lontano sul sentiero quando deve passare davanti a casa degli Shroud, silenziosa e con le tapparelle abbassate, giardino incolto e persino il campanello staccato.

Più si avvicina al Villaggio, più il rumore dell’acqua che scorre si fa ingombrante nelle sue sensazioni. Vede anche in lontananza il profilo di quello scivolo alto, un tubo che si arrotola nel vuoto e poi sparisce alla sua vista, coperto dalla vegetazione – l’odore del cloro e dell’erba bagnata, gli schiamazzi della gente, persino il fischio del bagnino.

Oltre la recinzione, il primo blocco che incontra sul proprio cammino è il reparto del parco acquatico, gestito da Ashengrotto; non è una sorpresa vedere villeggianti in costume da bagno che corrono sul prato trasportando gommoni colorati, presi il giorno prima all’emporio di Sam.

Salta una piccola pozzanghera e prosegue ancora, ignorando il saluto del bagnino in boxer azzurri.

Il ristorante dei Heartslabyul e la palestra dei Savanaclaw e del suo Jack, attaccata alla sala da ballo di Scarabia.

Il piccolo palco del karaoke e dei balli di gruppo e infine, proprio di fronte alla spiaggia libera che dà al mare aperto della piccola isola, il suo teatro.

Quando supera la chioma di una palma bassa, nota il profilo corpulento di una signora con il vestito a fiori, e già prepara un sorriso affabile. È così pronto quando lei lo vede e lo raggiunge tutta felice.

-Signor Schoenheit, oggi cosa facciamo?

Lui la supera, aprendo la via verso l’ingresso laterale del teatro. Mentre estrae la propria tessera magnetica dal borsello e la passa sul Pos dell’ingresso, le rivolge un altro sorriso.

-Signora mia, oggi cominceremo a elaborare le battute del nostro spettacolo. Mancano poco meno di due settimane alla fine della visita, è ora di prepararci.

-Ah! Meraviglioso! Parteciperemo anche noi a questo, quindi?

Socchiude gli occhi quando la signora sventola un foglietto di plastica sotto il suo naso, con le proprie dita tozze e ingioiellate. Le luci del piccolo atrio si accende appena loro entrano; lui riconosce il dépliant appena scorge una scritta e il colore rosso acceso.

-Questa è una competizione per soli dipendenti. Lei e gli altri nostri ospiti farete da giudici!

Comincia a salire le scale, in direzione della parte superiore del palco, e lei lo segue facendo ballonzolare tutte le proprie collane a ogni gradino.

-Non vedo l’ora di vedervi sul palco, signore! Sarete meraviglioso!

Aveva ragione: sarebbe stato meraviglioso, Vil è certo di questo.

Non c’è nessuno oltre a loro, e l’orario di inizio del corso di teatro è abbastanza lontano perché la sua cliente possa crogiolarsi nella sua compagnia. Per questo si mette in posa, con le mani sui fianchi e l’espressione più accattivante che gli riesce.

-Cominciamo a riscaldare la voce?

 

 

Abbassa lo sguardo e alza quindi le mani al colletto, dove sistema il farfallino color lilla appena prima che il Direttore Crowley Dire si schiarisca e prenda la parola, al lato estremo di quel tavolo rettangolare.

-È un’immensa gioia vedervi tutti qui riuniti per questo meeting straordinario, miei cari!

Azul sa riconoscere una voce falsa, e la voce del Direttore è falsa almeno quanto la propria – è per questo motivo che il brusio del chiacchiericcio si limita ad abbassarsi, attorno a lui, senza spegnersi davvero. Lui punta il proprio sguardo e il proprio sorriso verso l’uomo, che arriccia le labbra in un’espressione contrariata e continua.

-Ahm! Allora, l’ordine del giorno è il seguente. Un aggiornamento rapido sull’allestimento dello spettacolo per la gara! Come procedono i preparativi, come le prove generali, se manca ancora qualcosa, se si preannuncia la catastrofe!

Passa qualche secondo in cui l’uomo viene ignorato dai più, e Azul lo osserva vagare tra i membri di quel piccolo gruppo senza mai soffermarsi per più di mezzo istante su di lui. Prima che riesca a prendere la parola, Crowley si rivolge a qualcuno alla propria destra.

-Iniziamo dal catering? Avete già deciso il menù per il buffet per gli ospiti?

Il sorriso di Azul diventa ancora più malizioso quando un giovane uomo dai capelli rossi, divisa da cuoco addosso, allunga un foglio dalle scritte eleganti al Direttore, con una professionalità che nessuno in quella stanza, oltre Azul stesso, potrebbe davvero eguagliare.

-Eccolo, signor Crowley. Aspettavamo soltanto la sua approvazione.

-Zelanti come sempre.

Un commento a qualche sedia di distanza, fa voltare anche il suo viso.

-La parola giusta è forse lecchini, signore.

Azul si ritrova suo malgrado a guardare i tre rappresentati del settore palestre, o altrimenti detto Savanaclaw. Deve sistemarsi gli occhiali sul naso delicato per mascherare il suo disgusto all’odore e alla vista di quei tre energumeni – come se il sorriso sul suo viso non fosse sufficiente.

La voce del Direttore cerca di superare il brusio, ancora una volta.

-Signor Bucchi, il suo reparto è pronto per mettersi all’opera?

Le tre risposte dei tre uomini sono diverse per toni e intenti, è quasi comico vederli tutti assieme l’uno accanto all’altro, su quelle sedie troppo piccole.

-Per i dettagli dello spettacolo, si rivolga ai Pomefiore.

-Daremo tutti il meglio di noi!

-Non c’è bisogno di dirlo con tanto entusiasmo…

Azul non riesce a trattenersi dal fare un commento a riguardo, affiancato dai propri collaboratori.

-La solerzia è proprio la virtù delle persone sveglie, non è forse così?

E se i due fratelli Leech ridono alle sue spalle, il caporeparto delle palestre fa schioccare le dita e lancia un’occhiata truce al trio marino. La voce di Crowley interrompe sul nascere il piccolo diverbio, ennesima prova di forza tra i due diversi reparti.

-Meraviglioso, davvero meraviglioso!

L’attenzione quindi si sposta sul settore successivo.

Kalim si alza di scatto e fa cadere i fogli sul tavolo, li stropiccia nel tentativo di riacchiapparli e poi quasi cade. A quel punto, Jamil si alza e lo obbliga a sedersi, prendendo la parola.

-Noi di Scarabia, con gli Octavinelle, abbiamo quasi del tutto ultimato la parte riguardante il ballo da sala-

-Sapete che quest’anno il tema sarà il mambo, vero?

-Come ci avete già ripetuto almeno una quarantina di volte dall’inizio di quest’estate, sì.

Azul si volta di scatto quando alla sua destra Floyd si alza, torreggiando su di lui.

-Sarà bellissimo! Ehi, Felmier! Voglio che le luci siano viola, per quando balleremo! Che facciano brillare tutto il palco!

Lo vede con orrore alzare la gamba e raggiungere il tavolo, mettersi a ballare su di esso. I pochi bicchieri di tè o caffè cadono uno dopo l’altro sulla superficie chiara orizzontale, mentre tutto comincia a traballare. Il diretto interessato, Epel Felmier, spalanca gli occhi e trattiene il respiro per qualche istante, come se la vivacità esuberante di Floyd potesse fargli male davvero.

E Azul ha la forza di alzarsi dal proprio posto, per acchiappare il collega per la maglia da bagnino e trascinarlo giù dal tavolo.

-Floyd, fermati!

Un commento divertito arriva alle sue orecchie, mentre ancora Floyd ride a squarciagola.

-Azul, tieni a bada i tuoi sottoposti. Stai facendo una pessima figura.

Sbuffa, sentendo appena caldo alle proprie guance.

Crowley si rimette a posto la maschera da corvo sul viso, prima di fingere di avere un minimo di controllo sulla situazione.

-Signor Leech! La prego di comportarsi a modo, qui e alla gara! La prego! Forse quest’anno riusciremo a mettere le mani sul premio…

Si sente un commento provenire dalle file dei Heartslabyul, stanco e piuttosto affranto.

-Eccolo di nuovo.

Come Azul non è il solo a notare, neppure quello ferma il Direttore, che palesa un’espressione triste e recupera quel che rimane di un dépliant rosso e alquanto pasticciato, macchiato del caffè che aveva tenuto in disparte nell’attesa che si raffreddasse un poco.

-Sono ormai dieci anni che noi e il Royal Village partecipiamo a questa gara annuale che il nostro amato, amatissimo Direttore Generale Yuu organizza per assegnare il premio di produzione ambito da tutti noi, un surplus basato sulla popolarità presso i nostri preziosissimi clienti che rimpolpa le nostre casse come una grazia. O le rimpolperebbe, se riuscissimo a vincere per la prima volta…

È a quel punto che pensa che ci sia l’opportunità giusta: Azul ignora il proprio farfallino storto e prende finalmente parola.

-Lei ha ragione, signor Direttore. Ma il vostro impegno e la vostra partecipazione a tutto questo sicuro saranno fondamentali per la buona riuscita dello spettacolo di quest’anno!

Qualcuno ride, ma non gli dà molta attenzione.

Crowley lo guarda con sospetto, e Azul non cede neanche un poco, piegando ancora di più il proprio sorriso.

-Hai bisogno di qualcosa, Ashengrotto?

-Il nostro miglior bagnino, Floyd Leech, parteciperà allo spettacolo di ballo di mambo assieme al signor Viper. Sappiamo tutti come questa parte dello spettacolo sarà assolutamente determinante per la buona riuscita generale della gara, in quanto è ciò che il pubblico apprezza di più, e il nostro Floyd sa farsi amare dal proprio pubblico e da qualsiasi altro pubblico!

Una pausa drammatica, in quel discorso che aveva studiato per tutta la sera precedente.

-Per questo motivo, io penso che il reparto acquatico di cui fa parte e che lo ha temprato nello spirito e nel corpo possa avanzare la richiesta di-

-Oh, come sono triste.

Si trova costretto a zittirsi – e percepisce benissimo lo sbuffo di Leona Kingscholar, appena prima che Crowley riprenda a parlare

-Dovresti saperlo anche tu, Ashengrotto, come questo periodo dell’anno la natura si abbatta su di noi e sui nostri edifici, con tornado e tempeste. Abbiamo dovuto riparare la palestra il mese scorso! Per la seconda volta!

-Beh, l’avete anche ampliata di cinque stanze senza alcun senso.

Lancia un’occhiata torva al proprio implicito rivale il quale, dopo aver allungato le muscolose braccia di lato e mimato il gesto di sollevare qualcosa di pesante, gli risponde con il sorriso felino più soddisfatto che abbia mai fatto in vita sua. Una palese provocazione.

-Ah, avere così tanto spazio per tutti i nostri pesi e le nostre attrezzature… certo il direttore ci ha fatto un grande favore, è stato così generoso con lui.

Non riesce davvero a trattenere uno sguardo di puro odio, ma riesce anche a simulare un più tenue sentimento appena Crowley gli parla ancora.

-D’altronde, se l’estate scorsa abbiamo perso è stato proprio perché il vostro signor Leech ha deciso di saltare dal palco all’improvviso, nel bel mezzo dello spettacolo. Quindi, se non hai altro da dire riguardo specificatamente la competizione che dovresti sentire più da vicino, Ashengrotto, ti prego con tutto il cuore di non parlarmi di soldi o di finanziamenti! Per grazia divina!

Prova ad aprir bocca, fissando le mani di lui avvolte dai guanti neri, che strizzano una penna con cattiveria: ci saranno occasioni migliori, in futuro. Sorride e fa un cenno con la testa, quasi in segno di resa.

Guarda Trey Clover e Jade Leech chini sul tavolo a pulire le macchie di tè, Jack Howl incrociare le braccia al petto e alzare il mento nella sua direzione, Epel Felmier rilassarsi un poco, Idia Shroud alzare gli occhi dal proprio telefono cellulare e Lilia Van Rouge ridacchiare sotto i baffi. In quel caos, in un modo o nell’altro, avrebbe certo ottenuto quello che desiderava – è solo questione di tempo e strategia.

All’improvviso, il direttore si fa allegro.

-Ma ora vediamo nel dettaglio cosa parlerà lo spettacolo teatrale, forza!

 

 

Una smorfia: tocca il piccolo pane bianco sopra il proprio vassoio, con la punta estrema del dito, e decide che anche quel giorno ne avrebbe fatto a meno. Meno carboidrati ingerisce, meglio si sente.

Finisce con un sorso l’acqua fresca nel bicchierino di plastica, guardando con uno sguardo privo di reale attenzione alcuni colleghi del settore della ristorazione passare accanto al loro tavolo.

Floyd è disteso in avanti, braccia incrociate in aria e voce lamentosa.

-Te l’avevo detto che non era una buona idea.

Finito il sorso, Azul si sistema gli occhiali sul naso e gli lancia un’occhiata bieca, piena di sincero rancore.

-Se solo tu non ti fossi messo a ballare sul tavolo, sarei riuscito a ottenere il mio finanziamento!

Interviene anche un’altra voce, alla sua destra.

-Azul, chiedere tre volte una cosa per tre giorni di fila non credo sia un approccio molto vincente.

-Ti ci metti anche tu Jade, adesso?

-I miei sono solo consigli, sei tu il capo tra di noi. A te gli oneri e gli onori, come sempre.

Jade gli sorride, alzando un po’ troppo gli angoli della bocca per essere realmente sincero.

Azul sbuffa e torna al suo riso con salmone, cercando di ignorare i due gemelli almeno per qualche istante.

L’aria che sale dal mare, piena di salsedine, smuove il telone sopra le loro teste, e porta con sé una brezza che li accarezza. Su quell’isola in mezzo all’oceano, inizio pomeriggio, batte quel sole forte che tutti i turisti si aspetterebbero da una giornata d’Agosto.

Azul è distratto dal movimento che Floyd fa con la sua forchettina di plastica, mentre molesta un povero gnocco lasciato per ultimo con i dentini bianchi; sospira alle sue parole.

-Certo che anche quel fulmine… se fosse caduto sulla nostra piscina, avremmo avuto noi tutti quei soldi…

-La prossima volta ti useremo come parafulmini e ti metteremo sopra il nostro scivolo della morte.

-Davvero? Figo!

-Come fai a essere felice per la prospettiva irreale di essere messo a morire…

Socchiude gli occhi agli ultimi bocconi, perché la prospettiva di affrontare altre ore di lavoro con i nervi a fior di pelle non lo alletta per nulla – vorrebbe rilassarsi, per quei secondi di pausa che gli sono concessi.

Ma si ritrova a sobbalzare all’improvviso quando Floyd urla, alzandosi dalla propria sedia.

-Jamil!

Azul e Jade, e diverse altre persone, guardano nella stessa direzione del giovane uomo. Dall’altro lato della zona mensa per i dipendenti, Jamil Viper sta reggendo il proprio vassoio e rimane fermo poco distante dalle casse forse pensando a come ignorarlo. Ma Floyd insiste, senza lasciarlo andare.

-Jamil, ehi!

A quel punto è inevitabile che Jamil si avvicini al tavolo solitario del trio – non troppo, ma abbastanza da farsi sentire e abbastanza perché Azul riesca a vedere benissimo il suo cipiglio indisposto.

-Ti prego di non chiamarmi mentre gli altri ti sentono.

Pessima morsa. Per Azul è naturale sorridere, mentre il proprio compagno mette ancora più in imbarazzo l’interlocutore, alzando volutamente il volume della voce.

-Amico mio! Jamil Viper! Jamil il mio migliore compagno-

-Ok, ok! Stai buono!

Si guarda attorno e non trova gente che ride, come ha temuto: i pochi presenti a quell’ora sono per lo più impegnati a mangiare i loro magri pasti e non a badare ad altro.

Tornando a rivolgersi a Floyd, incrocia per caso gli occhi con Azul – qualche istante appena, perché il giovane con gli occhiali possa trattenere un brivido. È ancora Floyd a interromperli.

-Stasera, altra prova?

-Sì, certo. Alle 21.30.

-Eh? Così tardi?

-Non posso prima, ho i clienti del villaggio che fanno salsa.

-Eh… va bene! Ci sarò!

Jamil fa un piccolo inchino silenzioso, a quel punto, e si incammina verso un tavolo ben lontano dal loro.

Azul lo segue con lo sguardo fino a vedere anche Kalim, dove un cono di luce penetra all’interno del tendone.

Uno gnocco entra nel suo campo visivo: Floyd gli sta sorridendo in modo malizioso, occhi sottili.

-Se vuoi, puoi venire anche tu.

Lui solleva le spalle, prima che l’altro possa farsi idee sbagliate a riguardo.

-Ho delle cose da fare.

-Tipo? Provare altri discorsi con cui cercare di convincere il direttore?

-No, non direi.

Floyd lascia andare una risata, che termina nelle parole di Jade, dall’altro suo lato.

Circondato, Azul non può far altro che difendersi.

-Quindi non è vero?

-Cosa?

-Le guardie di Diasomnia dicono di avervi visti in un cespuglio, la scorsa settimana.

I gemelli, proprio davanti a lui, si scambiano alcune occhiate d’intesa, e ben più che un sorriso.

-Pensavo fossi un po’ innamorato di Jamil. È un bravo ragazzo, alla fine.

-Molto alla fine.

Prende con decisione la forchetta tra le dita di Floyd e lo imbocca, in modo da zittirlo e allo stesso tempo far cessare le ostilità. Il giovane uomo gli sorride e non può replicare alle sue parole.

-Non scherziamo, non ho tempo per queste cose. Devo curare i miei affari!

Replica però Jade, e Azul sa immediatamente che i suoi intenti non sono bellicosi.

Un sorriso diverso, uno sguardo diverso, persino una posa diversa. Come la loro decennale conoscenza spinge la loro intimità allo scherno più becero, così la spinge a una sincerità senza schermi – e Azul teme la seconda molto più che la prima.

-Stai attento che a continuare a dire bugie finisci per crederci davvero.

Sbuffa e si sistema gli occhiali sul naso, alzandosi dal proprio posto.

Senza neanche rendersene conto, i suoi occhi si dirigono dove è Jamil, ma le sue labbra si aprono a una smorfia contratta.

Non avrebbe permesso loro di indugiare oltre.

-Piuttosto, finite in fretta. La vostra pausa è quasi terminata, bisogna tornare a lavoro.

Chapter Text

 

 

I've been waiting for so long
Now I've finally found someone
To stand by me
We saw the writing on the wall
As we felt this magical fantasy

 

 

 

 

Veloce, lento, veloce – di lato.

Veloce, lento, veloce – di lato.

Veloce, lento, veloce – in avanti.

Attesa, braccia intrecciate e fianco teso: i passi di Floyd picchiettano lesti il parquet della pista e con la coda dell’occhio lo vede andare verso quel bordo immaginario del palco, verso una platea di fantasmi. Scuote i fianchi come gli ha insegnato, in una precisione naturale che quasi lo commuove.

Dopo si ferma e tende la mano, con tutto il corpo curvo in un arco dolce; è il suo momento.

Jamil ruota con il bacino e poi si allarga, aprendo le braccia sempre di più in modo da ampliare i suoi passi e renderli fluidi, scivolosi come l’acqua del mare. Un passo ardito di lato e nell’attesa c’è il gancio al suo compagno, che conclude il movimento per lui con un passo di sola punta – ed ecco che tornano a muoversi assieme, in perfetto sincrono. Jamil non lo guarda più ormai, pieno di fiducia.

Il ritornello quindi si conclude e Jamil si blocca con i piedi chiusi. Allo specchio davanti a sé, può mirare la forma precisa delle sue spalle e del suo bacino, così come i capelli tutti spettinati e quelli attaccati al collo sudato. Fa una smorfia, mentre cerca di pettinarsi con una mano.

Al suo fianco, Floyd non si è fermato, e sta procedendo la canzone senza di lui. Jamil sospira, camminando verso il muro e la panca appoggiataci contro, dove c’è il proprio borsone nero.

-Domani cominciamo le prove generali…

Si inginocchia a terra e rovista tra maglie sporche e le scarpe per l’esterno, trovando finalmente la borraccia che cercava. La scuote per sentire se ci sia rimasto qualcosa e poi beve l’ultimo sorso di acqua ormai calda, per nulla piacevole.

Floyd, alle sue spalle, richiama la sua attenzione.

-Possiamo farlo già ora! Una canzone intera!

Una smorfia rimane incastrata nell’espressione di Jamil anche quando si volta verso l’altro – altrettanto sudato, con i capelli più sfatti di lui, ma con un sorriso che avrebbe retto almeno altre due ore di allenamento fuori orario. Jamil si affretta a stroncare il suo entusiasmo con quanta più sicurezza gli esca dalla bocca in quel momento.

-No, sono troppo stanco. Non ce la faccio neanche a reggermi in piedi.

-A me sembra di sì-

-È una metafora, Floyd. Ti sto gentilmente invitando ad andartene.

L’altro finalmente si ferma, con un passo lungo interrotto a metà, e gli rivolge uno dei suoi soliti sorrisi maliziosi. Jamil trattiene a stento uno sbuffo.

-Gentilmente.

-Sì, gentilmente. Perché devo chiudere gli spogliatoi e la palestra, salire in ufficio e prendere alcuni documenti per Kalim, controllare che sia tutto a posto e accendere il sistema di sicurezza, così da lasciare tutto pronto ai ragazzi delle pulizie per domani mattina.

-I tuoi piedi sono stanchi ma la tua lingua no.

Floyd ridacchia, perché ha recepito fin troppo bene il significato dell’occhiata bieca di lui.

-Ok ok, vado! A domani, serpentello!

Si rialza e trotta verso la panca accanto alla sua, recuperando al volo il proprio borsone. Poi sparisce all’ingresso delle scale, e la sua ultima risata riecheggia per tutte le pareti della sala da ballo.

Finalmente, silenzio – solo il leggero rumore della luce al neon appesa al soffitto, contro cui sta sbattendo una falena scura.

Jamil borbotta.

-Ancora con questo strambo soprannome…

La sua mano sale istintivamente al capo, per pettinare ancora una volta la lunga chioma chiusa in un laccio rosso. Si guarda allo specchio, cercando di immaginare una bocca biforcuta al posto delle proprie doppie punte.

-I miei capelli mica sono così…

Ma poi scuote la testa: si dà del cretino per aver dato ascolto a quel viscido acquatico per più di qualche secondo. Ogni anno ci deve avere a che fare, e ogni anno si chiede come mai scelgano proprio lui, per fargli da accompagnatore. Qualcuno che può dare tutto o può dare niente a seconda dell’umore, non è certo qualcuno a cui affidarsi, ma il problema è che non è lui a decidere chi partecipa alla gara.

Sospira ancora, si mette il borsone in spalla e comincia il suo giro per la sala da ballo.

Entra negli spogliatoi femminili e getta un’occhiata alle diverse corsie – vede una piccola trousse su una panca di legno, la recupera e se la mette sottobraccio. Entra anche negli spogliatoi maschili e recupera un telo da mare che qualcuno ha dimenticato; chiuso il primo e chiuso il secondo, procede verso l’ufficio del responsabile del reparto nonché cosiddetto suo migliore amico, Kalim Al-Asim. Una rampa di scale di metallo lo sopraeleva rispetto alla pista da ballo, e delle pareti di vetro lo aprono al pubblico dei corsi, che spesso si divertono a vederlo ballare tra le proprie scrivanie e le sedie con le rotelle.

Aperta la riluttante porta d’ingresso, Jamil non può certo ignorare tutto il disordine; quindi sbuffa, appoggia gli oggetti smarriti nell’apposito armadietto e comincia a ordinare tutti i documenti sparsi ovunque, le cartellette spesse e persino le biro, un notebook che pensava di aver perso mesi prima e le due sedie rovesciate. Non si fa domande, come di consuetudine.

Messo anche il mouse del computer portatile al proprio posto, può spegnere la luce e chiudere l’ufficio soddisfatto.

L’ultima cosa da fare prima di uscire è accendere l’allarme.

E passando davanti al grande specchio della sala, Jamil vede il proprio riflesso in un’ombra scura, sinuosa. È solo un momento, ma il suo corpo si muove da solo nonostante la fatica.

Un passo ben più deciso che quello del mambo, le braccia si inarcano e la schiena si tende, un gesto più secco e veloce spezza l’aria e gli fa trattenere il respiro, il petto si allarga e si chiude di scatto, così come poi le ginocchia. È per terra e rotola, torna in piedi in un tornado veloce.

Si ferma, con il respiro accelerato e gli occhi spalancati. Ecco, ora si riconosce davvero.

Ed è troppo stanco per trattenere un sorriso – se qualcuno fuori lo vedrà, si inventerà una scusa qualsiasi. Riprende il proprio borsone, scende le ultime scale prima del portone e accende l’allarme, in modo che la sua preziosa sala da ballo possa dormire, anche quella notte, sonni tranquilli.

Lo scatto della serratura è l’ultima cosa che l’aria inghiotte. 

 

 

Il piede di Azul picchietta la punta elegante della scarpa sopra il pavimento del corridoio, scandendo lo scorrere dei secondi a una velocità sempre crescente. Ma a questo non segue alcun cambiamento, perché le mani del tecnico rimangono immerse nella piccola cella di controllo, a maneggiare chissà che cosa e a smuovere chissà cos’altro – torcia puntata e retta tra le labbra.

I suoi occhi però si spalancano e il suo sorriso torna ad arricciarsi quando si accende la luce sopra le loro teste e il condizionatore riprende a lasciare aria fresca.

Azul si volta all’indietro, controllando per scrupolo anche tutte le altre luci, ma niente è fuori posto.

Si permette quindi un sospiro.

-Grazie, Shroud! Giusto in tempo per il prossimo cliente.

L’altro spegne la torcia e si libera la bocca, che subito mostra in una smorfia i denti aguzzi.

-Avete un cliente?

Solleva le sopracciglia e si china un poco verso di lui, mentre Idia chiude lo sportello di plastica dura. E gli sistema il cappellino grigio sopra i capelli lunghi, prima di provare fastidio a guardarlo.

-Non essere perfido, con il tuo migliore amico.

-In quest’amicizia ci sono diversi interessi, mi sembra…

Non risponde; si volta e si incammina verso la porta alla fine del corridoio, che dà a un’altra parte della struttura. Vede Jade che trascina un carrello, proprio sull’uscio della porta del suo piccolo studio da massaggiatore, e lo richiama prima che sparisca.

-Jade, fa che sia tutto pronto entro dieci minuti.

Vede a malapena il suo sorriso, prima che sparisca all’interno della stanza lasciando dietro di sé non altro che un gradevole profumo di menta.

-Assolutamente.

Quella porta si chiude e un’altra si apre.

Azul si sporge dall’angolo del corridoio, per vedere quella donna di mezza età che si guarda attorno e poi decide di sedersi su una sedia e sfogliare senza attenzione una rivista – sguardo vacuo e ciabattine infradito, un bel pareo con i fiori.

Qualcuno tira piano l’angolo dei suoi pantaloni: Idia ha gli occhi bassi e gli rivolge un filo di voce.

-Ora possiamo tornare…?

Non serve neanche che finisca la frase perché lui sappia cosa voglia dire.

Sospira e apre la via, prendendo un altro corridoio poco distante, verso il proprio ufficio.

-Davvero, dovresti risolvere questi tuoi problemi di ansia. Oppure cambiare lavoro.

-Punto primo, non ho problemi di ansia. Non mi piacciono le persone, tutto qui. E secondo-

Azul preleva le chiavi dalla tasca dei pantaloni eleganti e apre la porta, facendolo entrare: subito, l’uomo con i lunghi capelli azzurri prende posto alla sua sedia preferita, facendo fare al seggiolino un intero giro su se stesso. Gli sorride ancora.

-Il rapporto tra paga ed effettivo lavoro è ancora troppo vantaggioso per rinunciare a questo posto. Non devo neppure avere a che fare con tutti i turisti come fate voi. Io me ne sto in disparte, vengo solo se chiamato, il resto lo passo in villeggiatura.

L’uomo chiude la porta dietro di sé, prima che qualcuno possa vederli e scoprire il loro piccolo segreto: Idia ha il proprio ufficio dall’altra parte del Villaggio, presidiato dal fratello minore che si limita a passare al suo cellulare tutte le chiamate che riceve.

Appoggia chiavi e giacca sopra la scrivania, solo a quel punto scorge il cellulare che Idia scuote con le dita secche, bianchissime.

-Sto per fare un record mondiale.

Abbassa il cappello e sbuffa, abbastanza rilassato da essere sincero.

-Sei irrecuperabile.

-A Mally piaccio così.

-Mally?

-Draconia.

-Idia, vi frequentate da meno di un mese, e già gli hai dato un nomignolo?

-A lui piace… dice che è adorabile e che nessuno lo ha mai chiamato così…

-Chissà perché.

L’immagine di Malleus Draconia, capo del reparto sicurezza nonché l’uomo che aveva costretto il Direttore a far arrivare una taglia maggiorata della divisa nera su misura apposta per lui, intento a scambiarsi effusioni con Idia lo fece rabbrividire non poco.

La macchinetta del caffè si trova su un piccolo mobile pieno di cassetti sigillati; mette una cialda dentro e quella trema un poco, prima di rilasciare quell’aroma tipico nell’intera stanza. Un’occhiata veloce alla scrivania, tra i plichi ordinati di pratiche già archiviate e la foto con la cornice d’oro di sua madre. Quando smette e il bicchierino di plastica è pieno di liquido caldo e scuro, Azul può prendere la sua bevanda, appoggiarsi con il fianco alla scrivania e sospirare, sorseggiando il caffè.

Dopo qualche minuto di silenzio – e pickpickpick provenienti dal cellulare di Idia – il tecnico si azzarda a rivolgergli ancora la parola.

-Azul.

-Uhm?

-C’è forse qualcosa che desideri dirmi? O desideri dire, in generale, non specificatamente a m-

Non lo lascia finire, perché neppure il caffè è riuscito a stemperare il suo cattivo umore.

-Tutto questo è assurdo.

Secco, perentorio.

Agita la mano libera e sbuffa ancora, prima di liberare tutto ciò che ha trattenuto per giorni e giorni.

-Kingscholar non aveva assolutamente bisogno di quelle stanze in più. Chi va a fare palestra durante le proprie vacanze? Tre idioti e basta! Non di più! Mentre tutti, e proprio tutti, vanno in piscina! Noi di Octavinelle siamo sempre pieni, eppure le piscine sono due da dieci anni e gli scivoli sono cinque da sei anni! Ci sono sempre gli stessi spogliatoi e sempre le stesse docce, né più né meno! Mi sembra così idiota aver voluto ampliare una cosa tanto inutile quando c’erano cose ben più stringenti da fare!

Guarda Idia, ormai rannicchiato sopra la propria sedia e con le dita immobili – ignora persino i continui richiami del suo gioco, perché ha gli occhi fissi su di lui, sgranati all’inverosimile.

-Respira, per favore. Non so fare la rianimazione, ero in malattia quando hanno fatto il corso di primo soccorso!

-Sto bene! Cioè, non sto bene, ma non collasserò a terra proprio adesso!

Scuote la testa e beve d’un sorso il proprio caffè senza zucchero; la smorfia causata dal calore della bevanda si mescola all’irritazione sul suo viso contratto.

Denti stretti, butta il bicchierino vuoto nella pattumiera nuova, nell’angolo della stanza. 

-Non come questa struttura se quell’idiota del nostro Direttore non farà qualcosa a breve…

Idia sospira alle sue spalle e il suono ovattato del picchiettare delle dita contro lo schermo del cellulare gli suggerisce che abbia ripreso la propria partita.

-Le cose fatte dagli esseri umani sono portate a deperire. Per questo è sempre meglio la tecnologia.

-Non mi serve il tuo nichilismo, in questo momento.

Lo guarda, per qualche istante invidiando tutto di lui.

Alla possibilità di vestire con quella divisa scura e sciatta, alla presenza tutt’altro che rassicurante o presentabile, tra occhiaie pelle cadaverica e sporco sotto le unghie. Però, in tutto quello, Idia è ancora l’unico che lo ascolti in quei momenti.

Gli porge il cellulare, a un certo punto.

-Prova questo, vedrai che ti rilasserà.

Azul guarda l’arnese con una certa diffidenza, e lo prende con altrettanta lentezza tra le mani.

-Cosa dovrei fare esattamente?

-Schiacciare i tasti a ritmo.

Alza gli occhi su di lui per altre spiegazioni e Idia si limita ad alzare le spalle.

La musichetta del gioco di idol è pimpante alle sue orecchie, così come fin troppo colorati i personaggi sullo schermo. Azul si deve sedere per disporre le dita sullo schermo – aperte e morbide, come sulla tastiera di un pianoforte. E se le prime note lo prendono alla sprovvista, dalla quinta in poi non ne manca neanche una.

Un minimo di soddisfazione alla fine, anche per merito del fischio dell’amico.

-Wow! Sei bravo! Questa canzone era difficile!

Lascia il cellulare sul tavolo, perché Idia lo riprenda e cominci un’altra partita.

I suoi occhi vanno alla finestra, contro cui la tenda ha cominciato a sbattere: un gruppo di nuvole scure all’orizzonte si stanno avvicinando al Villaggio.

-Sta cominciando a piovere un’altra volta.

Ma Idia non risponde. Azul sospira e gli prende il berretto, appoggiandolo sopra la propria scrivania.

-Io ora devo scendere dai miei bagnini. Tu vedi di stare tranquillo e di non mettere in disordine. Quando hai voglia di qualcosa, c’è il tuo armadietto. L’ho riempito ieri pomeriggio.

Il suono allegro della full combo: Idia alza un sorriso di denti aguzzi su di lui e i capelli gli scivolano ovunque.

-Sei il mio preferito, Azul. Subito dopo Mally. Chiedi un favore e ci sarò sempre per te.

Sorriso d’ordinanza, mentre prende cappello e giacca per uscire dalla porta.

-Grazie, era proprio ciò che volevo sentirmi dire.

 

 

Due uomini di mezza età si voltano nello stesso momento quando Floyd li chiama dal lato della piscina, con il fischietto che gli pende dal collo.

-Signori Tamamo, buongiorno!

Qualche capello grigio e diverse rughe attorno alla bocca e agli occhi, ma al giovane piace quel loro sorriso così naturale e le gestualità morbide con cui agitano le braccia e il collo anche solo per salutarlo.

-Oh, Leech-kun! Buongiorno!

Si alza dal proprio seggiolino rosso e li raggiunge, rimanendo in piedi dietro di loro.

L’odore del cloro viene alzato in aria ogni volta che un bambino si avvicina troppo a loro e schizza acqua ovunque.

-Come sta oggi il piccolo Jun?

-Ah, vivace come al solito-

-Più del solito, direi! Non sta davvero mai fermo!

-Si gode la vacanza!

-Oggi c’è anche la bimba dei signori Horvat, starà giocando con lei.

-Oh, quella bambina adorabile!

-Magari la invitiamo a merenda con i suoi genitori.

I due coniugi si guardano, lanciandosi un’occhiata d’intesa.

Floyd sente uno strillo più alto del solito e alza lo sguardo: pare che una ragazzina abbia ingoiato troppa acqua in una volta e si sia un poco spaventata – niente da dover riprendere con la forza della propria autorità.

Segue il bordo della vasca, dove ci sono alcune anziane signore che chiacchierano con i loro nipotini piccoli; poi le sdraio a bordo piscina e il cumulo di ciabatte prima della fontanella dove si sciacquano i piedi per accedere al prato interno. Nella vasca più profonda, un gruppo di giovani sta facendo gara a chi trattiene di più il respiro. C’è persino Azul tutto vestito, con le sue cartellette sottobraccio, che si guarda attorno alla ricerca di chissà quale cosa.

Uno dei signori richiama la sua attenzione con una breve considerazione.

-Peccato solo che non ci sia una zona ristoro, signor Leech. Starebbe benissimo vicino alle piscine. Ne ha mai parlato con i suoi superiori?

Non trattiene una smorfia che fa sobbalzare gli altri due.

Subito, il secondo coniuge tenta di rimediare ai danni impliciti fatti dal marito e sfoggia il proprio sorriso migliore.

-Ma anche così la sezione piscine è incantevole. Ci sono un sacco di attrazioni per i più piccoli, è sempre un piacere venire qui da voi, anche senza bar!

-Ha proprio ragione. Il nostro superiore Azul ha curato negli anni questo reparto.

Floyd torna a sorridere e quindi si allontana verso la propria sediola, lasciandoli soli.

-Spero che vi godiate ancora la vacanza.

Piede in una pozzanghera d’acqua fresca, vede di sfuggita il proprio riflesso ondeggiante.

Si apposta sotto l’ombrellone aperto per osservare ancora le due piscine davanti a sé, mentre un piccolo insetto gli ronza attorno e gli dà noia – lo scaccia con la mano, e continua la propria ricerca.

-Piccolo Jun, dove sei finito…?

Prova una strana sensazione, quasi che ci sia un senso animale a metterlo in guardia. L’esperienza gli suggerisce che nel momento in cui non riesce a vedere un volto noto, lui che dovrebbe avere la capacità di vedere quasi tutto e controllarlo nel raggio dei metri che gli competono, potrebbe non essere una cosa positiva.

E dopo le piscine, l’unico altro luogo su cui ha giurisdizione sono gli scivoli.

Controlla prima le scale del tubo nero, quello che viene chiamato per i clienti “il viaggio della morte”, e trova due figurette che si arrampicano agli ultimi scalini: troppo piccoli per potersi anche solo avvicinare.

-Ehi!

Al suo urlo, più di un viso si volta nella sua direzione. Al suo fischio, diverse persone si immobilizzano e lo guardano, cercando nella propria coscienza una scusa valida per tutti i propri peccati.

Ma Floyd ignora quelle anime deboli e si incammina verso le scale dello scivolo alto, imprimendo cattiveria in ogni singolo passo.

-Ehi, vai due! Fermi!

Passato l’angolo dietro l’aiuola che contorna l’entrata degli scivoli, non li vede più, e questo accelera il suo passo. Finisce per scontrarsi con un ragazzino dalla pelle molto chiara, rimasto aggrappato alla ringhiera delle scale per chiacchierare con un amico, e al suo fianco sfilano veloci altri ragazzi che lo superano e arrivano in cima.

Afferra il proprio fischietto con rabbia, facendoli sobbalzare tutti.

-Mettetevi in fila e non correte! C’è bagnato!

Arrivato in cima, con il fiatone, finalmente trova i due ragazzetti che stava cercando, messi in un angolo della rampa con lo sguardo ai propri piedi, appena sotto alcuni cartelli bianchi con delle immagini molto esplicative e barre rosse. Lui e lei si lanciano occhiate piene di sensi di colpa e muovono le dita nervosamente.

Floyd deve respirare un paio di volte prima di essere in grado di parlare ancora – e si china in avanti, in modo da non torreggiare troppo su di loro. Inevitabilmente, il ciuffo scuro dei suoi capelli scivola in avanti.

-Piccolo Jun, piccola Ranka. Che ci fate qui?

Nessuna risposta, all’inizio, quindi tenta di stuzzicarli un poco, e viene investito dalle loro parole.

-Sapete che questo è lo scivolo per i grandi-

-Solo una volta, signor Leech! Una sola!

-Una sola, promesso!

Gli rivolgono occhi grandi, pieni di speranza. Eppure, in due non arriverebbero neanche alle sue ascelle messo l’uno sopra l’altra.

Floyd ride, abbastanza divertito.

-Anche più di una volta, quando avrete quindici anni! Anzi, tutte le volte che vorrete!

Mette le mani larghe sopra la testa dei due bambini, per poterli indirizzare verso le scale e quindi portarli dai loro genitori.

La bambina non opporre resistenza, e nel movimento veloce che la conduce verso la ringhiera fa sobbalzare le piccole balze del costumino verde, incantevole sulla sua pelle appena scura. Il bambino, invece, si muove lento, e dondola di più verso l’imboccatura dello scivolo, quasi sull’orlo del precipizio.

-Non si può fare mai niente di bello, qui…

-Suvvia, non dire così! Ci sono un sacco di altri scivol-

Basta davvero un gesto appena più avventato perché tutto accada in pochissimi istanti.

Floyd non ha neanche il tempo di pensare se Jun lo abbia fatto con malizia oppure no, ma pende troppo verso l’interno dello scivolo, tanto da caderci quasi dentro; l’uomo lo prende per la spalla e lo spinge all’indietro, ma per colpa di una pozzanghera proprio al di sotto del bordo dell’imboccatura perde a propria volta l’equilibrio e cade in avanti.

Le dita tentano di aggrapparsi al bordo, ma la discesa è troppo ripida e l’acqua che accompagna troppo forte. Floyd perde la presa e cade giù, proprio nel modo in cui tutti i cartelli di avvertimento indicano di non fare.

 

 

 

Chapter Text

 

 

Now with passion in our eyes
There's no way we could disguise it secretly
So we take each other's hand
'Cause we seem to understand
The urgency

 

 

 

 

Leona sbadiglia per la terza volta in due minuti, quando ecco che Crowley comincia la sua pagliacciata.

-Due giorni…

L’uomo con i capelli lunghi stiracchia le braccia in aria e incrocia i polsi dietro la schiena, annoiato e stanco – quella sarebbe ora del suo secondo riposino pomeridiano, quindi si sente in diritto di non essere così coinvolto emotivamente come la situazione richiederebbe.

Un altro borbottio del Direttore, al capo del lungo tavolo.

-Due soli giorni…

Quello sbatte le mani sul tavolo e si sporge in avanti, cominciando a urlare disperato davanti a tutti loro.

-Siete riusciti a resistere due soli giorni prima di mandare tutto all’aria! Era tutto così perfetto e organizzato! Nei minimi dettagli!

Qualcuno, dal lato dei Heartslabyul, tenta una minima risposta, ma la replica dell’uomo con i capelli neri è fulminea almeno quanto l’irritazione che nasce nella pancia di Leona.

-Direttore, non capitano tutti i giorni questo tipo di incidenti-

-Sarebbe la catastrofe se lo permettessimo!

La parola passa poi a Pomefiore, di cui Rook Hunt si fa voce.

-Ma sarebbe stata ancora di più una catastrofe se fosse stato uno dei nostri clienti a farsi male, lei non crede? Leech con il suo incidente ci ha protetti tutti da guai ben peggiori.

Sorride affabile, calmo e incredibilmente padrone della situazione.

Basta però che Leona e Ruggie si scambino un’occhiata di sottecchi perché il giovane parli, al momento giusto e con le parole giuste.

-Sì, col risultato che una delle attrazioni più popolari del suo settore è stata chiusa fino a data da destinarsi.

È sempre una soddisfazione vedere quelli di Octavinelle nei guai – tesi per un problema causato da loro. Ruggie ride sotto i baffi, così anche Leona.

Il loro divertimento però viene interrotto dall’intervento di Riddle Rosehearts che, braccia incrociate al petto e sguardo duro, non fa che ribeccare il Direttore dove è più debole. D’altronde, lui è abbastanza interessato a difendere l’onore del colpevole del maltorto, è una cosa risaputa da tutti.

-L’aumento del personale è un problema che abbiamo sempre sottolineato, signor Direttore. Trovo davvero ingiusto che incolpiate Leech Floyd per qualcosa di cui non ha direttamente colpa.

-Ora sono io il cattivo? Ora sono quello che sbaglia sempre?

-Nessuno ho detto questo, signor Direttore.

Crowley sbuffa e piagnucola un poco, messo alle strette.

-Comunque, è vero. Se fosse successo a uno dei nostri amabili clienti, ci ritroveremmo in guai ben peggiori. Ma rimane il terribile problema che abbiamo perso uno dei nostri ballerini per la competizione! Quale sciagura! Quale terribile disastro!

Altro sbadiglio. Leona dondola un poco sulla propria sedia, all’indietro, distendendo le gambe in avanti e appoggiando i piedi sopra il bordo del tavolo.

Senza Floyd a fare pazzie, tutti si sono fidati a mettere i propri caffè e i propri tè sul tavolo – ma quando ad alzarsi di scatto è Kalim, direttore del club di danza, il risultato è uguale: caffè ovunque, bicchierini rovesciati, urla squillanti e troppo energiche nell’aria.

-Jamil può ballare da solo! Lui è bravissimo! Oppure potrei fare io-

-Tu sei già impegnato con la banda, signor Al-Asim! Non possiamo metterti in due posti diversi!

-Ah, già!

Kalim rimane immobile a fissare il vuoto, con quel suo sorriso ebete sul viso; dopo qualche istante, per evitare di metterlo ancora più in imbarazzo, è lo stesso Jamil a rimetterlo a posto, strattonandolo per la maglia bianca.

Crowley sembra diventare serio all’improvviso, senza più tergiversare.

-Quindi, l’unica nostra soluzione è farti andare da solo, Viper. Te la senti?

Tutti guardano Jamil, persino un annoiato Leona. Si nota la sua irritazione da quella tipica ruga in mezzo alla sua fronte e quella smorfia sulle sue labbra.

Non fa in tempo neanche a parlare che qualcuno si fa avanti.

-Posso sostituire io Floyd.

Ecco, in quel momento la cosa diventa interessante.

Leona ghigna, mostrando i denti un poco aguzzi.

-Tu, Ashengrotto? Sbaglio, o non riesci neanche a fare due passi veloci senza inciampare nel nulla?

Azul alza il naso e il mento, sorridendo di quel suo sorriso tipico che fa quando si è a lungo preparato un discorso da esporre alla platea. Agita persino le mani, il viscido.

-Per quanto Floyd non abbia direttamente colpa per quanto è successo, è il settore di Octavinelle a essere in difetto in questo momento. Abbiamo ritirato il nostro partecipante per cause di forza maggiore, e quindi è più che giusto che ci assumiamo l’onere di una sostituzione. Sostituzione di cui mi prendo carico completamente!

E dopo si rivolge a Crowley, in uno sguardo più che allusivo.

-Per venirvi incontro, signor Direttore.

-Certo, Ashengrotto. Certo…

Si alza un lieve brusio nella stanza, tra dubbi e perplessità.

Jamil affronta la cosa in maniera esplicita, ma come al solito sembra che niente possa scalfire l’assoluta sicurezza del capo bagnino, neppure ragionevoli dubbi.

-Sei sicuro, Azul? Non ti ho visto ballare mezza volta.

-Con il giusto allenamento e le giuste dritte, date dal migliore dei maestri qui presenti, e con il mio innegabile impegno, sarò pronto prima della gara.

Leona sogghigna, ride sfacciatamente.

-Sei davvero così disperato, Azul. Fai quasi commuovere.

Azul lo guarda con lampi negli occhi chiari. Gli ha dichiarato apertamente sfida, e certo non si tirerà indietro fino alla sua clamorosa sconfitta.

Le sue parole sono piene di boria e magnificenza.

-Le tue piccole insinuazioni sono inutili allo scopo, Kingscholar, come d’altra parte ogni cosa che viene pronunciata dalla tua bocca.

Leona ha uno scatto involontario in avanti, che subito viene fermato dalla mano di Jack: gli ringhia contro, ma il ragazzo con i capelli chiari non lascia la presa e gli rivolge uno sguardo duro, perché cessi quelle ostilità inutili. Sentire le piccole risa di Ruggie non lo aiuta a calmarsi, ma l’intervento di Crowley gli fa perdere la possibilità di prendere parola.

-Bene! È deciso! Da questa sera in poi, Azul Ashengrotto si allenerà con Jamil Viper per il ballo di mambo del nostro spettacolo.

Jamil e Vil si scambiano un’occhiata sconfitta, disperata; nelle loro parole, persino Leona riesce a sentire la stanchezza di dover rimediare a tutta quell’assurda situazione.

-Bisognerà cambiare tutta la coreografia…

-Quello è il meno. Per fare una coreografia non ci vuole nulla, ma per fare una coreografia adatta a Azul…

L’interpellato si intromette tra i due, sistemandosi gli occhiali sul naso.

-Suvvia! Non sono mica un tronco! So muovermi anche io!

Leona ride e si rimette al proprio posto – un ultimo sguardo a quel polpo viscido, che riesce a dire tutto ciò che hanno dovuto tacere davanti al direttore.

Quell’estate, davvero, sarebbe stata molto divertente.

 

 

Azul si muove di lato, come dettogli – e l’immagine che lo specchio gli rimanda sembra abbastanza sinuosa e aggraziata, tiene il tempo con la musica immaginaria che gli serve per scandire il ritmo. Si muove dall’altro lato e fa una piccola giravolta; le sue gambe si intrecciano male e quasi inciampa, ma le braccia coprono il suo errore e si rimette in posa di partenza.

Trionfante, fa per rivolgere lo sguardo ai propri due maestri in un angolo: Vil neanche lo guarda più, mentre Jamil gli rivolge un’occhiata terrorizzata.

-Sei davvero rigido come un tronco.

-No, Viper. Almeno i rami dei tronchi si piegano al vento, a differenza sua.

Al suo tentativo di protesta, l’uomo biondo si irrita e gli rivolge occhi di fuoco.

-Tutto questo accanimento mi sembra eccessivo-

-Come eccessiva la tua fiducia nel farti avanti. Credi che questo sia un gioco?

Jamil sospira, cercando di mettersi tra loro due.

-Ora, per favore-

Azul si raddrizza sui piedi incrociati, e nel tentativo di darsi un poco di tono si sistema anche gli occhiali sul naso.

-Schoenheit, sono deciso quanto te a vincere questa gara. Per il buon nome del nostro Night Raven Village!

Vil non perde tempo a rispondergli, a quel punto. Si avvicina a lui e sistema la sua posa, mettendogli le mani prima sulle spalle e poi sui fianchi, sciogliendo l’intreccio che sono diventate le sue ginocchia.

-Ripeti la sequenza, allora. Passo veloce, fermo, passo veloce, chiudi.

Jamil riprende a battere il ritmo immaginario, e come Azul ricomincia a muoversi, Vil subito lo corregge.

-Devi partire al secondo, non al primo.

Azul sorride di più, per evitare qualsiasi altra espressione facciale.

Fissa la propria immagine nel grande specchio e si muove di lato, piega le ginocchia e poi si muove dall’altro lato, termina in una piccola giravolta – e quella volta neanche inciampa.

Ma Vil non è comunque contento.

-Uno spiedo sarebbe più flessibile di te! Viper, fagli vedere!

Jamil sbuffa nel prendere posto accanto a lui, gli lancia un’occhiata torva prima di assumere la posa dell’inizio.

Vil accende il registratore e la musica parte davvero. Dopo una breve introduzione, cominciano gli ottoni con una tromba solista e quindi anche le percussioni, e dopo l’inizio di una nuova battuta Jamil comincia a muoversi e a ballare.

È come un elastico, mare scosso in tempesta: sinuoso ed elegante, materia nel vuoto. Le sue braccia non correggono nessun errore, ma anzi ampliano e abbelliscono il corpo già perfetto. Le gambe portano il movimento a un’apertura maggiore, consumando tutto lo spazio possibile.

Solo quando la musica termina e così anche il ballo di Jamil, Azul si rende conto di essere arretrato di lato, per lasciargli spazio.

Rimedia con uno sbuffo.

-Non vedo differenza, onestamente.

Vil gli lancia un’occhiata di tralice, sbuffando più volte.

Per fortuna, è Jamil a parlargli e a rendergli esplicita ogni altra differenza più evidente.

-Il bacino, Azul. Devi muovere il bacino e tenere ferme le spalle, altrimenti sembra che tu stia camminando sui cocci di vetro.

Lo richiama davanti allo specchio e Azul gli si mette di fianco.

Posto dietro di lui, anche Jamil lo mette in posa, ma le sue dita sono decisamente più morbide di quelle di Vil, e lo toccano ai fianchi come se volesse invitarlo, non comandarlo. La sua voce, nelle orecchie di Azul, è insolitamente sensuale.

-Le braccia ferme, salde…

Azul rilassa il corpo e si lascia guidare, fina a che Jamil non si allontana un poco da lui, dietro.

-Meglio, ora ricomincia da capo.

Vil fa partire la musica e Azul ne segue il ritmo.

È più veloce di quanto ha fatto prima, ma riesce a reggere fino a metà sequenza.

-Passo, fermo, passo e-

Poi inciampa e fa qualche passo in avanti, perdendo la forma. Vil ferma subito la musica, lamentandosi ad alta voce.

-Di questo passo, quando arriverà la gara riuscirà a fare a malapena un sombrero.

-Suona interessante, questa cosa.

Jamil invece gli si rivolge preoccupato, perché sembra che lui abbia compreso ben altra cosa dalle parole dell’uomo.

-Vil, stai suggerendo di fare una cosa di coppia?

-Siete alti più o meno uguali, potrebbe funzionare. Tu potresti coprire con più facilità i suoi errori e condurlo senza che vada a sbattere da qualche parte.

Azul sorride in modo istintivo e Vil lo vede – la sua espressione si fa ancora più dura.

L’uomo biondo supera quindi Jamil e si avvicina a lui, puntandolo come se fosse una piccola preda.

-Per questo genere di cose ci vuole un certo animo. Una certa- sensibilità.

Azul non retrocede di un solo passo e lascia che Vil gli si avvicini fino quasi a toccarlo.

Quasi l’uno contro l’altro, Vil chiama l’altro ballerino rimasto un poco in disparte.

-Viper, vieni qui!

Subito Jamil si avvicina a lui, mentre la sua immagine scura scorre sulla superficie riflettente del vetro.

Le loro braccia si intrecciano in modo naturale e spontaneo, quasi fossero sempre state così.

Vil guarda il proprio partner ma è con Azul che parla.

-Ci vuole passione!

Il suo corpo si flette in avanti e Jamil lo sostiene, con i piedi ben appoggiati a terra. Ed è un attimo, perché i loro corpi iniziano a muoversi nel medesimo tempo. Gambe intrecciate, ruotano appena e poi compiono un cerchio senza difficoltà alcuna e senza mai abbassare lo sguardo.

-Intimità!

Poi Vil gira sotto il braccio di Jamil, e quindi Jamil gira sotto il braccio di Vil.

-Fiducia!

La coppia si apre di lato come due ali, torna in posizione, fa un passo incrociato e si apre dall’altra parte, tenendo perfettamente il ritmo.

-Confidenza!

La gamba di Vil sale al fianco dell’uomo e la sua schiena si flette all’indietro, sostenuta dal braccio di lui. Quando si rialza, i loro visi sono così vicini – a distanza di un bacio, con le labbra tremanti.

-Amore-!

Le mani di Vil si appoggiano alle spalle di Jamil e ne traggono sostegno, decisione.

Dopo averlo fatto girare ancora due volte, l’uomo lo appoggia per terra e ansante, l’espressione rapita dalla bellezza dell’altro.

Vil, con il fiato un poco accelerato, si sistema i ciuffi ribelli della frangia.

-Sai fare una cosa del genere, Ashengrotto? Sai provare sentimenti umani?

Azul si riprende dalla propria sorpresa e gli rivolge un sorriso affabile.

-Questa domanda è un po’ offensiva, Schoenheit. E indice del fatto che mi sottovaluti molto. Dimmi cosa devo fare e lo imparerò prima della gara. È una promessa.

-Spero bene per te che tu sia un uomo di parola, Ashengrotto.

Jamil si avvicina di nuovo a lui e tenta un sorriso che lo metta a suo agio.

-Ok, per prima cosa… le mani.

Azul solleva subito le braccia come ha visto fare dai due ma Jamil non si avvicina né si intreccia con lui.

-Non è necessario fare così, Azul. Guarda-

L’uomo con i capelli scuri invece solleva le mani davanti al proprio corpo, aprendo i palmi in modo verticale.

-Forse in questo modo va meglio, almeno per il momento.

Un attimo di esitazione, perché non sa bene come comportarsi.

Abbassa le braccia e solleva la prima mano – intrecciare le dita con Jamil, per qualche motivo, gli dona una strana sensazione. Jamil è sempre calmo, tranquillo, gli permette di prendersi lo spazio che vuole; Azul pensa sia abituato a farlo, perché è bravo nel suo lavoro di istruttore e riesce a mettere a proprio agio chiunque.

Solleva anche la seconda mano per prendere quella di lui, e Jamil gli sorride.

-Ottimo. E ora, guardami e sentimi, io ti conduco.

Jamil comincia a contare ad alta voce e la sua mano lo attira un poco: Azul capisce di dover fare un passo in avanti. Al secondo, non al primo.

Il primo passo in avanti va bene, e anche quello indietro. Quando però Jamil cerca di condurlo di lato, Azul si scorda di dover aspettare e parte prima, pestandogli il piede.

-Ahi-

-Scusami.

-Non fa niente, è normale le prime volte. Sarebbe stato peggio se avessi avuto i tacchi.

-Li dovrò mettere?

-No, a meno che tu non voglia aggiungere cinque livelli di difficoltà extra e inutili a tutto questo. Per ora continuiamo scalzi.

Azul si guarda i piedi, arricciando le dita avvolte dai calzini viola.

Anche sentire la nuda terra è una sensazione nuova. Con l’acqua ha molta più familiarità, ma il terreno gli è sempre stato ostile: venirci a patti è meno complesso del previsto, se c’è qualcuno ad aiutarlo.

Jamil richiama la sua attenzione.

-Guarda e senti me, Azul. Non deve importarti altro.

Azul sorride, perché davvero non gli importa d’altro.

La musica riparte – Jamil fa un cenno con la testa, gli stringe le dita tra le sue e lo sposta un poco in avanti. Sembra già bellissimo, anche solo così.

 

 

Azul prende un profondo respiro e appoggia il mento sull’intreccio degli avambracci, rilassando il corpo disteso e appoggiato di pancia. L’odore dell’incenso profumato lo aiuta nel processo, inizialmente, poi è quella lieve musica di sottofondo a cullare i suoi pensieri.

Ma appena Jade stringe un poco le dita attorno ai suoi glutei tesi, sobbalza di nuovo.

-Ahi! Attento lì, è una zona delicata!

-Più che delicata, direi sensibile.

Il massaggiatore gli rivolge un sorriso gentile, un’espressione affabile, e insiste nel massaggiargli il sedere nudo sotto i suoi polpastrelli.

-Non ti hanno fatto fare alcun tipo di allenamento, prima?

-Troppo poco il tempo, a quanto dicono.

-Certo, per una buona preparazione ci vogliono in effetti mesi e mesi.

Azul tende le gambe, nel tentativo di scaricare il dolore che sente. Affonda invece il viso nel cuscino sotto le braccia, mordendosi le labbra. Senza occhiali, lasciati in disparte all’inizio della seduta, è molto più facile.

La radio si blocca in una piccola pausa e riprende con un altro motivo strumentale, archi suadenti e un flauto dolce, con note chiare.

Le dita di Jade si chiudono solo in precisi punti, dove gli fa più male e dove c’è più acido lattico.

-E quindi tu sfrutti i tuoi dipendenti per un massaggio gratis.

-Vuoi forse dei coupon per la palestra? Di quelli sono pieno.

-Due biglietti per l’entroterra, per la prossima pausa, non sarebbero male.

Azul si alza sui gomiti solo per voltare la testa e guardarlo male – Jade sorride con tutti i propri denti aguzzi, mostrandogli un anello al dito.

-Dobbiamo festeggiare il nostro terzo anniversario.

L’uomo assottiglia lo sguardo, come se il gesto potesse renderlo anche solo di un poco più minaccioso.

-Fammi dieci massaggi gratis e li avrai.

-Hai idea di quanto costino i miei massaggi?

-Hai idea di quanto costino dei biglietti di andata e ritorno da quest’isola maledetta?

Non risponde: imprime nel suo corpo le proprie dita, così da continuare il massaggio.

Azul tende i muscoli delle cosce, al suo passaggio, ma il movimento del suo pollice agisce in modo così profondo nelle sue carni da rilassargli anche l’anima che non credeva di avere. Sente un leggero formicolio ai piedi stanchi, le ginocchia che quasi cedono.

Poi le dita di lui osano troppo.

-Ahi-

-Se ti lamenti così tanto, il tuo Jamil Viper non ti vorrà certo accanto.

-Viper? Cosa c’entra lui adesso?

Sospira, intuendo qualcosa.

-Anche tu come Kingscholar pensi che lo abbia fatto per lui?

-Un po’ tutti lo pensiamo.

Sbuffa e lo guarda da sopra la spalla, con un’espressione pietosa.

-Se fosse stato così, se davvero avessi avuto l’intenzione di gettarmi in una missione impossibile soltanto per un uomo, avresti dovuto fermarmi.

-Lo sai che mi diverte vederti metterti nei guai con le tue stesse mani. Ma avevo abbastanza fiducia in te e nelle tue capacità di macchinazione.

Scuote la testa e appoggia di nuovo il mento sopra gli avambracci incrociati.

È tale il suo entusiasmo da non sentire quasi più il dolore alla schiena.

-Quest’anno vinceremo noi, Jade. Me lo sento! Senza Floyd a fare il matto come suo solito, abbiamo decisamente qualche possibilità di farcela! E ce la faremo!

Le dita di Jade si fanno più gentili sul suo corpo, e Azul pensa che finalmente abbia cominciato a fare bene il proprio lavoro: non c’è miglior massaggiatore su quell’isola, così come in nessun’altra isola di quel piccolo arcipelago, ma il maggiore dei gemelli Leech sa fin troppo bene come dosare sugli altri l’enorme potere in proprio possesso.

Non è neanche una sorpresa che gli faccia un’implicita domanda.

-Hai sempre permesso a Floyd di rappresentarci alla gara annuale, ma quest’anno è diverso.

-Quest’anno ci serve quel finanziamento, e della gara mi importa anche l’esito.

-Hai per caso intenzione di mettere pressione al Direttore?

Si volta e lo vede sorridere, malizioso: il suo sorriso conferma tutti i sospetti, e lo delizia con scenari futuri incredibilmente fruttuosi.

Tra le due cosce magre, Azul sente Jade premere un fascio di nervi teso, e all’improvviso donargli un piacere fisico totalizzante. A malapena lo sente mentre parla, preso da quella momentanea estasi.

-Non vedo l’ora di vederti all’opera, Azul.

Chapter Text

 

Just remember
You're the one thing
I can't get enough of
So I'll tell you something
This could be love because

 

 

 

 

Un suono secco fa tremare le pareti di plastica dura del suo piccolo studio, e Kalim alza la testa da quei fogli pieni di scritte che non sta leggendo neanche al terzo tentativo.

-Tutto questo è inammissibile!

Si alza dalla propria sedia e si avvicina alla porta lasciata socchiusa, per guardare verso il basso, all’interno della sua sala da ballo: a qualche metro di distanza dal nastro che isola la parte sinistra della sala, dove ancora ci sono diverse pozzanghere sul pavimento, Jamil sta tentando di ammansire i clienti più scontenti, che alzano la voce nonostante la sua espressione accomodante.

-Non ho certo pagato per essere costretta a un servizio a metà!

-Vogliamo un risarcimento!

L’uomo con i capelli bianchi esce dall’abitacolo, vedendo alzarsi su di sé alcuni sguardi incuriositi; si aggrappa al corrimano e inizia a scendere le scale di metallo con piccoli saltelli mentre la voce di Jamil rimbalza sulle pareti verticali, tenue e non troppo sicura.

-Signori, siate comprensivi. La tempesta di ieri ha fatto diversi danni, ma già da domani potremo usare tutta la palestra come abbiamo sempre fatto-

Ancora prima che Kalim riesca ad arrivare a terra, cominciano altre rimostranze.

-Togliere un giorno su tre settimane di vacanza è comunque un furto!

-Non è assolutamente professionale tutto questo!

Ma un signore con uno scialle verde chiaro sbuffa e prende la parola, rivoltandosi contro gli altri clienti.

-Vi lamentate per due ore perse quando non fate niente tutto l’anno, ridicolo.

-Che cosa?

-Non è certo colpa loro se c’è stato un temporale, vi pare?

Jamil tenta di sedare anche quel litigio, sempre più frustrato.

-Vi prego, non litigate!

Finalmente si accorge del suo arrivo e gli lancia un’occhiata preoccupata, a tratti supplice.

Kalim vede i propri clienti borbottare, stringersi nelle proprie braccia e nelle proprie spalle – percepisce con chiarezza quell’aria tesa nel piccolo gruppo, fatta di un mal contento più che legittimo. Una signora di solito molto curata è più trasandata del solito: questo gli ricorda come anche gli spogliatoi siano stati sigillati, perché la tempesta di quella notte ha fatto saltare una finestra e inondato tutto di acqua.

Allora, sorride e allarga le braccia.

-Beh! Dal momento che la sala da ballo non è completamente agibile, direi di andare via di qua!

La sua dichiarazione lascia tutti sgomenti e sorpresi, anche lo stesso Jamil.

-Kalim, cosa stai dicendo?

Ma il responsabile del corso di ballo insiste, con quella purezza d’animo che gli è caratteristica.

Si avvicina ai propri clienti gentilmente, e un paio di signore sciolgono le braccia tese quando lui allunga le proprie mani, perché gliele prendano – il contatto fisico abbassa la tensione nell’aria e rende non solo quelle due persone, ma anche tutte quelle che le circondano molto più propense all’ascolto. Insinuatosi così nel loro animo, Kalim rivolge a tutti loro un altro caldo sorriso, senza lasciarsi fermare dalle tenui rimostranze di Jamil, dietro di lui.

-Potremo andare in spiaggia, invece! Fare gli esercizi sulla sabbia aiuta moltissimo l’equilibrio, e respirare l’aria piena di salsedine fa bene ai polmoni!

-Kalim!

-Vi devo però chiedere un’attenzione in più, e so che è tanto, vista la condizione.

Tutti guardano il dito che alza in aria, ascoltando con estrema attenzione.

-Il nostro mare è incredibilmente bello, su questo lato della spiaggia. L’acqua è limpidissima e piacevole, protetta dagli scogli. Quindi, se mi promettete che ci divertiremo tantissimo, andremo subito in spiaggia.

Quel brusio appena accennato – occhi che si guardano furtivamente gli uni con gli altri, nella parte a lui più lontana del gruppo – viene zittito dall’ultima proposta.

-Oh, ovviamente la giornata di oggi è gratis! Il prezzo di queste ore extra vi verrà rimborsato!

-Kalim-

L’uomo si volta verso il collega dai capelli neri: Jamil a quel punto non può dire niente, altrimenti non sarebbe solo la faccia a essere persa davanti ai clienti. Tuttavia, è chiaro nella sua espressione che è contrario a quanto fatto, e che lo farà soltanto perché è obbligato da un contratto.

Il rimborso, le procedure contro gli incidenti, le direttive contro gli imprevisti. Tutte cose sicuramente scritte su uno di quei tanti manuali che Kalim forse ha letto, quando è stato investito del ruolo di responsabile della sala ballo, e che Jamil di tanto in tanto gli ricorda con voce saccente. D’altronde, un problema simile era già capitato al ciclo precedente, e a quello prima ancora – tuttavia, per quanto Kalim stesso avesse consegnato il modulo per la ristrutturazione del proprio locale, sembrava che nulla fosse stato ancora fatto nel concreto.

Non basta essere figlio di uno dei più famosi ballerini al mondo per far spuntare soldi dal nulla.

I clienti però sembrano già più contenti, alle sue parole.

-Se lo dice il responsabile…

-Una lezione sulla spiaggia! Sarà meraviglioso!

-Oggi il sole non batte neanche forte…

Scampato il pericolo di recensioni negative sulle piattaforme social, per il momento.

Kalim sorride alla signora che ancora gli tiene la mano: l’attira a sé con un passo di danza che hanno ripetuto fino allo sfinimento e dopo averle visto un sorriso in volto la fa girare sotto il proprio braccio. Lei chiude il passo e applaude le mani, saltellando sul posto.

Questo basta perché tutti siano ancora più convinti.

E ogni parola di Kalim a questo punto diventa un ordine che tutti seguono senza minimamente fiatare.

-Su, allora! Prendete le vostre borse e le vostre borracce! Si va in missione!

 

 

All’ombra del sottoscala, Azul sospira, liberando i propri polmoni da tutta l’aria che contengono, e agita un poco le braccia lungo i fianchi per scaldare quel tanto che basta i muscoli. Alza il piede destro, poi il sinistro, ed ecco che si rimette in posa.

-Un, due, tre quattro-

Un, due, tre e quattro altre tre volte, prima che si decida a muovere il piede.

Il tronco ondeggia in avanti mentre il bacino tenta di ancheggiare come ha visto fare a Vil due giorni prima. Il piede calca in avanti e le ginocchia tremano quando si piega troppo; chiude quindi quel passo immaginario e continua, scuotendo la testa e sorridendo maliziosamente.

Si ferma solo quando sente da dietro arrivare un commento lamentoso, molto poco entusiasta.

-Ti prego, dimmi che non è stato Jamil a insegnarti a fare così-

Si sistema gli occhiali sul naso, con le gambe forzatamente bloccate in un passo non finito – a farci davvero attenzione, non è soltanto l’espressione di Floyd a dargli fastidio, ma anche quella puzza di polvere e umidità che sente nel naso.

-Cosa ci fai qui? Hai già voglia di rimetterti a lavorare?

-Stavo cercando Jade! Penso sia ancora nelle sue stanze.

L’altro ridacchia, lanciandogli un’occhiata da capo a piedi. Azul sa come interpretare quel gesto, e gli piace ancora meno.

Si schiarisce la voce e indica qualcosa alle spalle di lui, invitandolo implicitamente ad andarsene.

-Ebbene, probabilmente questi due giorni di riposo te lo hanno fatto scordare, ma le scale sono da quella parte.

L’altro scuote la testa e, appoggiandosi sui manici delle stampelle, fa volteggiare avanti e indietro la propria gamba gessata; ha uno strano ghigno in viso, quasi animalesco.

-Nah, mi piace di più vederti imitare un granchio sul punto di morire!

Non ha neanche tempo di ribattere che un’altra persona, con voce molto più suadente, si aggiunge a quella di Floyd.

-Floyd, sii garbato con il tuo responsabile. Non è colpa sua se non possiede la minima grazia, è la natura a essere stata impietosa con lui.

E quando Jade compare da dietro l’angolo di muro, con la divisa da massaggiatore in un sacchetto e il sorriso ferino uguale al gemello, Floyd lo guarda con complicità e uguale malizia, facendo sospirare il povero sventurato oggetto della loro derisione.

-Avete finito?

Non è dell’umore giusto – non dopo una giornata lavorativa e mezz’ora di allenamenti extra, e non dopo essere stato scoperto in flagrante a quel modo.

Ma Jade scuote la testa.

-Noi andiamo a mangiare, Azul. Dovresti venire anche tu.

-Dopo. Resto qui ancora un po’.

Si volta prima che il sorriso compassionevole sul volto di Jade si trasformi in altro, però sente bene la risata di Floyd rimbombare lungo tutta la tromba delle scale, arrampicandosi fino al soffitto.

Sospira di nuova e cerca di recuperare la concentrazione perduta. Chiude persino gli occhi e riprende a contare. Un, due, tre quattro; un, due, tre quattro; un, due, tre quattro-

Apre gli occhi ancora e sbuffa contrariato, scuote le braccia con frenesia e fa qualche passo indietro.

Il rumore dell’acqua lo coglie impreparato: appena più in là, c’è il bordo di una delle sue vasche.

Si guarda attorno, prima di uscire allo scoperto, ma né attorno alla bancarella delle granite né vicino alle pile di lettini e sedie paiono essere rimasti inservienti e bagnini. È solo.

-Ok, non c’è nessuno….

Qualche metro all’aperto, e la frescura della notte lo accoglie.

Dev’essere la serata cinema, perché riconosce anche da lontano il volume alto e delle battute romantiche che neppure Rook Hunt direbbe mai a un microfono. Quindi, molti dei suoi clienti sono lontani, tutti i suoi dipendenti a mangiare. È davvero solo.

Arriva fino a bordo vasca, mirando la luce pallida della luna riflessa sopra la superficie dell’acqua, e il profilo dei suoi capelli bianchi.

Si rimette in posa e comincia ancora a contare.

Un, due, tre quattro. Ancheggia con più decisione e porta le spalle in avanti, le braccia a pendere – Floyd aveva ragione, non è proprio un bel vedere.

Riprova ancora, e ancora, e ancora.

E ancora.

 

 

-Non hai una bella cera. Hai dormito poco, per caso?

Lo guarda con espressione stanca, sicuro che le occhiaie che quella mattina ha cercato di coprire col fondotinta siano ormai ben visibili, dopo tutte quelle ore.

-Non ne voglio parlare…

Ma Jamil scuote la testa, testardo.

-Devi cercare di dormire bene. Privato del sonno, il corpo può reagire anche in modi violenti. Quindi dopo questo allenamento vai a farti una doccia e poi subito a dormire.

-Non sapevo di essere stato adottato da un nuovo parente.

-Non prendermi in giro, sono preoccupato per te!

Il silenzio che Azul fa calare a quell’affermazione riempie la situazione di disagio – anche se Jamil è veloce a recuperare, sorridendogli.

-Forza, ora riprendiamo. Fai qualche passo.

Azul sbuffa, alzando il naso in aria.

Non capisce come mai l’altro abbia deciso di fare le loro lezioni in spiaggia e non come sempre alla sala da ballo, ma la verità è che la vista di quel mare agitato, al di là degli scogli che proteggono la riva, gli dona una pace particolare.

Sulla banchina di cemento, Azul muove le gambe stanche e subito viene ripreso da Jamil.

-Su quelle spalle! Così ti farà male il collo per giorni!

Alza le spalle a comando, portando quindi il collo indietro.

Un, due, tre quattro. Le braccia sono ancora pesanti e dondolano nel vuoto come rami secchi, sul punto di staccarsi.

Fissa ancora il mare mentre l’altro gli gira attorno.

-Cerca di essere più morbido sulle ginocchia, devono essere flessuose.

-Cosa vuol dire?

Si guardano entrambi di sottecchi, prima che Jamil sbuffi spazientito.

-Non devi essere rigido, Azul.

Sbuffa anche Azul, ma il suo sbuffo si perde nella brezza marina che sale dall’oceano e li investe, portando mille odori con sé.

C’è la fine del tramonto, all’orizzonte, e sprazzi di colori accesi che ancora colorano la sera in avvicinamento. Qualche gabbiano tra le nuvole basse e il primo spicchio di luna, timido.

Azul si ridesta dalle proprie considerazioni quando sente una mano di Jamil sul proprio fianco, e quasi sobbalza. Si volta con il viso verso di lui, in allarme.

-Cosa fai?

-Stai tranquillo! Voglio solo aiutarti!

Jamil alza l’altra mano alla sua schiena, appoggiandola con delicatezza in mezzo alle due scapole – e quindi comincia a contare a ritmo, abbassando lo sguardo al suo bacino.

Azul tiene lo sguardo al cemento, per concentrarsi. Jamil non lo sta forzando a fare nulla, attende che lui faccia la prima mossa per muoversi in sincrono.

Al due, Azul muove il piede in avanti, e così anche Jamil dietro di lui. La mano sul suo fianco spinge dolcemente, in modo che Azul sappia esattamente quando dondolare e come ampliare il proprio movimento, accentuando solo il necessario. Diviene più semplice a ogni passo, tanto che Azul prova anche il passo indietro e quello laterale.

Jamil gli alza il mento e gli accarezza il profilo del viso.

-Devi guardare il tuo partner in volto, Azul. Sempre.

Azul sorride d’istinto.

-Il mio partner in questo momento è dietro di me.

-Se sarai bravo e obbediente abbastanza, mi metterò davanti a te di nuovo anche questa sera. Ma prima dobbiamo correggere la tua posizione, poi faremo anche il resto.

Per levarsi dall’imbarazzo, Azul è sul punto di fare una battuta maliziosa a proposito di posizioni a incastro e altre cose molto specifiche. Invece, chiede qualcosa di diverso.

-Che cos’è un sombrero?

-È una figura di danza che si fa in coppia, nel mambo.

-E come sarebbe?

-Le braccia sopra le spalle del partner, visi rivolti al pubblico.

Azul cerca di figurarselo in testa, ma niente di quello che immagina gli sembra abbastanza accattivante. Quel momento di distrazione lo porta a pestare il piede di Jamil, che balza all’indietro con un piccolo ringhio.

-Ahia!

-Scusa! Scusa!

-Devi rimanere concentrato, Azul!

Sbuffa ancora e si separa da lui di qualche passo, il tutto si interrompe.

Azul si porta la mano al viso per sistemarsi gli occhiali sul naso, e anche quel ciuffo lungo di capelli che continua ad andargli in bocca per colpa del vento.

È difficile, per lui, capire cosa passi per quello sguardo attento che gli rivolge, quasi cercasse di sondargli l’anima. Si mette allora in posa e lo invita a raggiungerlo, sorriso malizioso e sicuro, che Jamil ricambia quasi come una sfida.

Le dita di Jamil, quando si intrecciano alle sue, sono calde e morbide, si chiudono attorno alle sue con una sicurezza a tratti confortante.

-Se non vuoi insegnarmi il sombrero, insegnami altro stasera!

-E cosa vuoi che ti insegni?

-Quel giro sotto il braccio, per esempio! È molto visivo, mi piace!

-Uhm, sì, si può fare. Di sicuro Vil lo metterà nella coreografia…

-Non ti ha ancora detto niente a riguardo?

-È molto impegnato anche lui, ma penso che a breve ci dirà qualcosa. E ti darà le tue scarpe nuove.

Azul guarda i propri piedi quando Jamil si sposta di lato all’improvviso, e nonostante questo piccolo sgarro riesce a non pestargli le dita. Lo guarda con un sorriso trionfante, a cui l’altro non riesce proprio a dire nulla.

Poi, Jamil allarga appena gli avambracci e le braccia avvicinandosi a lui senza preavviso. Azul si ritrova a boccheggiare, con gli occhi scuri di lui così vicini, e lo fa ridere.

-Sembri davvero un pesce fuor d’acqua, ora!  

Quando ride a quel modo, benché ai suoi danni, è ancora più bello del solito – Azul riesce proprio all’ultimo momento a celare un poco del proprio imbarazzo in una smorfia contrariata, come se l’avesse insultato in qualche modo.

Si fermano e Jamil punta il piede di lato, mentre comincia a spiegare.

-Ok, allora… il trucco è quello di avere sempre controllo. Il giro ti da la spinta, il piede fa il perno, ma non è un movimento fine a se stesso, deve iniziare e deve terminare con te che mi guardi negli occhi e ti fermi, senza andare oltre.

Sogghigna.

-A meno che tu non riesca a ruotare in moto perpetuo all’infinito, ma non penso che la tua testa gradirebbe.

Ma poi torna serio e la sua mano scivola alla coscia di Azul, coperta da quel pantalone leggero di colore chiaro.

-Lo facciamo piano, quindi metti un piede di lato e poi…

Azul si fa condurre: piede di lato, perno sull’altro, piccola spinta e piega la testa d’istinto quando bassa sotto il braccio di lui. Alla fine, riesce a chiudere il passo senza problemi, e si ritrova di nuovo di fronte a Jamil che, soddisfatto, gli sorride.

-Bravo, così! Ancora!

Lo provano altre tre volte prima che Azul riesca a non piegare la testa – e il passo di danza gli riesce perfettamente. Prova anche dall’altro verso e non cade; prova un poco più veloce, e non cade comunque.

Gli viene quasi da ridere, perché comincia a divertirti.

E Jamil lo ferma con una mano sul fianco.

-Ora fallo tu con me-

Jamil è certo più bravo, e lui deve imparare a mettere il braccio nella posa giusta: due tentativi e ci riesce.

La soddisfazione nel sorriso di Jamil è la sua stessa soddisfazione.

-Bravo, Azul. Questo ti è venuto semplice.

-Mi sono applicato a dovere!

-Per quello che sei così stanco?

Si blocca a quella domanda, sorpreso del fatto che Jamil ancora ci stesse pensando e che avesse tenuto quel dettaglio per altre considerazioni. Non fa in tempo a replicare che l’uomo con i capelli scuri scioglie l’intreccio delle loro dita e si allontana da lui.

-Fermiamoci qui, per oggi. Direi che abbiamo fatto abbastanza. Sei migliorato molto.

Ma Azul non si muove – c’è il mare ancora in subbuglio, dietro la sua schiena, e ne sente i rumori animati e l’odore pieno, che lo fa vibrare. Desidera prolungare ancora quel momento per un poco, benché la sua tempia pulsi di stanchezza.

Gli basta fare mezzo passo verso Jamil perché quello capisca di doverlo ascoltare.

Gli sorride, imitando sicurezza.

-Ho ancora molta adrenalina addosso, per via delle prove. Mi servirebbe qualcosa per rilassarmi un po’.

-Tipo cosa?

-Una passeggiata in riva al mare, come ti sembra?

Jamil soppesa le sue parole e si guarda attorno: il Villaggio non è molto distante, basterebbe seguire quel percorso di pietra che si allunga dalla banchina e poi procede verso una collinetta di sabbia e di cespugli bassi pieni di rovi. La sabbia sotto i suoi piedi dev’essere una sensazione sgradevole, ma non tanto come quella che gli fa alzare un sopracciglio al dubbio.

-E se qualcuno ci vede?

-Dirò che sei stato cattivo abbastanza da mettermi in punizione a correre sulla sabbia. So che hai una reputazione da difendere.

-Parli tu di reputazione?

Scuote la testa, però, abbastanza veloce. Si dev’essere arreso.

-Va bene, facciamo questa passeggiata.

E poi cammina spedito, anticipando Azul stesso.

Il giovane uomo con i capelli chiari gli è subito vicino, seguendo il suo passo verso il bagnasciuga. Per un attimo, il dorso delle loro mani si sfiora caldo, cercandosi d’istinto – con un sorriso sghembo, Jamil ritira la mano e la nasconde nelle proprie tasche, ma non si allontana di mezzo passo da lui.

Azul gli sorride ancora e quel gesto basta davvero a dimenticare, a distendere un poco la stanchezza delle membra.

 

Chapter Text

I've had the time of my life
No, I never felt this way before
Yes, I swear, it's the truth
And I owe it all to you
Hey, baby

 

 

 

 

Le sottili sopracciglia di Riddle si inarcano un’altra volta, modellando un’espressione contrariata.

-Floyd! Se non stai fermo, continuerai a farti male!

L’uomo ritira le braccia protese, nascondendo per metà il proprio viso tra le coperte: quell’espressione di lui gli piace solo quando riesce ad afferrarlo e a stringerlo, non quando è irraggiungibile. Arriccia le labbra, sconsolato.

-Non si sgrida un malato!

-Se tu fossi veramente malato, non continueresti a muoverti in questo modo! E-

Riddle accavalla le gambe seduto sulla propria sedia, mentre appoggia la piccola forchettina di plastica nel piattino, accanto a quel che restava della torta di fragole.

-E io non ti sgriderei a questo modo!

-Tu mi sgridi sempre, pesciolino…

-Non è vero, solo quando ti comporti da stupido!

Alza gli occhi al cielo, forse pensando a qualche cosa da puntualizzare – e quindi, gli punta contro la forchetta.

-Ovvero la maggior parte del tempo, ma-

Floyd non lo lascia finire: emette un grugnito e nasconde anche il resto della faccia contro il proprio cuscino. Il periodo di riposo forzato lo innervosisce, dover rimanere chiuso nella propria camera ancora di più. Il fidanzato che invece di dargli la torta promessa lo riprende ogni secondo, proprio il massimo del nervoso, e non vale a niente sentire la sua voce che sbuffa.

-Cos’è questo? Un tentativo di farmi impietosire?

-Sei venuto fin qui solo per sgridarmi! Non è bello!

-Io mi preoccupo per te, Floyd-

Muove il piede sano in aria, come se fosse una coda espressiva. E abbracciando il cuscino, si solleva sui gomiti rivolgendosi a lui con una smorfia, tanto che Riddle quasi sobbalza sulla propria sedia.

-S-se continui ad agitarti, dopo la tua gamba peggiora. Tutto qui.

Lo trova quasi tenero quando abbassa lo sguardo, a disagio.

In realtà, trova che ogni gesto di lui sia estremamente dolce, e percepisce la sincerità delle sue parole e del suo affetto. Riddle gli piace anche per quello, non può certo criticarlo per l’incapacità di una comunicazione negligente.

Il suo piccolo pesciolino è lì con lui, nel suo unico pomeriggio libero della settimana, a sgridarlo perché si comporta da stupido e a prendersi cura di lui, controllando che beva abbastanza e che sia pettinato.

Gli sorride.

-Vieni qui. Se vieni qui, sto calmo.

-Promesso?

-Promesso!

Allunga un braccio verso di lui, per invitarlo a raggiungerlo.

Riddle tituba per qualche secondo, assottigliando lo sguardo. Appoggia il piattino della torta sul comodino accanto al letto di Floyd e si alza dalla sedia, per sedersi sul materasso accanto a lui.

Floyd lo avvolge in un abbraccio: è piccolo e fragile, morbido sulla pancia. Gli morde il fianco, facendolo sobbalzare.

-Vedi? È stato semplice!

Il suo sguardo brilla, quando incrocia il proprio, e il sorriso si contrae un poco appena.

-Se qualcuno ci vede-

-Dirò che ti ho obbligato!

-Non è questo… non mi stai certo molestando…

-Anche tu sei come Azul che non vuole che gli altri sappiano che ti piace qualcuno?

-Non paragonarmi a lui, per favore. Mi fa rabbrividire.

Rabbrividisce veramente, contro il suo petto, e Floyd sogghigna.

La sua carezza al viso lo ferma – un palmo piccolo e soffice, come se fosse fatto di velluto. Il pollice di lui insiste sullo zigomo, dove fino a qualche giorno prima era ancora evidente un piccolo ematoma giallastro, ora completamente assorbito dalla pelle. A Floyd piace farsi coccolare, e guardare la sua espressione così assorta e attenta a lui.

-Piuttosto, come stanno procedendo lui e Jamil?

-Sembra che stiano ingranando, finalmente. Anche se Azul è proprio terribile a ballare, fa morire dal ridere.

-Ogni mattina prima di aprire e ogni sera prima di chiudere, lo vedo vicino alle piscine a provare. Sembra si stia impegnando molto…

-Dubitavi di quello?

Riddle scuote la testa, senza fermare le proprie carezze.

-Spero solo che Jamil riesca a infondergli un po’ di grazia.

-Ah, sarà difficile! Però se non fa lo stronzo come al solito, forse gli metterà dentro altro-

-Floyd! Ti prego!

Ride e lo abbraccia più stretto, trasportandolo con sé mentre rotola sul piccolo materasso del proprio letto. Riddle tenta di dimenarsi nel suo abbraccio, trovandosi anche a lottare contro i vestiti di lui tra le coperte e le lenzuola disordinate – quante volte gli ha detto di ordinare camera sua e non lo ha ascoltato.

Lo adagia contro il cuscino, con il viso a un respiro dal suo; Riddle soffia nel tentativo di spostare un ciuffo rosso dai suoi occhi, senza però molto successo. È sicuro che a quella distanza non veda le sue labbra, ma sorride lo stesso, e su quel sorriso è Riddle a deporre un piccolo bacio.

Lo abbraccia, si lascia abbracciare.

Riddle si rimette a sedere sul materasso, con la schiena contro la testiera del letto, e Floyd ne approfitta per adagiarsi tra le sue gambe, con la nuca appoggiata sul piccolo petto. È felice che Riddle ricominci ad accarezzarlo sul mento.

Adocchia per caso la torta abbandonata sul comodino – Riddle stringe appena le gambe attorno ai suoi fianchi quando lui prende il piattino e finisce quel che rimane.

-L’hai cucinata tu?

-Ti piace?

-Quanti tentativi?

-Solo tre…

Alza lo sguardo in alto, verso di lui, e sorride con le labbra sporche di marmellata rossa.

-Stai migliorando tantissimo! Mi piace molto!

-Davvero? Oh, ne sono felice-

Guance rosse: le sue preferite.

Avvolge la sua nuca con un braccio e lo fa abbassare, in modo da potergli baciare e mordere la bocca. Allunga tutto il corpo per farlo, senza molto controllo, e quella è la prima cosa che sembra notare Riddle.

-Floyd! La tua gamba-!

Ma non gli lascia finire la frase, perché occupa ancora la sua bocca – con la lingua che sa di zucchero e fragole, e una gran voglia di rubargli il respiro.

 

 

Scesi anche gli ultimi gradini, Azul oltrepassa la zona d’ombra che i suoi uffici allungano sul pavimento, e si avvicina al sentiero di pietre bianche. I suoi piedi si muovono da soli, saltellando con un preciso movimento e un preciso ritmo, mentre sovrappensiero guarda il parco del suo settore e le piccole sdraio disperse sopra l’erba verde.

Un, due, tre e quattro. Fa una piroetta sulle punte e quindi procede in avanti, verso la zona delle piscine. Ha intenzione di controllare l’operato del bagnino sostitutivo, giovane abbastanza da farlo preoccupare.

Qualche metro prima del recinto e della vasca per i piedi, lo ferma un richiamo nell’aria.

-Signor Ashengrotto! Signor Ashengrotto!

Una signora corpulenta, liscia pelle abbronzata, gli si approccia con un sorriso largo quasi quanto il proprio viso, e Azul la saluta con un accenno di inchino.

-Signora Deng! Buongiorno! Si sta divertendo?

Il suo profumo di cloro è la prima cosa di lei che lui avverte – la seconda, invece, è lo sventolare del volantino rosso tra le sue dita, che lo fa sorridere a propria volta.

-Ah, la festa! Certo! Tutto il Villaggio si sta preparando per quella sera! Parteciperà anche lei?

La donna scuote la testa e la folta chioma di capelli neri, parlando nella propria lingua morbida.

-Non vedo l’ora di vedervi ballare, signor Ashengrotto! Il signor Asim del corso di ballo ha parlato di voi in modo davvero entusiasta!

L’uomo stringe le braccia ai fianchi e si adatta immediatamente, senza neanche battere ciglio.

-Oh, davvero? Vedrà che non la deluderemo-

Lei lo prende alla sprovvista, perché con il passo di una danza che non conosce affatto, si avvicina a lui e alza le braccia al vento, ruota su se stessa e poi cade all’indietro.

Le braccia di Azul si protendono veloci a sorreggerla, prima che cada al suolo.

-Signora Deng-

La sua schiena ha un sonoro strappo, così come le ginocchia piegate con violenza. Ma, almeno, lei sembra salva e divertita.

-Siete diventato molto bravo! Lo vedo!

-Signora Deng, la prego di non fare mai più una cosa del genere qui. Avrebbe potuto scivolare e farsi molto male.

Ride, portando una mano al suo petto scosso dal dolore e si fa sollevare.

A quel punto, assicurandosi che la signora non abbia davvero neanche un’unghia rotta, Azul si accorge delle altre persone che gli si sono avvicinate, sorridenti.

Un signore tedesco con baffi voluminosi sopra la bocca e una ragazza cinese con lunghi capelli neri sembrano i più entusiasti, ma non sono gli unici che gli rivolgono domande e affermazioni.

-Signor Ashengrotto, dopo insegnerà anche a noi come si balla?

-Possiamo provare a fare ginnastica in acqua! Lei che dice?

-Sarebbe davvero divertente!

-Anche i bambini ne sarebbero felicissimi!

Il loro entusiasmo gli riempie il petto, e non esita ad assecondarlo.

-Appena ci sarà l’occasione, ne parlerò certamente con il Direttore! Sappiate inoltre che, durante l’evento, Octavinelle distribuirà dei gadget appositi per la serata! In questi giorni distribuiremo un piccolo catalogo ai nostri affezionati clienti, non perdetevelo assolutamente!

Altre risa, molto entusiaste.

La ragazza cinese si inchina davanti all’uomo tedesco, che accettando fa partire alcuni passi di danza traballanti, avanti e indietro, con troppe anche e spalle piegate. Nonostante questo, Azul è il primo ad applaudire, così come il primo ad allontanarsi dal gruppo e disperderlo.

C’è un nuovo entusiasmo nei suoi piedi, che lo porta più velocemente a bordo piscina.

Il ragazzetto nuovo, fasciato in una divisa lilla troppo grande per lui, scatta dalla sedia quando lo vede da lontano, salutandolo con un cenno del capo e le spalle rigide, ma Azul è troppo preso dalle proprie fantasie per badare a lui.

L’uomo si sistema gli occhiali sul naso e guarda le piscine – il proprio piccolo regno. Respira profondamente l’odore di cloro, alitato dal vento nella sua direzione, e gonfia il petto.

Segue poi l’orlo della vasca fino alla piccola isola che delimita la zona dei bambini piccoli a quella per gli adulti: un grosso obelisco aperto in alto come un ombrellone spruzza una doccia continua e leggera, che scende a massaggiare le schiene nude dei clienti mollemente adagiati sulla curva del fondo vasca, piedi in acqua e costumi brillanti.

Gli arrivano le grida alle orecchie dei ragazzi nella vasca dei tuffi e sugli scivoli alti, i pochi ancora rimasti aperti. Ci sono gommoni colorati dispersi vicino alle ciabatte di plastica, di quel gruppo di adolescenti venuti in vacanza in comitiva, assieme a ben pochi adulti.

Giunge finalmente davanti alla bancarella delle granite, due metri per tre, e la guarda come se fosse un forziere del tesoro pronto per essere scassinato: la sua fantasia viaggia sotto gli occhi di un dipendente esterrefatto, che lo segue con lo sguardo mentre prende le misure con i piedi.

Un, due, tre quattro metri di fianco, quelle sono le dimensioni di quel che sarà in un futuro prossimo il suo nuovissimo bar. Alza gli occhi e trova l’esatto punto per una bella insegna color lilla, decorata di finte conchiglie a spirale e l’immagine di una stella marina rossa, mentre il suo sorriso si allarga ancora di più.

È quasi il sussurro di un pazzo, quello che gli muove le labbra.

-Sarà assolutamente perfetto!

Un, due, tre quattro. I piedi si muovono ancora da soli e il pensiero quella volta si arrampica su altri sentieri logici, in un’associazione d’idee che lo porta a immaginare un viso mulatto e lunghi capelli scuri. Si blocca, e così ogni altra sensazione del mondo attorno a lui, mentre il fantasma di Jamil gli sorride.

Anche lui sarebbe stato suo, dopo quella vittoria, e non avrebbe potuto essere altrimenti.

 

 

Un, due, tre quattro. Spalle all’indietro e braccia rigide in avanti, gambe molli e fianchi ondeggianti – il rumore dell’acqua che scorre nelle orecchie. Azul si ferma dopo aver concluso la sequenza e si inginocchia a terra, recuperando il proprio cellulare; ferma la registrazione e la porta all’inizio, guardandosi mentre prova.

L’ombra della sera non riesce a nascondere neanche nel video la forma sgraziata del suo corpo, quel collo troppo teso e quei piedi privi di ritmo. Ferma la registrazione e scorre i video nella galleria, fino a trovare il video conservato dall’anno precedente, l’ultima competizione di Jamil su un palco.

Lo guarda con un sorriso, ammaliato dalle mani morbide e dai piedi veloci, come lo ha guardato infinite volte prima di quel momento.

Finito il video, chiude la galleria e apre nuovamente la propria telecamera, infilando il cellulare nella piccola buca nel terreno. Una folata di vento pieno di salsedine lo investe quando si alza, che copre l’odore del cloro e della plastica delle piscine.

Uno, due, tre e-

Azul si blocca prima che la luce di una torcia non lo colpisca in faccia.

-Ashengrotto, di nuovo qui.

Mezzo accecato, Azul riesce ad arrangiare un sorriso e rispondere a quella voce così grave.

-Buona sera, signor Draconia! Intento a fare una passeggiata?

-Oggi è il mio turno si sorvegliare la zona Nord del Villaggio, assieme a Sebek.

-Beh, allora è una fortuna che sia stato lei a incontrarmi e non il signor Zigvolt, o avremmo disturbato tutti gli uccellini che dormono sulle palme. E probabilmente anche i signori negli alloggi più vicini.

-Non posso certo negare che Sebek abbia una voce tanto entusiasta.

-Assolutamente no.

Quando la luce viene abbassata, gli occhi di Azul brillano per qualche istante e il mondo riprende forma pian piano. Malleus Draconia lo guarda dall’alto, oltre le assi orizzontali del piccolo recinto di legno, chiuso in una divisa scura che lo rende quasi parte della notte stessa.

Alza il mento sottile e lo squadra, oltre la visiera verde elettrico del suo cappello.

-Non continui, Ashengrotto?

Azul si sistema gli occhiali sul naso, sciogliendo in un gesto delle braccia quel poco di disagio che prova.

-Lei è molto gentile a voler contribuire alla buona riuscita della competizione con il suo giudizio, ma è mio intimo desiderio potervi offrire uno spettacolo già perfetto al gusto.

Silenzio – interrotto dallo sgocciolare delle docce alla loro sinistra.

Il sorriso di Azul si incurva ancora di più nelle sue guance bianche.

-E per farlo ho bisogno di solitudine.

Malleus inclina la testa di lato, facendo scorrere la luce della propria torcia sul suo corpo, ad altezza di braccia e spalle.

-Qualcosa di simile lo ha detto anche Viper.

-Viper?

L’uomo con i capelli neri fa un cenno del capo dietro di sé, quindi, senza staccargli gli occhi di dosso.

-Sta ballando di là, da solo. Ma è qualcosa di strano, molto diverso da quello che stai facendo tu.

Subito, Azul guarda nella direzione da lui indicata.

Se ha calcolato bene, mancherebbe almeno un’altra ora alla loro lezione serale di danza. Sapere che anche l’altro sta usando il tempo libero in un modo simile a lui, lo gratifica e lo esalta nel profondo per un motivo che si rifiuta ancora di razionalizzare appieno.

Ma la tentazione di raggiungerlo è così forte che deve in qualche modo esorcizzarla.

-Beh, sicuro lui sarà molto più elegante e…

Malleus scuote la testa, incuriosendolo.

-Quanto diverso?

-Ruotava per terra con le gambe in aria.

Azul sbatte le palpebre diverse volte, cercando di collegare quanto detto dall’altro con l’immagine di Jamil che balla il mambo a cui si è abituato in quei giorni.

Il suo corpo si irrigidisce un poco, e il suo piede si stende verso il lato sinistro, pronto all’atto di camminare veloce. Invece, si sistema i capelli corti, pettinando il ciuffo chiaro appiccicato alla fronte dal sudore.

-Dove hai detto che si trova?

-Vicino al campo da basket.

-Giardino degli oleandri?

-Sì, esatto.

Ancora silenzio, perché come al solito Draconia non aggiunge nessun convenevole alle proprie parole, e Azul non riesce ad aggiungerne con tutti quei pensieri nella propria mente.

-Un bel posto per essere soli…

Ma Malleus fa un sorriso, una piccola curva delle labbra sottili – che ricorda ad Azul, per collegamento di immagini, come quell’uomo sia persino riuscito a vincere la resistenza all’affetto di Idia Shroud e che quindi non solo è più persistente della roccia, ma abbia anche una mente che senza calcoli arriva a determinate conclusioni. L’istinto infallibile di un’incredibile tenacia contro la sua malizia senza scrupoli.

Un po’ in soggezione, fa un passo indietro.

-Ora… continuo…

-Certo, Ashengrotto. Buona continuazione.

Abbassa definitivamente la torcia al suolo, cominciando ad allontanarsi.

Un, due, tre quattro. Azul fa un paio di volteggi con le braccia aperte, lasciandosi andare a una figura che nessuno gli ha insegnato, men che mai Jamil. Un, due, tre quattro: quando chiude il passo, inspiegabilmente a tempo, Malleus è sparito dietro l’angolo del bosco, lungo il sentiero che lo porta verso la zona dei ristoranti.

Si sistema gli occhiali e comincia a camminare veloce, come le sue gambe poco abituate al terreno riesco a sostenere. Supera il recinto di legno e quindi scorre sul prato dall’erba ben curata, allontanandosi sempre più dal rumore dell’acqua e dal profumo del mare.

Sale la naturale collinetta che si apre ai campi da tennis, silenziosi e immobili. C’è una leggera musica nell’aria, ritmata come il suono dei tamburi a festa, e man mano che avanza Azul riesce a riconoscere uno stile giovanile, fatto di ritmi elettronici e velocissimi.

Il buio non lo aiuta a orientarsi, passa davanti due volte lo stesso punto dopo aver svoltato troppi angoli.

Lascia il campo da basket alla propria destra e prosegue diversi metri, ma solo dopo una specifica siepe di rose la musica si fa più consistente; segue un viale posto di sotto un lungo arco di piante, che nelle stagioni più miti è pieno di odori lievi, oltre che di resina e corteccia.

La musica forte lo fa rallentare, poi sporgere oltre un angolo con circospezione.

Lo trova lì, sullo spiazzo davanti un tavolino e delle sedie di pietra, illuminato da un cellulare piccolo e mosso dalla musica di uno stereo portatile. Volteggia sulla propria testa, poi sulla propria spalla, liberando nell’aria un movimento armonico di gambe che sembrano lunghissime.

Salta sulle proprie mani, la forma cambia. Si appoggia al suolo col busto e ruota su quello, mentre le punte dei piedi quasi toccano l’erba.

Azul riconosce quel ballo, ma non sa bene come si chiama.

Sente l’irruenza dei movimenti, e capisce la forza che Jamil imprime loro – come liberazione da qualcosa che gli sta troppo stretto, quasi, perché nel caos diventa più veloce e più violento del vento.

La sua schiena si inarca come un elastico e le ginocchia cedono al movimento, sembra quasi un pesce che guizza. Nel rialzarsi all’indietro, volteggia sulla punta della scarpa e quindi lo vede, fermandosi all’improvviso.

-Azul?

L’interpellato sobbalza ed esce allo scoperto, preso come l’altro alla sprovvista.

-Jamil-san, io-

Il suo viso sudato lo ammalia, come quell’espressione ancora libera – sgomenta, sorpresa, incredula. Ha un odore buonissimo.

Poi, Jamil gli sorride, come ha sempre fatto.

-Puoi sederti qui, se vuoi. Non mi dai fastidio.

Ad Azul viene naturale sorridere, a quel punto. Si fa avanti e si porta a sedere su una delle sedie di pietra, completamente rivolto a lui. Il cuore batte impazzito, solo per metà a causa della corsa appena fatta.

Jamil gli volta le spalle, conta il ritmo con schiocchi delle mani. Al tre, si piega ancora in avanti, e quindi ricomincia.

 

 

 

 

Chapter Text

 

 

With my body and soul
I want you more than you'll ever know
So we'll just let it go
Don't be afraid to lose control, no
Yes, I know what's on your mind
When you say, "Stay with me tonight" (stay with me)

 

 

 

 

Solleva la borraccia e tracanna l’acqua, finendola in un paio di sorsi – qualcosa scappa, all’angolo della sua bocca, e scende a bagnargli il mento già sudato. Non basta la frescura della sera a dargli un poco di refrigerio, e certo deve calmare la sete nata da quell’ora di volteggi e giramenti.

Sospira profondamente quando si appoggia di nuovo allo spigolo del tavolo di legno, con il proprio fianco.

Da dietro, la voce di Azul arriva soffice alle sue orecchie.

-Da quanto tempo fai questo…

Quando si volta, un ciuffo scuro di capelli gli si appiccica al viso, e l’altro aspetta che se ne liberi prima di terminare la propria domanda, sorridente.

-Questo ballo?

-La breakdance? Da quando sono piccolo. È sempre stata la mia cosa preferita.

Lo sguardo chiaro di lui diventa pesante: c’è una luce in alto, nell’arco delle rose che li sovrasta, a illuminare le loro teste e i capelli pettinati di quel pesce umano. Odora ancora di cloro.

Jamil si volta in avanti, giocando con le dita con la borraccia.

-Mi permette…

Pausa, per raccogliere le parole giuste, perché ogni cosa che si permette di dare a Azul è qualcosa che sa che l’altro non darà indietro facilmente, troppo avido.

Jamil a certe condizioni non avrebbe problemi per questo, ma c’è sempre quella spiacevole sensazione di essere usato da lui che lo divora da dentro – per questo combatte per diversi istanti, prima di sospirare piano.

-È come se io riuscissi a esprimermi con tutto il mio corpo. Ed è una bella sensazione.

Nel silenzio, lo sente alzarsi, per poi vederlo appoggiarsi al tavolo accanto a lui, a pochi centimetri di distanza. Le sue dita intrecciate appoggiano alle cosce, sono così bianche nonostante la sera.

-Ammetto che non me lo aspettavo. Ti ho sempre visto fare altro. Tutti quei balli di coppia-

-Beh, per trovare lavoro, ci si deve adeguare.

Jamil sorride con amarezza, senza riuscire a trattenersi davvero. Diversi ricordi gli tornano in mente, più o meno lontani nel tempo, e fare un sunto di tutto non gli è così semplice come pensava che fosse. Ma è troppo stanco per imprimere di cattiveria le proprie parole, e dalle labbra escono solo intenzioni stanche, memorie stiracchiate nell’indolenza.

-Mio padre lavorava in una delle sale da ballo gestite dai genitori di Kalim, e io ho seguito le sue orme. Ma un conto è farlo sulla terraferma, un altro su un’isola sperduta nell’oceano. Quando Kalim ha deciso di entrare nel Raven Village, gli altri maestri se ne sono andati. Sono l’unico rimasto con lui.

-Perché Kalim ha voluto trasferirsi qui?

-Non c’erano tanti allievi di ballo del ventre maschile. Solo un pazzo come lui-

Azul ride del suo slancio e questo lo calma abbastanza, forse un po’ lo imbarazza.

-In realtà, non è male a ballare, è solo un pessimo manager.  Ma è figlio del proprietario, e quindi…

Alza le spalle, mentre l’altro annuisce comprensivo.

Viene distratto da un rumore lontano, che non identifica subito. Poi un gabbiano in cielo della notte gli fa alzare lo sguardo e scorgere, di conseguenza, le nuvole nere nella volta celeste.

Sorride, sporgendosi un poco di lato.

-E tu? Come mai sei arrivato qui?

Azul si sistema gli occhiali sul naso e assume la migliore delle proprie espressioni, fin troppo pronto a rispondergli.

-Sono figlio di un proprietario anche io, ma il mio è quel genere di genitore che prima di finanziarti ti mette alla prova.

Scimmiotta a quel punto una voce femminile e grave, riempiendo le guance d’aria e inarcando le sopracciglia – la figura che si palesa nella mente di Jamil è piuttosto grottesca, metà tra la donna d’affari intransigente e la mamma preoccupata. Ride, quindi, quando lui scuote persino le spalle.

-Vai e costruisciti da solo. Quando sarai pronto torna da me e forse diventeremo soci in affari.

-Terribile.

Azul ride assieme a lui, di una risata che quasi gli sembra sincera.

-Il mondo dei villaggi turistici è una grande opportunità, dal mio punto di vista. Lei ha una catena di parchi acquatici sulla terraferma, se si potessero unire le due cose sarebbe fenomenale.

Jamil si accorge in quel momento che le loro spalle si toccano già, e non fa niente per scansarsi. Azul è morbido, d’altronde, coperto della sua divisa scura.

-Tu e tua madre siete fatti in modo uguale, sembra.

Forse ha azzardato troppo: ci sono diversi secondi di silenzio dove Azul non dice nulla e rimane immobile contro di lui, a fissargli i capelli che dondolano al vento leggero della sera. Ma Jamil aspetta tutto il tempo che gli è necessario per riprendere il discorso, fragilità nascosta a stento – parole che Jamil non dimenticherà mai, così come Azul non dimenticherà mai le sue.

-Lei mi ha cresciuto da sola, tra mille sacrifici di cui mi ha reso partecipe. È sempre stata supportiva con me, ma mi ha insegnato che la vita è dura, e che non si può contare su nessuno, neppure sulla propria famiglia.

-Tuo padre?

-Non mi ricordo neanche la faccia del mio padre biologico. Ma ho un ottimo padre adottivo. È avvocato, tra i migliori che io conosca.

Sorride, e subito Azul scatta sulla difensiva.

-La cosa ti diverte?

-No, è che non ti avevo mai parlato di queste cose, e tu non mi avevi mai detto niente di te.

Si sporge in avanti, liberandosi di un peso che porta con sé da tempo.

Quella sera, per qualche strana ragione, è così terribilmente importante e intima.

-È sempre solo sesso con te, Azul.

L’amarezza rimane sulla sua lingua anche quando la frase si conclude, e Jamil non può fare altro che leccarsi le labbra sperando di non dover andare più oltre.

Prima che il suo corpo lo tradisca e lo costringa a una stanchezza tremante, Azul gli sfiora la mano: sorride ancora, con una curva morbida delle labbra.

-Vieni con me.

-Mi devo fidare?

-Vuoi fidarti?

Quella sera, sì: Jamil vuole fidarsi.

E permette ad Azul di intrecciare le dita con le proprie, trascinandolo via.

 

 

Cammina veloce, perché sulla terra ferma le sue gambe hanno davvero ridottissime capacità.

Le risa si confondono col vento che sale, i primi rombi che scuotono il cielo scurissimo, le fontanelle dell’irrigazione che rendono umidi i prati infiniti.

Azul lo porta verso il proprio reparto, da cui proviene un odore di cloro sempre più forte. Sente nelle dita di Jamil una leggera resistenza, vinta dal chiudersi più energico delle sue dita – non ha ancora capito, forse, e non capisce davvero cosa abbia in programma di fare. Ma anche davanti al recinto delle piscine, alto e di legno chiaro, il suo passo non rallenta e lui non si fa più pesante in una resistenza implicita.

Azul apre e chiude il cancello dietro di loro, cogliendo l’occasione per sorridergli ancora. Lascia la sua mano solo quando è a bordo piscina, e comincia a spogliarsi.

-Ti consiglio di rimanere con meno vestiti possibili.

Jamil spalanca gli occhi e lui ride, sincero. Si butta in acqua quando lui è ancora totalmente vestito, braccia incrociate e sguardo stranito.

Ma l’acqua ha un effetto strano su di lui, come sempre: lava ogni fatica e ogni pena, rigenerando la sua intima essenza. Riemerge con i capelli bagnati, appiccicati alla fronte, e solo in quel momento anche Jamil si concede uno sbuffo.

-Hai ancora gli occhiali, Azul…

Lui sbatte gli occhi e sputa l’acqua con le labbra, in un’espressione abbastanza buffa perché l’altro rida ancora, mentre si spoglia. Maglietta, polsini, poi calze e pantaloncini: Azul guarda quel corpo illuminato dalle luci vicine al bordo delle piscine, che delineano ombre più o meno profonde laddove sono in rilievo i muscoli più scolpiti.

E quando scioglie i capelli, che scendono ad accarezzare la pelle perfetta, Azul si avvicina al bordo dov’è, invitandolo a raggiungerlo. Jamil gli sorride e si allontana un poco, sedendosi sul bordo e immergendo solo le gambe; rivolge all’acqua mossa dai filtri borbottanti con un poco di apprensione, ne sfiora la superficie con la punta delle dita.

Azul si sporge: gomiti sul bordo, proprio ai lati della sua vita, risale verso il suo viso e quasi lo tocca.

-Paura dell’acqua, Jamil-san?

Per tutta risposta, lui gli spettina i capelli e si issa sulle sue spalle, lasciandogli poco tempo per reagire. Anche a occhi chiusi, Azul avvolge la sua vita con le braccia e si spinge con i piedi all’indietro, trascinandolo in acqua e sostenendolo.

Jamil si aggrappa con più forza, cercando di trovare il proprio equilibrio su di lui con timore; si guarda attorno spaesato, rigido, l’espressione contratta che deforma quello che prima era un sorriso.

Azul, in acqua, sente di poterlo reggere anche in quel momento. Gli accarezza un ginocchio, perché chiuda le gambe attorno a sé, e nuota piano all’indietro senza mai staccare gli occhi dal suo viso. Placido, lo immerge sempre di più, abbassandosi e raddrizzandosi verticalmente. Muove le gambe piano, in perfetto controllo, senza sentire il peso della gravità.

-Jamil-san. Trattieni il respiro, ora.

Jamil spalanca la bocca – per la sorpresa, sicuramente – e Azul lo trascina quasi a fondo. Una marea di bolle lo avvolge, rubandolo alla sua vista; scuote i capelli lunghi nell’acqua, creando scie scure ondeggianti.

Poi lo guarda avvicinarsi piano: non c’è la minima tensione in Azul. Questo sembra calmarlo, perché si lascia abbracciare e spingere indietro, trascinare ovunque.

Quando lo lascia, risalgono entrambi verso la superficie, separati da qualche centimetro di distanza. Azul si immerge subito di nuovo, arrotolandosi su se stesso come se non avesse ossa o legamenti, ma pinne e una pelle scivolosa piena di squame.

Voltandosi, vede Jamil che tenta di seguirlo, muovendo braccia e gambe nell’acqua senza un preciso ordine. Lo conduce verso un percorso d’acqua bassa e fresca, dove il getto dell’acqua dei bordi è più consistente e il fondo gratta un poco, se calpestato. Arriva alla fine dove risale una piccola scaletta e riemerge, per poi aggrapparsi ai manici di un corrimano di metallo, freddo per la notte. Aspetta Jamil per fargli vedere quella piccola vasca idromassaggio, celata alla vista esterna – e dall’espressione dell’altro, intuisce che se la fosse dimenticata, o non l’avesse proprio mai vista.

Tuttavia, Jamil non gli lascia troppo spazio.

-Devo aspettarmi anche calice e champagne a questo punto o vuoi farmi credere di avermi portato qui con un’improvvisata?

Azul sogghigna.

-Ogni tanto, potresti anche credere che io sia sincero con te.

-Io credo nella tua sincerità, un po’ meno nella tua buona fede.

-Ah, ma questo forse non implica il fatto che io sia riuscito a impressionarti in modo così semplice?

-Questo non-!

Si zittisce e lo guarda male, alza la mano al suo viso e preme l’asticella della montatura degli occhiali contro il suo naso, in un piccolo dispetto. E quando Azul ridacchia, il rumore delle sue risa viene coperto da un tuono basso, che dura diversi secondi, seguito subito da un lampo chiaro.

E la pioggia inizia a scendere in pochi istanti, senza nessun preavviso.

 

 

Spalanca la piccola porta di legno e si fionda all’interno di quello sgabuzzino per gli attrezzi, primo riparo trovato nel mezzo dell’acquazzone. Jamil si incolla al suo fianco e chiude dietro di sé, stringendosi a lui ancora fradicio e ansimante.

-Anche questo era parte del tuo piano? Costringermi assieme a te in tre metri quadri circa?

-Suvvia, Jamil-san! Saranno almeno cinque!

Accende la luce sopra le loro teste e vede l’esatta espressione contrariata, sul suo viso, che ha immaginato fargli.

Un altro tuono gli fa scattare la testa in alto, verso il soffitto.

-Speriamo non faccia altri danni alle nostre strutture…

Un sospiro lo riporta a guardare l’altro: è così vicino a lui, la cosa gli fa solo piacere. Nel provare a mettere un poco di distanza tra i loro corpi, schiaccia la schiena contro qualcosa di duro. Un piccolo ripiano di legno, se ben ricorda la conformazione di quello sgabuzzino, con reti e setacci e detersivi per pulire l’acqua delle piscine esattamente quelli che avrebbero dovuto usare la mattina dopo per pulire l’acqua e gli scivoli.

Guarda di lato e trova anche una scatola bianca per il primo soccorso, sorride.

-Temo dovremo aspettare qui per qualche tempo, Jamil-san. Il vento potrebbe diventare davvero forte e sarebbe pericoloso andare verso la struttura principale.

L’altro fa una smorfia.

-Questo lo so da me.

Appoggia su uno dei ripiani di legno il proprio piccolo stereo, salvato per miracolo nella corsa fino a lì.

-Anche se, devo dire, per una volta non mi dispiace la situazione.

Azul alza le sopracciglia, approfittando di queste sue parole.

-Non ti dispiace stare con me, Jamil-san?

-È esattamente quello che ho detto, Azul.

Si avvicina a lui, mettendo una gamba tra le sue e sporgendosi in avanti – Azul circonda la sua vita con le braccia e avvicina il volto a quello di lui, con gli occhi fissi sulle labbra che si muovono.

-Dobbiamo rimanere qui per qualche tempo, o sbaglio?

-Uh-uhm. A meno che tu non voglia bagnarti-

-Voglio bagnarmi di qualcosa di diverso dalla pioggia, Azul…

L’uomo con gli occhiali avvampa, suo malgrado, e proprio non riesce a mascherare il proprio piacere nel sorriso. Jamil si lecca le labbra prima di incollarsi a lui, abbracciandogli il petto e stringendolo a sé.

Ha un buon odore, un buon sapore, meraviglioso al tatto: Azul perde per qualche attimo la concezione di sè, come ogni volta che Jamil gli dà permesso di toccarlo.

-Cosa ti arrapa così tanto, Jamil-san? La situazione di pericolo? La pioggia? La-

-La possibilità di farti stare zitto, Azul.

Non gli lascia il tempo di replicare, o anche solo di ghignare, perché già gli sta mangiando la bocca.

Lo spinge all’indietro finché può, obbligandolo così a sostenere il suo peso e il suo corpo, contro gravità ed equilibrio. Azul sobbalza quando sente le sue dita arpionargli i glutei freddi di pioggia, cerca di strofinare l’inguine contro di lui e ci riesce a stento, quasi soffocando contro la sua bocca.

Cerca di infilare le mani sotto la sua maglia bagnata e tocca la sua pelle accaldata, tesa e compatta. Anche solo accarezzarlo è un piacere, anche solo imprimere l’impronta delle unghie vicino alla colonna vertebrale.

Lui lo morde, piano.

-Nessun segno, Azul.

-Ma questo è un punto non visibile, Jamil-san! Si vede solo se ti spogli!

-Nessun segno.

-Non mi vorrai forse dire che sei solito spogliarti spesso?

-Continui a parlare troppo-

Jamil afferra le sue cosce e lo alza da terra; Azul si sporge in avanti d’istinto e appoggia le braccia sulle sue spalle, gli occhiali quasi gli cadono.

Gli occhi di Jamil, così vicini, non sono mai stati così belli come in quel momento.

-Devo usare la forza, per zittirti?

Nessun bacio, ancora. Azul riesce a trovare la forza per sorridere malizioso e stuzzicarlo un’altra volta, troppo ubriaco di desiderio per riuscire a pensare davvero.

-Se pensi che basti così poco per zittirmi, devi solo provarci. Jamil-san…

Cala, con un bacio profondo e lento. Le mani libere spettinano i capelli lunghi di lui, infilandosi tra i ciuffi scuri e lunghissimi, morbidi; tirano appena, poi si fermano al capo e lì rimangono.

Sente la sua erezione premere contro la coscia e questo lo eccita ancora di più, ma Jamil rimane fermo a godersi quel lungo bacio senza muoversi. Ha gli occhi socchiusi, nella penombra dello sgabuzzino.

Per un attimo pensa che tutto quello di cui ha bisogno è proprio lì, al rumore di un temporale estivo scrosciante e nella puzza di disinfettante, plastica e muffa assieme, con quell’uomo che lo bacia in quell’esatta maniera.

Le braccia di Jamil cominciano a tremare appena prima di rimetterlo di nuovo a terra. Come lui si preme contro Jamil, Jamil si preme contro di lui, senza interrompere il bacio.

Jamil si allontana un poco, poi, per togliergli gli occhiali e metterli addosso a sé, Azul sorride all’immagine buffa – non sorride più quando Jamil si abbassa sulle ginocchia e preme il viso al suo inguine, contro l’erezione fin troppo evidente. L’altro non perde tempo, quasi gli strappa i pantaloni della divisa e lo denuda abbastanza da poterlo leccare.

Lo guarda dritto negli occhi mentre lavora sul suo sesso, cosa che lo porta a sorridere istintivamente.

-Stai molto bene con i miei occhiali, Jamil-san…

Prendendo quelle parole forse come una sfida, introduce il suo glande tra le labbra e si spinge in avanti, fino a toccare il suo pube con la punta del naso. E Azul deve vincere la tentazione di fare un commento, a quel punto, perché teme una vendetta molto dolorosa.

Non ci vede più: nell’esatto momento in cui Jamil comincia a muoversi, reggendosi alle sue cosce bianche, Azul socchiude gli occhi e comincia a respirare con affanno. Il piacere gli gonfia il sesso tra le labbra di lui, è così piacevole sentire la sua lingua morbida e le labbra muoversi sulla pelle sensibilissima, il palato che sfrega contro la punta rossa.

-Jamil-san, sto per-

Non finisce la frase e viene nella sua bocca, sentendo il rumore preciso del suo ingoio.

Apre gli occhi e vede gli occhiali storti sul viso di lui, lo sguardo lucido e le guance ancora gonfie; Jamil lo fissa mentre apre le labbra, allontanandosi dal suo sesso svuotato, e gli mostra la bocca sporca di bianco.

Si ritrova a tremare, mentre l’altro si lecca le labbra in modo forse un po’ troppo sfacciato.

-Ora tocca a te fare qualcosa, giusto?

Azul a malapena riesce ad annuire, ma gli afferra il capo per i capelli quando tenta di rialzarsi, e lo conduce diretto alla propria bocca per un altro bacio profondo, davvero bagnato. Anche Jamil lo spettina, quella volta, portandolo indietro con sé e andando a sbattere contro un’altra parete dello sgabuzzino, dietro le sue spalle.

Rumore di cintura. Azul fa fatica a coordinare le dita, mentre bacia ancora Jamil, così come fa fatica a pensare quando si ritrova le sue natiche sode nude a contatto con i palmi delle mani. Lo stringe, forte, facendolo gemere.

Guarda in alto, cercando qualcosa con cui aiutarsi, e con il viso voltato sente la bocca di Jamil premere contro il suo orecchio.

-Anche lo sputo va bene, basta che ti sbrighi…

Gli risponde con un morso sulla guancia, che inclina la stecca degli occhiali che indossa e lo fa sobbalzare. Jamil risponde subito all’attacco e lo morde alle labbra, fino a farle sanguinare.

Sputa sulle proprie mani, nel mezzo della lotta di morsi e baci e leccate, preparandolo come meglio riesce. Jamil non lo aiuta affatto, ma alza la gamba destra al suo fianco quando ha finito e lo fissa con aria stralunata, corpo teso e sesso gonfissimo.

Azul lo fissa in volto mentre lo penetra piano, ammirando la sua espressione contrarsi ogni secondo di più, ogni centimetro dentro di lui di più. Jamil non respira per qualche secondo, e poi cominciano le spinte – allora si aggrappa alle sue spalle e chiama il suo nome, a ogni singolo sobbalzo.

 

 

 

Chapter Text

 

Just remember
You're the one thing
I can't get enough of
So I'll tell you something
This could be love because

 

 

 

 

Apre la bocca e lascia andare un lungo sbadiglio – alza solo in un secondo momento la mano alle labbra, quando ormai Vil lo ha visto e gli rivolge un’occhiata più che truce.

-Cerca di stare composto anche quando non c’è il pubblico a fissarti, Epel!

Socchiude gli occhi e china un poco la testa in avanti, mimando il perfetto pentimento. L’altro sbuffa e si allontana, dirigendosi verso il gruppo di sarti che sta rifinendo i costumi di scena, ancora addosso al manichino.

Abbassa lo sguardo ai propri festoni, e al sacchetto di carta pieno di fiori finti. La prospettiva di dover passare l’intera mattinata ad appenderli alle pareti gli stringe lo stomaco con fitte dolorose.

Un rumore acuto lo fa voltare, Rook Hunt sta esprimendo ad alta voce tutta la felicità che prova nel mirare la metà di muro già addobbata, e a presagire il loro futuro enorme successo. Mettendo in imbarazzo chiunque.

Neppure le cucine di Heartslabyul sono così caotiche come il reparto di Pomefiore la settimana prima dei grandi eventi.

Epel pensa a quanto era stato bene solo poche ore prima, tra le braccia dell’amato Deuce, e il ricordo del bacio che gli ha dato in fronte per svegliarlo ancora lo consola. Secondo appuntamento finito nel migliore dei modi.

Nasce un piccolo sorriso ai lati della sua bocca, che non si scioglie neanche quando raggiunge la scala di ferro. Un ragazzo con una divisa bianca, venuto assieme a diversi colleghi ad aiutarli, si avvicina tenendo la scala per i suoi lati e permettendogli di salirne in gradini. Sul muro, si espande una fantasia tribale, un colore nero deciso che si arrotola in curve e forme stilizzare, dal pavimento al soffitto; vecchio di anni ormai, Vil non è mai riuscito a farlo ridipingere, così quello che possono limitarsi a fare è abbellirlo il più possibile.

Epel si lascia sfuggire un altro sbadiglio e infila il proprio braccio esile nei manici del sacchetto di carta, in modo da avere le dita libere e il contenuto di quello sempre a disposizione. Prende il primo fiore, di un bel rosa antico, toglie la plastica dallo scotch e ne attacca il gambo alla parete, lungo la linea nera.

Nel prendere il terzo, sente un silenzio insolito e alza gli occhi. Un ospite è entrato dalla porta principale e cammina lento in mezzo agli addetti ai lavori, catalizzando gli sguardi di quasi tutti i presenti. Si dirige verso il palco, con passo lento e tranquillo, e alza lo sguardo a lui con un larghissimo sorriso.

Epel sa chi è, riconosce quegli occhi grandi e quei lineamenti così dolci: Neige LeBlanche, uno degli artisti del Villaggio a loro rivale che parteciperà alla competizione.

L’ospite sventola la mano con delicatezza, al suo indirizzo, e per qualche strano motivo Epel si sente arrossire per tutto il viso – fa cadere il fiore tra le sue dita a terra, senza riuscire neanche a muoversi.

Vil, vicino a loro, raccoglie il fiore azzurro e glielo porge, assieme a un’altra occhiata di tralice.

-Riprendi a lavorare, non abbiamo tempo da perdere.

Un brivido di freddo attraversa la schiena del giovane, che si volta verso il muro e riprende il proprio lavoro. Un fiore blu, uno verde e uno rosso. Scende i gradini della scala, per spostarsi di qualche metro, e già Vil e Neige si sono allontanati.

-Anche quest’anno pare sarà difficile…

Si volta verso il collega che lo sta aiutando, e senza che dica nulla davvero l’altro capisce la sua domanda implicita.

-Cioè, voglio dire-! Se fossi del pubblico voterei per lui sicuramente! È una così brava persona, al Royal Village ci aiuta sempre, anche se non è compito suo…

Altri colleghi del Royal Village, lì vicino, annuiscono con borbottii.

Epel sa che hanno ragione, e sa che è proprio Neige il motivo per cui negli ultimi anni il suo il Raven Village non ha mai vinto il premio di produzione. Vedere una performance di LeBlanche è qualcosa di davvero speciale, anche per persone senza talento come loro.

Sospira, però, pensando alle possibili conseguenze dell’ennesima catastrofe.

-Spero che non succeda, o Vil sarà arrabbiatissimo…

-Già, hai proprio ragione!

Le sue risa si spengono subito, al ricordo di quello che è accaduto lo scorso Settembre.

Mani veloci, riprendono il proprio lavoro.

-Forza, altri fiori…

 

 

La voce di Jamil è accaldata, accelerata per lo sforzo.

-Vai-

Azul gli lascia la mano e si apre verso il pubblico immaginario, gambe tese e braccia molli – ma il suo passo è davvero troppo lungo, per colpa dello slancio eccessivo, e il suo corpo procede nel movimento lasciando la mano di Jamil.

Riesce a fermarsi prima di inciampare.

-Scusami, ci ho messo troppa forza-

Lo sbuffo di lui lo fa voltare di scatto: Jamil è tutto sudato, una mano alla fronte a tenere indietro la frangia lunga, e sta sorridendo.

-Hai preso confidenza, noto…

-Avendo un così bravo insegnante, era inevitabile.

-E non perdi mai occasione di fare complimenti gratuiti, come tuo solito…

-La cosa ti imbarazza? O-?

Gli prende la mano, frenandolo dal continuare.

-Su, ricominciamo. Non voglio che Vil ci veda mentre non facciamo niente.

Azul sorride e non aggiunge nulla. Lo segue mentre si riposizione al centro del palco, qualche metro distante da manutentori e tutto l’altro personale addetto all’allestimento. Una fila di luci colorate viene alzata fino al soffitto, dove due operai in divise bianche e nere la prendono e cominciano a fissarla all’impalcatura di metallo, appena davanti al telo rossiccio del palco.

Anche le mani di Jamil sono calde e morbide; Azul gliele stringe senza forzare troppo la presa, intrecciando le dita con quelle di lui.

Si lasciano con un sorriso, uno davanti e uno dietro – Jamil scuote la chioma e scuote braccia e spalle, riprendendo la concentrazione. La maglia attillata che indossa copre il segno di ogni morso che Azul gli ha lasciato, e questo lo rende ancora più sensuale che mostrarlo apertamente.

Con un cenno della testa, il giovane uomo con i capelli scuri dà il segnale a Ortho, il minore dei fratelli Shroud, e la musica riprende dal principio dov’è stata interrotta.

Jamil si muove con perfezione, calcando ogni singola nota della melodia. Il suo corpo sembra quasi una frusta, non lascia niente al caso e catalizza la vista sull’eleganza dei gesti, i passi appena accennati e i fianchi snelli. Si interrompe alla terza battuta, con la mano protesa al lato, e Azul entra nella scena accanto a lui.

Gli piace il suono dei tacchi bassi delle sue scarpe, e quello strisciare di punta sul parquet del palco. Ma, ancora di più, gli piace quando Jamil gli prende la mano e lo attira a sé, cominciando la parte di coppia della coreografia.

Lo guarda in viso, mentre il mondo attorno a loro vortica.

Il dito di lui, stretto contro il palmo della mano, preme ancora nei momenti dei passi più complessi – in alto quando deve alzare le braccia, a destra o a sinistra quando deve aprirsi o la direzione dei loro passi non è dritta, e verso di sé quando devono ruotare. Azul ha imparato tutto ormai, persino non pestargli più i piedi, ma la felicità che prova per quei pochi secondi amplifica ogni sensazione.

Sente ancora il suo respiro: il sorriso che ha sul volto non è tirato affatto.

Gli lascia la mano e si apre di lato, calibrando meglio lo slancio. Jamil alza quindi il braccio e lo aiuta a roteare al suo fianco, una e due volte, portandosi dietro di lui e fermandolo nell’afferrargli il polso libero. Schiena contro petto, si guardano da sopra la spalla di Azul e quel polpo sorride, in modo così sincero e spontaneo, che Jamil si ferma a guardarlo e dimentica di muoversi ancora.

È il rumore di una piccola risata estranea che li desta dalla stasi e li fa voltare verso il registratore: Ortho tiene alto il cellulare, nella loro direzione, con le mani che gli tremano dalle troppe risa. È davvero un ragazzino, emozionato nel vedere qualcosa di tanto bello.

Ma Azul subito si stacca da Jamil, ancora più rosso in viso di prima.

-Cosa stai facendo? Stai registrando?

-È per il profilo social del Villaggio! Qualche anteprima per il grande spettacolo!

-Non penserai davvero di mettere una cosa del genere in rete!

-Perché no?

Azul si morde le labbra, incapace di dare una risposta pronta a quella domanda all’apparenza priva di malizia. La mano di Jamil gli circonda la vita e lo attira all’indietro, fino a fargli appoggiare la schiena contro il suo fianco.

-Fai qualche stories su Instagram, con il prossimo pezzo.

Azul si rivolge a lui con un’espressione stranita, quasi ferita. Si sente tradito, in quel momento, ma Jamil sbuffa di fronte alle sue smorfie.

-Non mi dirai che ora sei diventato timido?

La presa di lui si fa più salda e il suo viso ancora più vicino. Palesemente provocatorio, gli afferra la mano con la propria e fa un passo all’indietro, costringendolo a sporgersi in avanti – con naturalezza, le sue gambe si piegano tra quelle di lui e il petto aderisce al suo, nella tensione leggera dei muscoli delineati. Strisciano all’indietro, ancora così vicini, e Azul non riesce davvero a lasciarlo.

Gli batte veloce il cuore, forse un po’ troppo.  

Cerca di guardare Ortho con la coda dell’occhio, ma appena sposta lo sguardo Jamil si muove e pretende la sua attenzione, per non farlo cadere.

Così, Azul ricambia la stretta e segue ogni suo passo, celere. Sono passi di una coreografia inventata sul momento, dove Jamil detta il ritmo e Azul lo imita senza il minimo sbaglio – basta il tocco di quel dito sul dorso della mano e il polpo sa esattamente come dirigersi e cosa fare. Anche al momento del volteggio, gli occhi di Jamil si muovono e Azul capisce. Pestano i piedi al tre, tornando in posizione per poi ricominciare.

Jamil allarga le gambe e scende all’improvviso, mentre Azul lo sostiene senza indugio.

La musica parte mentre loro si guardano, con le braccia tremanti e le ginocchia fragili.

Un, due tre quattro.

Azul si ritrova a volteggiare sospeso tra le braccia di lui, aggrappato alle sue spalle come se stesse facendo l’amore proprio su quel palco, e si blocca ancora con il viso vicino al suo.

Ortho non è il solo ad applaudire, a quel punto, ma tutto il personale tecnico si è fermato e ride, sorride al loro indirizzo, entusiasti di quella piccola anteprima.

Azul non riesce a trattenersi e ride a propria volta, abbracciando Jamil come se fosse la cosa più naturale del mondo. L’abbraccio di lui è così caldo e accogliente, forse lo ama davvero.

Forse, può amarlo davvero.

 

 

Un fruscio di vestiti, contro il suo fianco, e Jamil si sporge in avanti facendo avanzare il dito indice fino quasi a toccare lo schermo del piccolo smartphone.

-Questo no, si vede tutto mosso.

Ortho, sotto loro due e rannicchiato a terra, si gira verso di lui con un piccolo strillo.

-Eh? Ma è il mio preferito!

-Assolutamente no.

L’espressione categorica sul viso del ballerino sovrasta qualsiasi possibile replica del ragazzo più giovane, che con uno sbuffo fa partire il video successivo.

Molto più nitido e fermo.

Azul blocca il tempo dopo pochi secondi, indicando tutto lo schermo orizzontale.

-Qua lo si può editare-

-Cosa vuoi che faccia?

-Magari fallo più luminoso, con la musica in sottofondo…

-Che musica? Un altro mambo?

-Sì, sempre un mambo ma diverso da quello che dobbiamo portare.

Jamil interviene nello scambio, mentre preme lo schermo per far ripartire il video.

-Magari qualcosa di più romantico.

L’uomo con gli occhiali gli rivolge un’occhiataccia che non sortisce alcun effetto: Jamil sorride con malizia e alza persino un sopracciglio, in una piccola ed evidente sfida.

-Non sei d’accordo, Azul?

No, non è molto d’accordo. In quel video si vedono la sua faccia e i suoi capelli, nonché si sente chiaramente la sua voce. Così come si possono notare molto bene le sue braccia che stringono il corpo dell’altro.

Basta, in realtà, che Jamil gli dia un colpetto con il proprio bacino, in un gesto così intimo e confidenziale – e sorrida ancora, proprio come ha fatto prima. Azul pensa che, quella volta, potrebbe anche sopportare l’idea di farsi vedere felice.

Ortho saltella sul palco, allontanandosi da loro due. Il telefono tra le mani viene fatto volteggiare in aria, come se fosse un piccolo trofeo.

-Perfetto! Lo farò! Metto questo video e le riprese del Villaggio dall’alto! Mio fratello ha finito di assemblare i droni, e così-

Viene interrotto al terzo saltello da una voce sconosciuta, gioviale e allegra.

-Ci riprenderanno anche la sera della festa?

Tutti e tre si voltano di lato, dove il palco si interrompe e pochi metri più sotto comincia il pavimento della platea. Davanti alle sedie già ordinate, un giovane uomo con i capelli d’ebano, le labbra rosate e gli occhi grandi rivolge a loro un sorriso splendido, che riesce a essere perfetto anche nel leggero imbarazzo che si crea a quel silenzio prolungato e sorpreso.

-Oh, perdonatemi. Non ho potuto esimermi dal sentire cosa stavate dicendo…

Accanto a lui Vil, molto meno sorridente, si appoggia le mani sopra i fianchi e scuote la testa con i lunghi capelli biondi.

-Come più o meno il resto del capannone, d’altra parte.

Azul si guarda attorno solo in quel momento, e nota come alcuni addetti ai lavori tentino con scarsi risultati di nascondere risa e sorrisi sotto i propri caschetti e dietro gli orli alti delle loro divise da lavoro, che siano bianche o nere. Si sistema quindi gli occhiali sul naso, in un gesto di leggero imbarazzo.

Accanto a lui, Jamil si inchina in avanti, in un dondolio selvaggio di capelli scuri.

-Ci scusiamo per le urla, signor Vil.

-Lascia stare, non è un problema.

Neige non sembra contagiato dal malumore di Vil e si avvicina al palco, con gli occhi rivolti al giovane Ortho. Punta al cellulare che ha tra le dita e gli parla in modo molto amichevole.

-Tu fai parte degli addetti ai lavori?

-Noi Shroud ci occuperemo delle riprese e del montaggio, signor LeBlanche! Durante lo spettacolo, si affidi pure a noi!

Gli occhi del ragazzo ospite brillano all’improvviso.

-Shroud? Conosci per caso un certo Idia Shroud?

-Certo! È mio fratello!

-Oh! È una gran sorpresa! So che è campione regionale di “I nani nelle miniere di diamanti”, sono appassionato di quel rhythmic game! Mi piacerebbe davvero molto che me lo presentassi, un giorno!

Anche Ortho sembra brillare, a quel punto, come sempre felice che il genio indiscusso del fratello maggiore venga riconosciuto anche dagli sconosciuti.

Il sorriso smagliante di Neige, così come il suo sguardo attento, poi si spostano dal ragazzo canticchiante.

-Ma qui presenti abbiamo anche altre persone molto interessanti.

Azul prova un brivido per tutta la schiena quando gli occhi grandi e azzurri dell’ospite si posano su di lui e le sue parole, fluenti e gentili, accarezzano l’udito come vera musica. Riconosce la capacità di interagire in un certo specifico modo con il pubblico, e può solo che ammirarlo.

Per questo, gli sorride nella risposta.

-Vil mi ha detto che non sei un ballerino professionale. Eppure, nel vederti prima ballare sul palco, sembrava emanassi molta sicurezza.

-L’impegno e la perseveranza sono fondamentali per il successo, signor LeBlanche! È con questo spirito che noi di Octavinelle siamo diventati una delle attrazioni più amate del Raven Village!

-Oh, sì! Mi piacerebbe venire al vostro parco acquatico, uno di questi giorni!

-Lei è sempre il benvenuto!

Un commento sussurrato, al suo fianco, assieme a un sospiro piuttosto rassegnato.

-Non perdi proprio mai occasione, Azul…

Neige ride, di una risata delicata e appena accennata, nascosta dietro la mano salita alla bocca. Dolce, quasi, come dolci sono le parole con cui si rivolge ancora all’interlocutore.

-Piuttosto… vorrei chiederle un ballo.

Azul rimane sbigottito, abbastanza da non riuscire neanche a nasconderlo – così che l’altro arrossisca.

-So che magari può risultare strano, detto da un concorrente della gara, ma prima lei… lei stava ballando con così tanta passione, che mi è venuta voglia di ballare a mia volta. Quindi, se me lo consente… sarebbe un onore.

Non sa cosa dire, forse per la prima volta in vita sua. C’è un velo di imbarazzo nella sua indecisione, così come la consapevolezza che, se provasse a muoversi tra le braccia di qualcuno diverso da Jamil, cadrebbe al primissimo passo di lato, forse anche prima. Boccheggia, iniziando due frasi contemporaneamente e bloccandosi nel mezzo.

E per fortuna interviene proprio Jamil, che si mette davanti all’uomo e protende una mano verso l’ospite.

-Signor LeBlanche, Azul è il nostro asso nella manica. Se le permettessimo di ballare con lui scoprirebbe tutti i nostri segreti. Ballerò io con lei, se è d’accordo.

-Ma certamente, signor Viper! La conosco di fama, è un ballerino molto famoso anche al di fuori del complesso dei nostri Villaggi! Mi farebbe molto piacere!

Neige afferra la mano di Jamil e si lascia issare sul palco, con un piccolo sorriso.

Nel passare accanto ad Azul, schiocca le dita e punta l’indice – mentre fa un occhiolino sbilenco, tanto carino quanto terribile.

-Sappia che l’ho puntata, signor Azul. Non mi sfuggirà a lungo!

Ridacchia ancora mentre Jamil lo trascina via, per posizionarsi con lui in mezzo al palco. A un cenno della testa dell’uomo, Ortho corre verso il piccolo impianto stereo già montato, in un angolo del palco non ancora allestito, e fa partire la musica.

Qualche metro più in basso, qualcuno ridacchia.

-Owh, che carini. Ora vi proteggete a vicenda?

Vil gli sorride mordace, alludendo qualcosa con il solo sguardo. Ma lui non è Leona Kingscholar, e per quanto fastidioso Azul non sente l’impulso impellente di rispondergli – e forse, pensa, la sua estrema irritabilità è dovuta alla maniera con cui si rivolge a tutti i Savanaclaw, compreso il suo Jack. Così, Azul si limita a schioccare le labbra e a guardare i due ballerini, stretti stretti.

I passi di Neige sono morbidi, aderiscono al pavimento ma sembrano non avere peso. C’è leggiadria nei suoi movimenti, anche quando deve calcare il piede in avanti per seguire la mossa ardita di Jamil: non c’è indecisione in lui, ed è solo la prima volta che lo segue. Jamil, d’altronde, lo tocca appena, e sembra non fare altro da una vita intera. I due corpi rispondono reciprocamente alle stimolazioni, non c’è sbavatura neppure in un singolo dettaglio. Jamil non abbassa mai lo sguardo, così come non lo abbassa Neige.

Azul non riesce a staccar loro gli occhi di dosso. La musica sottolinea un ritmo naturale, che diventa il loro respiro e i loro stesso corpo – sono musica, sono carne, sono sostanza e sono arte. Per un attimo, la sensazione che prova è uguale a quella che prova quando guarda il mare.

E si accorge solo in un secondo momento, quando la musica calma il ritmo, che ciò che guarda non sono loro come coppia, ma è proprio Jamil, e quanto splendido gli paia.

L’applauso, a musica finita, parte da Vil, seguito subito da Ortho fin troppo entusiasta e anche a tutti gli addetti. Neige sorride e si inchina verso chiunque; Jamil sorride pure, e guarda nella sua direzione prima di inchinarsi.

Si sente desiderato, e sente di desiderarlo.

Applaude un poco più forte, e sorride mentre l’altro si inchina a propria volta, di fronte a quel pubblico improvvisato.

Chapter Text

I've had the time of my life
No, I never felt this way before
Yes, I swear, it's the truth
And I owe it all to you

 

 

 

 

Cucine stranamente deserte, a parte loro due: Jade è felice di non vedere nessuno in giro, ben sapendo che non sia affatto una casualità, ma il risultato ben preciso del piano di lui. Lo ha chiamato lì al momento giusto, con la scusa di un dolce, durante la lunga pausa pranzo. D’altronde, i preparativi per il buffet sono quasi del tutto terminati, mancano gli ultimi accorgimenti che verranno aggiustati nel primo pomeriggio.

E quella torta di fragole con la nuova ricetta è davvero buona.

Jade prende l’ultimo cucchiaino di mousse rosata, appoggiato con i gomiti sul bancone. Non si risparmia dall’emettere un piccolo gemito, più che contento.

Qualche metro di distanza, sulla sinistra, e l’uomo con i capelli verdi ridacchia.

-Vieni qui, Jade…

Allarga le braccia e le allunga nella sua direzione, in un invito esplicito.

Jade non può davvero resistergli, colpa anche del piccolo ghignetto che ha sulle labbra, e lo sfavillio degli occhi dorati. Abbandona quindi il cucchiaino nel vassoio sporco e supera i due angoli del bancone, per arrivargli davanti.

Trey scioglie l’intreccio delle gambe, su quella sedia di plastica bianca, e gli permette di avvicinarsi ancora – è subito un abbraccio, ciò che li stringe vicinissimi.

-Sulle tue cosce, Trey-san? Non peso troppo per te?

-È tutto amore.

-Oh, ma come siamo romantici oggi…

-Preferisci che sia rude e selvaggio e ti prenda su questo bancone?

-L’idea di essere preso non mi dispiace, in realtà.

-Rude e selvaggio?

-Di quello faccio a meno, grazie.

Ridono assieme, e Jade si china su di lui per un primo bacio sulle labbra, delicato e gentile.

Le mani d Trey risalgono la sua divisa bianca, fino a raggiungere la parte alta della schiena ampia.

-Il mio pesciolino delicato e romanticone.

Jade gli morte il labbro con i denti aguzzi, piano, prima si issarsi sulle punte dei piedi e spingere la lingua all’interno dalla sua bocca, premendo il viso contro quello di lui. Inclina gli occhiali sul suo naso e gli prende il volto tra le mani, perché non possa scappare.

Trey lo stringe con più forza e risponde al suo bacio, inclinando un poco la schiena all’indietro. Sono quasi in bilico, ma molto poco interessati al pericolo.

Si sorridono ancora, mentre si separano.

-Il mio pesciolino preoccupato che preferisce baciarmi con passione piuttosto che dirmi cosa c’è che lo turba.

Jade non riesce a nascondere un brivido, piccolo – si siede di nuovo su di lui, accettando le sue carezze.

-È così evidente?

-No, affatto. Ma io ti conosco piuttosto bene, e questo è chiaro per me.

-Per fortuna ci sei tu.

Ridacchia, e così anche Trey.

Ma ha bisogno di altre carezze e un lungo silenzio per riuscire a raccattare abbastanza forza da aprirsi a una confessione: sospira, appoggiando la fronte contro quella di lui.

-Azul e Jamil-san sembrano andare d’accordo.

-Sembrano? Ieri sentivo in mensa i due Shroud parlare di Instagram e di Facebook e di Youtube con un entusiasmo che non avevo mai visto prima! È stato quasi imbarazzante.

-Grazie al cielo non ho assistito alla scena.

Ridacchia ancora, mentre la mano del marito passa proprio sulla sua guancia. Lo ferma con un piccolo bacio sul dorso delle dita, labbra in fuori e tocco fugace.

Trey è sempre così paziente con lui, che annulla qualsiasi sentore di pericolo. Quindi, sospira un’altra volta.

-Però… Azul non ha ancora detto a Jamil cosa prova, ed è questo che mi preoccupa.

Il suo sguardo si fa vacuo, mentre i pensieri si affollano nella testa. Tutto ciò che ha raccolto negli ultimi giorni fuoriesce e si libera, accolto da orecchie amiche.

-Non l’ho mai sentito parlare apertamente dei propri sentimenti, e con me e mio fratello va bene, sappiamo com’è fatto e sappiamo che nel caso di bisogno lui ci sarà sempre per noi. Non abbiamo questo genere di dubbi.

-Ashengrotto è una persona molto riservata da questo punto di vista.

-No, non è riservato. Pensa sia una debolezza, la manifestazione palese…

La manifestazione palese dei sentimenti, Trey sospira a propria volta e capisce. Lui non sa il suo trascorso e non ha mai visto la fotografia della signora Ashengrotto nell’ufficio di lui, ma è abbastanza sensibile per colmare questa mancanza.

La sua mano gli stringe la coscia, in un gesto d’affetto e vicinanza. Jade strofina la punta del naso sul suo mento, parlando a bassa voce.

-Ma Jamil-san non è come me o mio fratello.

-Viper ha bisogno di una dimostrazione palese.

-È quel tipo di persone che non sfida apertamente le persone, ma esige prove concrete di tutto. È infimo almeno quando Azul, se non di più.

-Molto orgoglioso, sì. Forse perché ha difficoltà a fidarsi delle persone…

-Beh, anche io avrei difficoltà a fidarmi di uno come Azul.

-Ma tu sei tu.

Sorride, e gli alza il mento per poterlo baciare sulla bocca.

Jade riceve questa dolcezza senza riuscire a opporre resistenza, commosso da tanta bontà.

-Sei un buon amico, Jade.

-Lo sembro davvero?

-Lo sei.

Ridacchia per mascherare l’imbarazzo, e sa che quel complimento è davvero sincero.

Trey lo guarda dritto negli occhi, come la persona dolce che è.

-Sono davvero contento di stare con una persona come te.

-Non dovevi essere tu quello buono e paziente della coppia? Ora dovrò prendere il tuo posto? Mi toccherà sopportare tutte le angherie del mondo ed esprimermi in modo passivo aggressivo?

Gli ruba gli occhiali, facendolo borbottare per qualche secondo.

Ammicca mentre appoggia le stecche sulle proprie orecchie, facendole scivolare in avanti.

-E portare questi?

Trey sbuffa, assottigliando gli occhi: non vede molto, anche se Jade è vicinissimo a lui.

Si baciano e dondolano su quella sedia che scricchiola, ridono assieme e avvicinano i loro petti caldi d’intimità e sentimento. Trey non lo ha mai ingannato, su quel genere di cose, e non gli ha mai mentito.

È lui quello fortunato, d’altronde, perché una tale brava persona ha sposato uno come lui.

-Ti amo, Jade.

Arrossisce e tenta di abbassare lo sguardo, anche se Trey glielo impedisce: dito sotto il mento, gli alza il volto per guardarlo. È buffo, perché Jade sa benissimo che lo vede male, eppure indovina sempre dove sono i suoi occhi.

Allora sorride, e lo bacia con lentezza.

-Lo so. Ti amo anche io.    

 

 

Trema, stringendo i coupon al petto e sogghignando.

-Dovrei andare, Jamil-san-

Deve soffocare un urlo, quando la bocca dell’altro gli ingloba tutto il sesso all’improvviso, spingendo la punta del naso tra i ciuffi chiari del suo pube. Azul guarda in basso, scorgendo il lampo luccicante dei suoi occhi: sembra davvero volerlo mangiare.

Il suo corpo viene scosso con più violenza e le spalle ossute sbattono contro il muro chiaro.

A poca distanza, c’è il rumore del via vai delle persone, eccitate per la serata di festa, e i rimbombi della musica liscia scuotono già le pareti del tendone.

-Dobbiamo cambiarci e prepararci per lo spettacolo, Jamil-san.

Non è convinto: lo dice solo in una goffa provocazione, perché la sua voce trema e certo non vuole che l’altro smetta proprio in quel momento. Jamil lo sa, ghigna contro la sua pelle sensibile.

-Non vorrai certo andare sul palco conciato così, vero? Hai intenzione di sedurre qualcuno del pubblico, forse?

-Solo te, Jamil-san-

La sua mano corre alla bocca, trattenendo a stento un gemito pericolosamente alto.

I rumori delle labbra di Jamil sono coperti dal frastuono, ma a quella distanza solo Azul riesce a sentirli – e la sua eccitazione cresce ancora di più, a un punto che non credeva davvero possibile.

Ormai i suoi preziosi coupon sono ridotti a carta straccia, impossibile da consegnare agli ospiti, e lo rincuora il fatto che almeno Jade e Floyd siano stati al loro posto a coprire la sua assenza.

Lascia andare ciò che tiene e abbassa le mani al suo capo, prendendolo per i capelli. Jamil si arresta e guarda in alto al suo viso, senza capire cosa voglia fare. L’altro non si muove: Azul appoggia entrambe le mani sulla chioma scura e comincia a muovere il bacino, spingendosi nella sua bocca.

Jamil sembra apprezzare la cosa, perché a un certo punto gli stringe i glutei e lo invita ad andare più veloce.

Con un grugnito, Azul lo accontenta, seguendo l’impulso sincero del proprio cuore.

 

 

L’organizzazione dell’intero evento è un successo, per Azul: Vil è riuscito a pensare a ogni singolo dettaglio, rendendolo a dir poco perfetto.

La disposizione della platea rispetto al palco, le luci e i comandi del suono, l’accesso facile alla rampa che permette di salire e scendere per un contatto con il pubblico più diretto – e le decorazioni, disposte con eleganza su tutte le pareti.

Una mano di Jamil gli prende il polso ed entrambi scivolano dietro le quinte, dove ci sono truccatori, stilisti e parrucchieri ad attenderli, ovvero l’intero reparto dei Pomefiore. Epel riesce a rivolgere loro un piccolo sorriso, appena prima che Vil Schoenheit li afferri per le spalle e li trascini fino alle sedie davanti agli specchi, con una forza disumana.

-Ancora un po’ di ritardo e sareste giunti alla fine dello spettacolo! Dov’eravate finiti, si può sapere?

Li piazza giù con un gesto brusco e scuote la testa, tutto da solo.

-No anzi, non lo voglio sapere. Non c’è tempo da perdere! Epel!

Il ragazzo si fa avanti, recuperando da un piccolo cassetto la sua trousse straripante di trucchi e profumi. E mentre Azul lo guarda armeggiare con primer e fondotinta, qualcuno comincia a tirargli i capelli.

-Ahia!

-Non lamentarti! Sarei stato gentile, se ne avessi avuto il tempo.

Jamil accanto a lui ridacchia, ma il suo sorriso diventa una smorfia quando Epel lo raggiunge e comincia a usare lo stesso trattamento ai suoi capelli ben più lunghi di quelli di Azul.

Mezz’ora e si sarebbero esibiti. Il suo corpo comincia a sentire la tensione dell’emozione e della preoccupazione, così da obbligarlo a scuotere le braccia ai lati della sedia. Il riflesso di Jamil gli sorride nello specchio.

-Stasera ci divertiamo e basta, Azul. Nessun pensiero.

-Ti devo correggere, Jamil-san. Stasera vinciamo, per il bene del Raven Village.

Se n’è quasi dimenticato, ma è trascinato dalle proprie stesse parole, perché quello è il reale motivo per cui tutto ciò è iniziato. Jamil vorrebbe scuotere la testa in un gesto bonario, e Epel glielo impedisce – tira ancora i suoi capelli nel fare una treccina veloce e lo infilza quasi con la spilla di un fiore bianco, meraviglioso e persino profumato.

In quel momento, un’ombra si frappone davanti alla luce di quel camerino d’emergenza, e subito Vil scatta all’indietro.

-Leona! Qui siamo in ritardo, sei pregato di non rallentarci ancora di più.

Con la coda dell’occhio, Azul vede l’ombra dell’interpellato muoversi, andando a posizionarsi contro lo spigolo di un carrellino alto; braccia conserte e capelli legati, ha la maglia schiara sporca di macchie di olio e di grasso, fatte chissà dove. È ben comprensibile quindi come Vil si senta agitato con lui attorno.

-Hai almeno finito, di là?

-Ci sono Ruggie e Jack a controllare, stai tranquillo. Nessuno si farà male sul tuo prezioso palco.

-Meglio così.

Liquidato l’uomo biondo, Leona può invece rivolgersi all’usuale rivale – Azul non ha dubbi che fosse proprio quello il tuo intento originario: venire a stuzzicarlo nel momento di massimo stress per tutti, in linea con il suo solito comportamento. Per questo, non gli lascia proprio l’ultima parola.

-Ashengrotto, non avevo visto che ci fossi anche tu qui. Non ti avevo proprio riconosciuto.

-Sempre pieno di parole gentili, Kingscholar? Ma stasera vedrai uno spettacolo indimenticabile.

Interviene anche Jamil, che guarda il proprio partner con un sorriso dolce, privo di malizia.

-Azul ormai è bravissimo, non sbaglia davvero mai un passo.

-Ah, è davvero così?

La voce di Leona è piena di scherno, e Azul è sul punto di rispondergli qualcos’altro di molto piccato.

Ma la scena viene interrotta da un altro rumore alle sue spalle. Vil ha smesso di tirargli i capelli, quindi può voltare un poco la testa e guardare oltre la spalla il nuovo arrivato.

Giacca elegante e un larghissimo sorriso pieno di denti aguzzi, Floyd viene fermato al secondo passo dalla voce scocciata dello stesso Vil, sul punto di una crisi di nervi.

-Leech, cosa ci fai qui?

-Sono passato a controllare! E a dare un saluto!

-Con questi vestiti?

-Beh, anche se è il vecchio vestito, è sempre molto bello, no?

-Potrebbe confondere la gente.

-Nah, non è possibile. Mica sono tutti scemi come Azul.

L’interpellato gli rispose direttamente con voce un po’ stridula.

-Guarda che ti ho sentito, Floyd.

-Era esattamente quello l’intento.

Attorno, si alzano risa confuse a sbuffi divertiti.

Vil fa alzare i due ballerini dando loro piccoli colpetti sulla spalla, per poi cercare di allontanare ancora una volta quella murena molesta.

-Sei in forma, almeno. Forza, fuori da qui. C’è già troppa gente in giro, comincio a irritarmi.

-Sei sempre irritato, tu! Cosa cambia?

Scuote la testa.

Epel, dietro di lui, porge camicia e giacca ai due ballerini della serata. Azul prende tra le dita quei tessuti morbidi e profumati, si cambia veloce lasciandosi avvolgere da quella sensazione di carezza. Deve cambiare anche le scarpe, un velo allacciato alla vita ed è pronto.

Ma non per Vil.

-Manca solo un tocco finale e poi ci siamo.

Passa a Jamil un nastro per i capelli, mentre ad Azul un fiocchetto da mettere al collo, sotto i bordi del colletto della camicia. Pare soddisfatto, a questo punto.

-Ecco, ora concentratevi. Se vi serve silenzio, faccio uscire tutti.

Leona si sporge in avanti, mettendosi anche fisicamente tra Jamil e Azul – ancora una volta, Azul non è disposto a concedergli l’ultima parola, e incoraggiato dalla propria stessa euforia risponde con qualcosa che, in altre situazioni, non avrebbe proprio detto.

-Così rimanete soltanto voi due. Soli soletti.

-Sei sempre così fastidioso, Kingoscholar. Come un gatto capriccioso e bisogno d’attenzioni. Nessuno ti ha pulito la lettiera, oggi?

Solo Floyd si azzarda a ridere, a quel punto, perché la tensione è diventata davvero pesante.

Jamil cerca di mediare un poco, anche per proteggere Azul, e Leona gli risponde più che piccato.

-Uh, Azul. Questa era gratuita.

-Lascia stare, Viper. Va bene così. Almeno io non mi sto rendendo un pagliaccio solo per inseguire il culo di qualcuno come fa lui. La disperazione non è proprio affar mio.

Azul ride, guardandosi allo specchio distrattamente.

-Ma cosa vai blaterando, Kingscholar? Tutto questo è unicamente per la vittoria. Non c’è nient’altro che possa muovermi a tal punto.

C’è qualche secondo di silenzio che non lo mette in allarme subito: la voce di Jamil è più asettica e inespressiva di prima, le sue spalle abbassate di diversi centimetri. La gioia di prima è sparita, dalla sua espressione.

-Nient’altro davvero?

Un suono molto forte proviene dal palco: Rook ha terminato il suo numero, manca solo lo stacco comico di sette minuti e poi sarebbe iniziata la competizione di ballo.

Vil comincia ad agitare le braccia in aria, spingendo tutti fuori da quel piccolo camerino di fortuna.

-Uscite da qui, ora!

Nel silenzio che cala e rimane, pesante come i primi rombi di tuono nell’aria esterna, Jamil ripete la domanda ad Azul.

-Nient’altro davvero?

-Non capisco a cosa tu ti stia riferendo, Jamil-san.

Fischietta il motivo del ritornello della loro canzone, schiacciando la punta del piede contro il pavimento duro di piastrelle squadrate. Un, due tre quattro.

Jamil, accanto a lui, non si smuove di un solo centimetro. Azul è ancora troppo pregno di euforia, e della vittoria appena conquistata contro Leona, per badare a certe sottigliezze.

-Hai fatto tutto questo solo per la vittoria?

-In realtà anche per ottenere un finanziamento dal Dirigente. Sai, ho intenzione di aprire un bar nuovo.

-E questo cosa c’entra?

-Se lo spettacolo sarà un successo, potrò chiedere una parte più alta della vittoria. Poiché ho partecipato in prima linea, penso proprio che mi spetti di diritto.

-Quindi tutto il tuo impegno… per questo? Hai ballato con me solo per spiccare, e per utilizzarlo per i tuoi scopi?

Azul comincia a infastidirsi.

La sua sensibilità, già misera, separa le motivazioni personali che lo spingono a compiere un determinato sforzo e gli obiettivi dello stesso. Benché lo ami quasi alla follia, le sue parole sono piene di obiettivi, ma mai di motivazioni – il suo egocentrismo, e quella resistenza a considerare il lato sentimentale di ogni intenzione, lo porta pian piano a una catastrofe inevitabile, anche quando Jamil comincia ad alzare la voce.

-Octavinelle non ha una manutenzione da due anni, e la stagione sta finendo. Potrebbe passare almeno un altro anno prima che noi-

-Azul, non me ne frega un cazzo dei soldi.

-Oh, ma perché tu-

Alza le sopracciglia, più che sorpreso.

-Tu non vuoi i soldi? Bene, chiederò anche la tua parte allora.

Nessuna risposta immediata, e ormai il più è fatto.

Azul guarda finalmente Jamil in viso e nota la sua espressione tesa. Comincia a sospettare qualcosa, si muove cauto in un terreno ormai ostile, in quell’atmosfera che comincia a sentire molto pesante.

-È stato piacevole, comunque. Dico, fare tutte quelle cose-

-Piacevole?

-Sì, voglio dire-

Jamil fa un passo in avanti, senza tempo.

-Cosa? Cosa vuoi dire, Azul?

Il suo corpo è troppo vicino, aggressivo e imponente.

Azul sobbalza all’indietro e si scontra contro lo spigolo del tavolino dei trucchi, facendosi male alla gamba e facendo cadere diverse piccole boccette profumate. Un piccolo sorriso, per tentare di calmarlo.

-Mi pare che tu sia un po’ troppo arrabbiato, Jamil-san.

Lo sguardo di lui si assottiglia ancora di più. Parole velenose escono dalla sua bocca, con un’inclinazione talmente fredda da risultare mordaci all’udito.

-Non muoverti da qui.

-Cos-

-Non muoverti da qui, stupido mollusco. I tuoi passi sono a malapena copribili, nonostante tutto. È meglio ballare da solo che con te.

-Jamil-san, ma io voglio stare con te.

Prova a raggiungerlo, ma a quel punto Jamil fa un passo indietro.

I suoi occhi sono diventati spietati, e ogni parola in più che pronuncia è quasi un incantesimo di ipnosi

-Non capisci? Sali su quel palco, e perderemo. Sali su quel palco, e io rimarrò fermo.

-Jamil-san-!

No, non stava mentendo. E no, non avrebbe ceduto.

Arrotolandosi su se stesso in posizione di difesa, avrebbe attaccato e morso Azul a ogni tentativo ulteriore di avvicinarsi, anche solo di sfiorarlo. E gli avrebbe fatto male, senza il minimo rimorso.

Azul prova lo stesso, la sua voce è un soffio.

-Jamil-san, io…

Si alza uno scroscio di applausi dalla platea e tutte le luci del palco si accendono, in attesa dei ballerini appena annunciati. Jamil volge lo sguardo da lui, lo supera dandogli una spallata di proposito e sale la rampa fino al palco.

Azul sente in maniera distratta, da quel momento in poi. Vil che lo chiama più volte, pieno di rabbia e isteria, qualcuno che lo tocca e lo scuote animosamente, poi la musica che inizia e il pubblico che comincia a battere le mani a ritmo, altre forti risa.

La tempesta entra nel tendone all’improvviso, assieme a un tornado di pioggia e sabbia.

È finita.

Per lui, è finita.

 

 

Chapter Text

 

'Cause I've had the time of my life
And I've searched though every open door
'Til I found the truth
And I owe it all to you

Now I've had the time of my life
No, I never felt this way before
Yes, I swear, it's the truth
And I owe it all to you

 

 

 

Il Direttore Generale Yuu si sistemò i lembi della giacca nera, pulendo l’orlo da quella macchia di sabbia ancora attaccata al tessuto. Sorrise al pubblico, per consolarlo del freddo alla schiena e dell’umido dei granelli venuti dalla spiaggia, trasportati dal forte vento – qualcuno ridacchiò, tra le prime file, e la tensione si ruppe.

Si schiarì la voce davanti al microfono.

-Signore e signori, è giunto il momento di nominare il vincitore del ballo.

Dietro di lui, sentì muoversi i due gruppi sul palco. Gli bastò un’occhiata fugace di lato, in direzione dell’impianto tecnico. Un ragazzino dagli insoliti capelli blu elettrico schiacciò qualche tasto nella penombra del sipario: luci accese e coni di coriandoli pronti, musica tesa sullo sfondo.

Il tendone era calato in un silenzio completo, si poteva sentire solo lo sbattere continuo della pioggia.

Yuu attese qualche secondo, gustandosi anche tutta quell’attenzione. Poi, volse gli occhi allo schermo del display tra le sue mani e lesse i dati raccolti dai dispositivi. Il pubblico e la giuria, attraverso il proprio voto, avevano scelto.

 

 

*******

 

 

Il giovane balza in pieni, trasportato dall’enfasi delle proprie parole.

-E poi ha fatto il nome di quelli! Royal Village di sto c-

-Floyd, le parole. Ci sono ancora clienti nei paraggi.

L’intero bancone viene sconquassato, diversi oggetti fatti cadere.

Azul sistema il piccolo cestello delle biro e delle matite mentre un’altra coppia di clienti si avvicina al bancone, sventolando un paio di coupon color lilla.

Jade, accanto a lui, si prodiga di riceverli nel migliore dei modi: dopo una mattina intensa di via vai di gente con le valige già in mano, ha tutto il tempo di stendere sul proprio viso il migliore dei sorrisi.

-Signori Tamamo.

-Due per la pelle secca e uno per pelli miste!

Jade si allontana verso la porta dello sgabuzzino. Floyd recupera i due coupon e ne passa i codici sotto il lettore, in modo che non siano più utilizzabili – in tutto questo, Azul si limita a sistemare una gomma rotolata a terra, con una mestizia e una meticolosità quasi spaventosa.

Il piccolo Jun lo nota, muove le gambette attorno al fianco di suo padre, dov’è stretto, ma ogni suo tentativo di contatto viene più che ignorato.

Poi, Jade torna con tre confezioni di carta, dai colori vivaci.

-Ecco qua i suoi prodotti.

Un sacchetto, e tutto è pronto.

Nondimeno, i due signori si prendono il tempo per parlare ai due gemelli.

-Ieri sera lo spettacolo è stato fantastico! Proprio un peccato che non abbiate vinto voi!

-Noi abbiamo votato entrambi per il Raven Village, ovviamente! Anche Jun!

-Sapeste quanto si è divertito, quando Floyd è balzato fuori dal pubblico…

-Rideva come un matto!

-Sicuramente, verremo qui anche l’estate prossima!

Le guance di Floyd si colorano di un rosso di gioia e soddisfazione, e per la contentezza allunga l’ultimo dei propri lecca-lecca al bambino, che gradisce molto il piccolo dono – e i genitori ridacchiano, dando un implicito permesso.

-Siete sempre i benvenuti, tutti e tre!

I due uomini lanciano un’ultima occhiata ad Azul, che neanche alza lo sguardo dal bancone. Si allontanano con i propri prodotti e felici, nonostante tutto, e appena oltrepassano la porta di vetro del negozio Jade si rivolge al proprio direttore.

-Azul?

-Oh? Ah, i signori Tamamo-

-Sono già andati via.

Spaesato, il giovane si sistema gli occhiali sul naso e cerca di mascherare un imbarazzo che non sta affatto provando.

I due gemelli si lanciano un’occhiata d’intesa. Anche senza dirselo ad alta voce, sono abbastanza certi di provare la stessa, identica preoccupazione per l’altro.

-Azul, mi sembri stanco. Sei qui da prima dell’alba, che ne dici di andare a controllare le piscine?

-Magari trovi qualche cliente disperso.

Azul sbuffa e sorride, sventolando in aria il lettore elettronico, come se ci fossero codici a barre sulle loro fronti.

-Non dite idiozie. Rimango qui alla cassa. In tre si lavora meglio, no?

I gemelli si lanciano ancora un’occhiata d’intesa. In tante ore, l’unica cosa davvero utile che Azul è riuscito a fare è stato portar loro due bicchierini di caffè dalla sua macchinetta, non altro.

Ma non possono fermarsi a discutere di più: in quel momento, un rumore concitato li avvisa dell’avvicinarsi di un gruppo di clienti, che sbucano davanti alle loro vetrine vestiti già per il traghetto che li porterà poi sulla terra ferma, quello stesso pomeriggio. E in un marasma di bambini tristi e borsoni da tutte le parti, il negozio si riempie in un battibaleno.

 

 

Guarda l’acqua incresparsi sottilmente in piccole onde concentriche, lì dove la farfalla si posa sulla superficie dell’acqua. Poi, tutta la piscina vibra per l’accensione delle pompe di scarico, e pian piano l’acqua comincia a scendere di livello, in un mulinello vorticoso sempre più veloce.

Azul rimane a guardare inerme, nel mezzo del proprio parco acquatico deserto. Pochi metri più in là, oltre una siepe elegante di larghe foglie e aiuole di sassi bianchissimi, gli addetti alle pulizie si muovono a bordo di ogni vasca, agitando pompe dell’acqua e utensili per le pulizie, alcuni secchi e retini. C’è un vociare vago e allegro, animato, di chi si consola di un lavoro noioso che durerà diverse ore – eppure, sebbene quella fase non gli piacesse di per sé, l’assoluto vuoto che Azul sente in quel momento è fin troppo profondo per poter essere giustificato banalmente.

L’odore di cloro diventa pungente, così come la sensazione di solitudine.

Oltre la vasca idromassaggio, segue un passaggio che lo porta in disparte, dove una grande pianta fa ombra a quel che rimane ormai di una vasca vuota, quasi privata. Ci sono gli scivoli alti sullo sfondo, e la cascata spenta che fa da parete alla parte più a ovest.

Si ricorda di un paio di occhi scuri e il cielo in tempesta, ma scuote veloce la testa e torna alla realtà.

Non è più possibile tornare indietro, ormai, e certo crogiolarsi nella frustrazione non cambierà la sconfitta atroce subita, sul piano personale e sul piano lavorativo. Ma dopo la pausa autunnale, tutto sarà tornato come prima – o meglio, com’era in origine e come mai sarà possibile cambiare.

Gira su se stesso quasi, e si incammina verso il proprio ufficio con alcuni documenti sottobraccio. Ha ancora diversi moduli da compilare, il bilancio finale di quel ciclo e tutti gli scontrini da registrare, spese e guadagni da monitorare. È quella la sua occupazione, dopotutto.

Due voci però lo rubano ai propri pensieri, proprio quando ha il piede sul primo gradino della rampa di metallo.

-Ti va di bere qualcosa assieme?

-So che le cucine devono smaltire un sacco di frullati lasciati invenduti ieri, dal buffet.

Si volta verso i gemelli, nella penombra del sottoscala, con espressione parecchio stizzita.

-Mi state davvero offrendo roba di seconda mano? Sul serio?

I due neanche si guardano, gli sorridono senza la minima ombra di dubbio.

-Beh, è gratis.

-E fa bene alla linea.

-E lo berresti in compagnia, soprattutto.

Azul apre la bocca per dire qualcosa di davvero irritato e irritante, ma ne esce solo un verso strozzato.

Quei due, sono ancora lì con lui. Non lo hanno lasciato in nessun momento, per quanto pieni di commenti anche piuttosto insolenti.

Dopotutto, così pensa, la normalità può essere gradevole.

Nasconde il proprio sorriso voltandosi in avanti e cominciando a salire la scala, capo chino in avanti.

-Metto sulla scrivania questi.

Sente dietro di sé qualcuno, Floyd, che saltella e grida.

-Ti aspettiamo qui!

È sicuro che l’avrebbero aspettato, e ci sarebbero stati per lui – sempre.

 

 

Idia apre gli occhi, il volto immerso per metà nel cuscino soffice.

Basta che sbatta un paio di volte in più le palpebre, e l’intreccio meccanico di tecnologia dell’intera stanza comincia ad accendersi, con luci soffuse e pochi rumori. Il giovane si stiracchia con lentezza, bofonchiando qualcosa di contrariato.

L’impressione di un brutto sogno gli è rimasta nelle palpebre e non lo sta ancora lasciando.

Ma volta il capo di lato, verso la scrivania dove si alza uno dei suoi computer e i tre schermi piatti impilati gli uni sugli altri, sparsi i resti di una divisa scura da meccanico. La luce bluastra dello schermo sempre acceso illumina il profilo del suo premio, un piccolo cilindro di vetro dalle scritte d’oro: Miglior Impianto Tecnico della stagione, Idia Shroud. Come l’anno prima, e l’anno prima ancora.

Almeno, con quel poco di premio di consolazione che ha ricevuto, potrà comprarsi una nuova console e questo gli piace molto di più che un piccolo cilindro di vetro posto su un piedistallo verde smeraldo.

Si allunga, braccia e gambe, sbadigliando contro il cuscino.

La porta della sua stanza si apre di slancio ed entra l’unica persona che può fare una cosa del genere senza per questo subire conseguenze.

-Fratellone, devi svegliarti!

Un’occhiata alla sveglia e uno sbuffo.

-Ortho, è decisamente troppo presto perché io lasci il mio letto. E poi, sai che il nostro ufficio non è mai aperto di sabato mattina, il telefono non ha squillato affatto-

-Fratellone, non è quello il problema! Ho trovato Ashengrotto-san!

-Uhm, immagino sia al reparto Octavinelle a salutare gli ultimi ospiti rimasti. Il suo shop è aperto anche stamattina.

-Sì, sta vendendo i prodotti di cosmesi che ha pubblicizzato con i suoi coupon. Sembra sia andata discretamente bene, ho visto un gruppo di signore in fila- Ma non è questo il punto! Il punto è che ho trovato Ashengrotto-san!

-Penso di averlo capito, Ortho…

-Fratellone!

Idia sbuffa ancora, tenta di girarsi nel letto e ignorare la presenza del fratello minore – ma basta qualche minuto di silenzio, la pesantezza dello sguardo di lui, nonché l’implicito e severo giudizio dentro di quello, che Idia scalcia un poco le proprie coperte e si denuda la parte superiore delle spalle.

-Cosa vuoi che faccia? Che vada a chiedergli cos’è successo l’altra sera? Sai com’è fatto Azul. Si inventerebbe una scusa qualsiasi.

-Non credo sia proprio un bel momento per lui. Ha bisogno di te!

-Di me? Azul non ha bisogno di nessuno.

Azul Ashengrotto non ha davvero mai bisogno di nessuno, così come Idia non ha la reale capacità di aiutare qualcuno. Meglio lasciarsi galleggiare in una costante sensazione di mediocrità.

Questa è la normalità, al Raven Village.

Ortho fa qualche passo dentro la stanza e la sua voce è ancora più squillante e decisa di prima.

-Fratellone! Dici sempre di essere in debito con lui.

-Sì, ma solo perché mi nasconde dalla gente-

-E ti dà tutto il cibo che vuoi, quando vuoi! Non credi che questo significa che ci tiene a te?

Idia sente un singhiozzo, in quella piccola pausa, proprio prima che la voce di Ortho si abbassi di qualche ottava e diventi quasi patetica.

-Tu non ci tieni a lui?

Si alza a sedere all’improvviso, piuttosto scocciato. Per un istante, il suo letto è un ammasso scomposto di lenzuola e cuscini che volano, capelli scuri da tutte le parti.

Idia guarda il proprio fratello minore come se volesse accusarlo implicitamente di qualcosa, trasportando la propria preoccupazione su cose inutili e passeggere, in un patetico tentativo di mascherare l’apprensione che prova.

-Perché mi fai queste domande di primo mattino? Io di solito a quest’ora dormo, la mia mente non riesce a pensare bene.

-È tuo amico…

-Cosa dovrei fare, per te? Non è così semplice. Azul non ammetterebbe mai e poi mai né di aver sbagliato, né di aver sbagliato per colpa del suo stupido orgoglio! È così- testardo! Lo conosco bene e mai mai mai ha detto di volere bene a qualcuno! Negherebbe fino alla morte! Lui è-

Si blocca, la gola chiusa a ogni parola superflua.

Una delle braccia conserte solleva la mano alla testa, dove le dita grattano la cute sotto i capelli. Ortho si avvicina a lui e, lento, si siede su un angolo del materasso, in attesa di altre parole da parte di Idia.

Il letto scricchiola appena, sotto il peso dei due fratelli. La luce dello schermo principale si alza, illuminando i loro visi con più precisione, di un innaturale color blu che rende le loro carnagioni già pallide ancora più spettrali.

Idia, alla fine, sospira.

-È in realtà molto più sensibile di quanto sembri, e ora starà crogiolando in un senso di colpa assurdo, tipo un peso sullo stomaco… è capace di non mangiare per giorni, quell’idiota.

-Un po’ come te.

Ortho gli sorride, incoraggiante. Anche senza averlo sentito, sa che suo fratello a quel punto farà quanto in suo potere per aiutare l’amico.

Idia, intanto, borbotta qualcosa.

-Viper-san… è orgoglioso molto anche lui.

Scuote la testa, cercando fare ordine ai propri pensieri.

-C’è bisogno di qualcuno che dia loro una piccola spinta. Piccola piccola, non di più, altrimenti potrebbero uccidermi.

E con quello, potrebbe saldare il suo debito.

La mano tra i suoi capelli si ferma, il suo sguardo si fa vacuo fisso nel vuoto.

Ortho si china verso di lui, facendo scricchiolare di nuovo il letto.

-Hai già qualche idea?

Un sorriso sbilenco, per nulla aggraziato e contento, è la risposta che Idia gli dà.

 

 

*****************

 

 

Non c’è più neanche il rumore dell’acqua, ormai. Sul reparto di Octavinelle, il silenzio è interrotto solo dal volo degli insetti, e dai fischi bassi delle brezze che risalgono dall’oceano.

Azul ha finito anche il terzo giro degli scivoli, non ha davvero più alcuna scusa per trattenersi lì oltre – e comincia a non vederci bene, con il calare della sera: prendere una torcia e scivolare sulle mattonelle lisce dei corridoi di pietra, tra una vasca e l’altra, non gli piace molto. Lo convince ancora di più quello che è l’inconfondibile dolore di un morso fresco fresco di zanzara.

Il prossimo, sarà l’ultimo ciclo della stagione estiva, e poi il Night Raver Village chiuderà per tutto l’autunno, riaprendo invece a Novembre.

Azul odia quei giorni di pausa, dove è obbligato a non fare nulla. Concluse tutte le pratiche, pulite tutte le piscine, amministrato ogni singolo soldo sul loro conto, non può far altro che aspettare in un angolo, nella speranza di vedere presto altri ospiti.

Sospira e si avvicina al cancello di recinzione, oltre la vasca per pulire i piedi.

Si volta verso la struttura sopraelevata che ospita il suo ufficio, e tutte le stanze del centro benessere. Tutte le luci sono spente, tranne il lampione sopra la segnaletica d’emergenza, che lampeggia di verde.

-Signor Ashengrotto!

Sobbalza all’improvviso, voltandosi di scatto, e la rapidità del suo gesto fa spaventare il ragazzo con i capelli neri e le guance appena rosate.

-Ah, LeBlanche-san! Voi-

Sbatte le palpebre all’unisono con lui, raccapezzandosi a malapena.

-Come mai siete al Raven Village a quest’ora?

Neige ritrova il sorriso e le sue spalle si rilassano un poco – profuma di qualcosa di buono, odori fruttati e di fiori mescolati assieme. È quasi una presenza angelica, davanti a lui.

-Il Royal Village concede sempre qualche giorno di vacanza, prima dell’inizio di ogni ciclo. Ai vincitori della competizione in particolare.

-Riposo più che meritato, ma continuo a non capire come mai vi trovate proprio qui.

-Oh! Mi è stato promesso un appuntamento, ma a quanto pare sono troppo in anticipo!

Volta lo sguardo in ogni direzione, per assicurarsi ancora una volta che nessuno sia in avvicinamento.

Azul pensa rapidamente a quanto banale quella scusa possa essere, in realtà. O forse no, forse c’è davvero una persona tanto strana da dare appuntamento a qualcuno all’inizio della notte, ma dovrebbe allora domandarsi come mai proprio Neige, e come mai proprio quel giorno.

Neige lo ridesta dai propri pensieri e dalle proprie perplessità, con una voce soffice e appena accennata.

-Ha tempo per quattro passi, signor Ashengrotto? Dovrei incontrare questa persona presso gli alloggi dei dipendenti, ma non ho idea di dove essi siano.

Rimane interdetto dalla facilità con cui gli ha chiesto un favore. Semplice, lineare, senza sbavature, e nel suo animo non compare neppure l’opzione di un rifiuto. Con una certa fatica, annuisce, e gli lascia spazio al proprio fianco.

Camminano vicini sull’erba morbida e curatissima, tagliata di fresco. Il vento leggero fa danzare le fronde degli alberi, sono nascosti uccellini nei loro nidi a cinguettare con pigrizia. Falene e lucciole danzano nell’aria, e in alto riecheggia il verso dei gabbiani in volo.

Neige prende un profondo respiro.

-Sì, decisamente la vostra isola è davvero bellissima.

-I nostri clienti apprezzano particolarmente la spiaggia, come apprezzano tutti i nostri servizi.

-Si sentono davvero pochi clienti del Raven Village insoddisfatti, lo dicono le statistiche e le recensioni sui social.

Il sentiero si fa di cemento basso, più si allontanano.

Un’alta fila di palme segue il loro cammino, anche quando il sorriso di Neige si incrina un poco.

-Eppure, pare che ultimamente ci siano stati… problemi.

Azul vorrebbe poter negare, vorrebbe avere la forza di dare una perfetta impressione. Come sempre l’immagine che il Raver Village riesce a dare ai propri visitatori, è ciò che porta guadagno a tutti loro.

Ma Neige non è un villeggiante né un cliente, neppure uno dei suoi colleghi. Possiede una posizione del tutto speciale, che lo rende intimo e allo stesso tempo abbastanza distaccato da non essere protetto da particolare affezione.

Per questo motivo, Azul lascia un sospiro sconsolato.

-È così evidente?

-Chiamare i nostri addetti per allestire lo spettacolo… non suona molto rassicurante, no?

Non riesce a fermare una sua piccola risatina, così come non riesce a fermare neanche le sue parole più dolci.

-Ma d’altra parte, se non ci si aiuta tra di noi, non avrebbe neanche senso far parte dello stesso gruppo.

Si sente un poco a disagio.

Alzando lo sguardo a terra – e sorprendendosi nel doverlo fare, poiché non memore del momento in cui lo ha abbassato – scorge da lontano i tetti degli alloggi dei dipendenti.

C’è ormai poco tempo.

-Signor LeBlanche, di cosa vuole parlare esattamente?

Si fermano entrambi, in mezzo al sentiero.

Quando lo guarda, lui sta ancora sorridendo, guardandolo con occhi pieni di curiosità.

-Come mai non è salito su quel palco, l’altra sera? Mi sarei aspettato di vederla, lo desideravo davvero.

Il suo improvviso silenzio lo spinge all’insistenza, per quanto sia delicata.

-Ho visto un video sulla vostra pagina Instagram. Lei sembra ballare con così tanta felicità, signor Ashengrotto. Cos’è successo, in questi pochi giorni? Quella felicità è andata perduta?

Azul ringrazia il buio copra la sua smorfia, anche solo parzialmente. In quei giorni, gli è più difficile fingere felicità e compostezza, e Neige ha centrato il punto della questione con una precisione quasi sadica.

-Faccende personali, signor LeBlanche. Non vorrei annoiarla troppo. Lei è venuto qui per una sciocchezza, mi creda.

Il giovane apre la bocca, senza però dire nulla: forse, ci ha ripensato.

Sul punto di proseguire e di mettere già un piede in avanti, Azul viene trattenuto da lui: preso il suo polso, Neige intreccia le dita con le sue.

-Se è così, allora mi permetta di fare una cosa. Signor Ashengrotto, le andrebbe di ballare con me?

-Ballare? Qui?

-Sì. Il mio cellulare può fare da stereo.

Innocente, non c’è l’ombra di malizia a piegare la voce del giovane, altrimenti Azul se ne sarebbe ormai accorto.

È così diverso da Jamil, in ogni cosa che fa. E forse, proprio questo convince Azul, che imbastisce un piccolo gioco tra di loro, per alleggerire quell’atmosfera appena tesa.

-Sa, signor LeBlanche. Io non sono affatto bravo a ballare.

-Non ci credo. Me lo dimostri.

-Non si lamenti poi se le pesterò i piedi.

-Promesso! Nessuna lamentela.

Neige ridacchia, a proprio agio. Lo conduce in un sentiero secondario, che porta a una grande struttura in legno e pietra, dove i dipendenti si riuniscono le sere dei sabati a fare un poco di baldoria tra di loro, tra canti balli e cibo trafugato dalle cucine.

Salgono la scala di qualche gradino, arrivando quindi a una grande terrazza rialzata dal terreno: tra gli alberi, si può vedere il profilo basso dell’oceano, e anche il cielo ammantato di nuvoloni scuri. Il primo tuono dell’ennesimo temporale neanche li spaventa, sotto quella tettoia spessa.

Quando Neige imposta la musica, però, Azul deve fare una piccola ammissione.

-Ah, io so… ballare solo il mambo.

Il sorriso di lui è larghissimo.

-Certamente.

 

Chapter Text

 

 

Now I've had the time of my life
No, I never felt this way before
Yes, I swear, it's the truth
And I owe it all to you

 

I've had the time of my life
No, I never felt this way before
Yes, I swear, it's the truth
And I owe it all to you

 

 

 

 

Un, due tre quattro.

Certo che se lo ricorda, ma sembra quasi che il corpo di lui non lo accetti – Azul è rigido, e non riesce a sciogliere i muscoli delle braccia, nonostante Neige sorrida in modo così splendido.

Lui se ne accorge e rallenta il ritmo.

-Per me ballare è sempre stato un momento di liberazione-

Afferra la mano e lo spinge appena, Azul si allarga e apre il passo senza grazia, tornando quindi tra le sue braccia subito dopo, con la fretta di riprendere il ritmo. Neige parla ancora davanti al suo naso freddo, gentile e posato.

-Recitare permette di allontanarsi da se stessi per qualche attimo e vestire i panni degli altri. È magnifico! Il mio cuore vibra ogni volta che devo immedesimarmi nell’eroe di una tragedia!

Stringe le sue dita e le braccia si tendono ai lati, le spalle si avvicinano e così i loro busti. Azul si chiede sinceramente come faccia a parlare tanto in un momento del genere, perché ha la certezza che se solo ci provasse dalla sua bocca uscirebbero soltanto gemiti e ansimi, per nulla eleganti.

Neige, però, non demorde

-Ma ballare, oh! Ballare è tutta un’altra cosa! Ballare significa condividere qualcosa con il proprio corpo! Significa entrare in sintonia, e creare qualcosa da questa sintonia! Sentirsi, esprimersi!

Gli occhi grandi luccicano, di nuovo vicini ai suoi, e sebbene la mente di Azul tenti di districarsi tra tutti quei passi così veloci, per un attimo viene colto di sorpresa.

-Non lo pensa anche lei, signor Ashengrotto?

Sente un filo di sudore bagnato colargli sulla tempia, e allo stesso tempo il freddo dell’umidità attanagliargli le spalle. Stringe le dita attorno alle sue, cercando di risultare credibile anche con gli occhiali messi di traverso sul naso.

-Signor LeBlanche, io mi trovo molto più a mio agio in acqua.

-Oh, davvero?

-Ho fatto il bagnino per molto tempo.

-Non si direbbe! Quindi lei è più forte e resistente di quello che sembra!

Il suo sorriso lo disturba un poco – ci vuole vedere malizia, anche se la sua ragione gli suggerisce che sia impossibile, Neige LeBlanche è una creatura immacolata.

Il moto di stizza che sente nasce, forse, da un’insicurezza taciuta così a lungo.

-Io non ho problemi con il mio corpo.

-Non mi permetterei mai di insinuare nulla del genere, signor Ashengrotto.

-Io ho solo-

Si blocca, e ferma un passo a metà.

Anche cercando di non abbassare lo sguardo, i suoi occhi vagano lontano dalla figura di lui. C’è sempre il mare, in lontananza, che si increspa in ogni basse e libera fiato profumato di salsedine.

Neige non lo lascia e raccoglie, invece, quel che resta di lui.

-Non deve essere perfetto, qui. Deve solo divertirsi, come ha fatto quel giorno.

Un altro brivido.

-È difficile. Non sono abituato a lei.

-Se è questo il problema, allora andrò più lento-

-No, non è questo il problema! È che lei non è-

Neige non è Jamil: questo si impedisce di dire, all’ultimo secondo.

Eppure, il fatto che lo abbia anche solo pensato con così tanta precisione è fonte di meraviglia e di sconcerto. Quanto è stato stupido a sottovalutare quel particolare, quanto è stato folle pensare che, tutto quello che è successo con Jamil, non avesse davvero tutta quella importanza.

Non conoscere neppure i propri sentimenti è qualcosa di idiota, persino per uno come lui. Al di là del possibile guadagno, al di là di ogni macchinazione che ha avuto in mente e lo ha spinto a fare tanto, Jamil è sempre stato la chiave di svolta.

E lui l’ha gettata via, più volte.

Diceva di amarlo, ma erano parole vuote e prive di significato, che non hanno guidato a fatti veri – come menzogne, quindi, atte solo a mistificare una volontà troppo sottile.

Arrossisce di fronte al sorriso paziente di lui, che pare aver compreso tutto molto prima.

-Mi dispiace, mi sto lasciando troppo andare.

-È quello lo scopo del ballo. Far cadere i muri e stringere le distanze. Non se n’è mai reso conto?

Strabuzza gli occhi, ormai indifeso.

Neige è un inguaribile romantico, con troppo amore per il mondo nel cuore e troppa semplicità nella mente. Non tutte le azioni devono avere per forza significati profondi e assoluti, possono essere anche semplici esercizi e passatempi – ma anche quella bugia decade quando Azul si rende conto che Neige ha parlato di una verità che lo tocca da vicino, fin troppo.

Dal silenzio di uno stacco particolarmente lungo, la musica riparte. Neige volta il viso verso il cellulare, e poi lo guarda ancora, con un piccolo cenno del capo.

Azul gli stringe il fianco con il braccio: ancora una canzone, e poi sarebbe corso da Jamil.

 

 

Un brivido gli scuote le spalle con violenza, mentre le prime gocce d’acqua gelida cadono dal cielo e gli bagnano la spalla nuda. Jamil borbotta e accelera il passo, stringendosi nell’abbraccio delle proprie stesse spalle. Lo stereo messo sotto l’ascella preme i suoi spigoli duri contro la cassa toracica, aumentando il disagio che prova.

Anche quella sera ha esagerato: le sue ginocchia tremano a ogni metro in avanti, gravate dal peso del suo corpo sudato. La coda che teneva i capelli si è quasi del tutto sciolta, ma il giovane non ha davvero molta voglia di sistemarsi altrimenti, crogiolandosi nell’idea che, ben presto, raggiungerà la propria doccia.

Vede non troppo lontano il profilo degli alloggi dei dipendenti, in quella penombra che si staglia ormai ovunque, sull’isola. Vede anche, di contro, la luce che proviene dalla veranda in disparte, assieme alle due ombre in movimento che sembrano volteggiare – avanti e indietro.

Si ferma all’improvviso, quando la prima nota gli giunge all’orecchio superando il fischio del vento arrabbiato. Riconosce quel tipo di ritmo, benché la canzone gli sia del tutto sconosciuta, e poi si lecca le labbra.

-Non è possibile-

Sparita la fatica, sparito ogni fastidio. Jamil si affretta nell’erba, seguendo un pensiero immaginario che taglia tutti gli angoli della via artificiale, Sempre di più, musica e forme diventano precise alla sua sensibilità, e il cuore ha uno strano sussulto.

Non dovrebbe essere così ansioso di vedere Azul ballare – di confermare che sia lui davvero a farlo, e non un’illusione della sua mente spossata e affranta.

Non dovrebbe, perché si è ripromesso di tagliare definitivamente con lui, e non nutrire alcuna speranza nei suoi confronti. Come la volta prima, e quella prima ancora, e quella ancora prima.

Forse, forse davvero Jamil ha un debole per lui, nonostante tenti ogni volta di tracciare una linea marcata: la verità che lui sa in fondo al cuore è che, se solo Azul glielo chiedesse gentilmente, non avrebbe alcun problema a perdonarlo. Questo perché è egoista, e sa cosa veramente desideri.

Si ferma sul prato, sotto la pioggia sempre più insistente. Lo stereo cade nell’erba bagnata e nel fango, dimenticato.

Azul sorride, tra le braccia di Neige LeBlanche, divertito come lo ha visto solo poche altre volte. Quanto sia bello in quel momento, è difficile dirlo, in particolar modo mentre la sua mente fa di tutto per giustificare quella insita debolezza.

È stanco, ha ballato molto oltre quello che sarebbe stato il normale orario di lavoro.

È esaurito, dopo quello che è successo qualche giorno prima alla grande festa.

Ma è Azul, e sta sorridendo a qualcuno. Fragile ed esposto, quasi intimo.

Una stilla di gelosia e stizza irrigidiscono i suoi muscoli, Jamil si ritrova a odiare Neige con una passione cocente, e così anche Azul: quello doveva essere soltanto loro, in fin dei conti, o quantomeno doveva essere suo. Azul deve essere suo.

Fa un passo, ma ormai nessuno sta ballando più.

Si accorge degli occhi di lui, azzurrissimi, che lo fissano sorpresi.

 

 

I muscoli di tutto il corpo si irrigidiscono all’improvviso – e le sue mani lasciando andare le dita di Neige all’istante. Il busto proteso all’indietro, Azul boccheggia senza esprimere neanche una parola e senza neanche accorgersi che i suoi occhiali scivolano in avanti, verso la punta del naso, per colpa di una leggera patina di sudore che riveste la sua pelle.

Anche Jamil rimane in silenzio a ricambiare il suo sguardo, con la pioggia che scroscia e i tuoni lontani nel cielo, ma poi si volta e si incammina verso gli alloggi.

Lo stomaco di Azul ha una morsa dolorosissima.

-Jamil-san!

Risponde, forse non risponde: Azul non riesce a sentire proprio nulla con tutto quel rumore di vento e pioggia, e la paura di non raggiungerlo in tempo accelera il suo passo.

-Jamil-san, aspetta!

Lo ha quasi raggiunto ormai, poche mattonelle lo separano ormai da lui.

E Jamil continua a guardare in avanti, chino con spalle e schiena, premunendosi di ignorarlo in tutti i modi possibili.

Si sistema gli occhiali sul naso, ma la pioggia batte contro le lenti e gli impedisce di vedere bene. Jamil potrebbe davvero confondersi con la notte da un momento all’altro.

Così, grida più forte che può.

-Ho sbagliato!

Annaspa, mentre la pioggia gli entra in bocca e i polmoni fanno fatica a respirare. Si ferma sul sentiero di pietra, ai cui lati si accendono improvvisamente piccole luci direzionali, lampioni incastrati nel terreno che illuminano la via anche nella notte.

Lui è appena più avanti, fermo sotto la pioggia. Si vede il suo profilo magro, e quel braccio rigido che corre lungo il suo fianco snello. Il viso, coperto dai capelli lunghi e neri, è rivolto solo per metà all’indietro, a malapena si può scorgere la linea del suo zigomo.

Lo sta ascoltando, ancora una volta.

Azul si lecca le labbra già bagnate, nervoso.

-Ho sbagliato e- e mi dispiace, Jamil-san. Ho detto delle cose che non avrei dovuto dire e-

Sobbalza quando l’altro uomo si volta di scatto, con un’espressione in volto tutt’altro che amichevole. Jamil copre la distanza tra di loro con qualche passo veloce e gli pianta gli occhi addosso.

-Cos’hai detto di sbagliato, Azul?

Lo sta mettendo alla prova, per capire se la sua è una frase di circostanza oppure una vera e propria presa di consapevolezza. Azul non abbassa lo sguardo e lo affronta.

-Ho parlato a sproposito dei soldi del premio.

-E poi?

-E poi, che tutto quello che abbiamo fatto è-

Ingoia acqua e saliva, senza vedere nulla. Copre il tremore delle sue dita con un gesto secco: si toglie gli occhiali ormai inutili e lo guarda solo con i propri occhi.

-Che tutto quello che ho fatto era solo per la vittoria.

Freddo al petto. La poggia ancora batte sulla schiena e sulle spalle di entrambi, incessante.

L’espressione di Jamil non si rasserena, Azul capisce che non è abbastanza. Forse, forse ha davvero superato il confine di molto, senza rendersene conto davvero.

Ci riprova – una goccia particolarmente grossa gli cade proprio sulla palpebra, mentre sbatte gli occhi, e sembra quasi una lacrima che gli scende sullo zigomo.

-Jamil-san, non mentirò dicendo che non volevo quei soldi. Sarebbe falso, lo sai anche tu. Però… però, quello che ho detto e quello che ho fatto… era come se ti avessi usato…

In quel momento abbassa lo sguardo, perché il suo cuore batte troppo velocemente e sente quasi le forze mancare. Odia tutto quello, odia essere così fragile, odia avere i vestiti bagnati addosso, e odia dover parlare di certe cose proprio a lui – la persona più importante di tutte.

C’è una quiete apparente, che calma il vento e la pioggia. A quel punto, Azul sente il soffio del mare che arriva dalla spiaggia, sapore di salsedine e di sabbia e di sassi, alghe secche. Continua a parlare.

-Rinnegare tutto quello che c’è stato, è stato sbagliato. Perché io, Jamil-san, mi sono divertito a ballare con te. No, non mi sono solo divertito, è stato qualcosa in più. È stato davvero qualcosa di bello, quello che abbiamo fatto, ed è stato… emozionante…

Solleva le sopracciglia, mutando un’espressione di arrendevolezza terribile.

-Come ci siamo toccati in quei momenti, come ci siamo sostenuti e stretti… Jamil-san, è stato quasi meglio che nuotare-

A quel punto però le labbra tremano troppo e non riesce a continuare.

A sorpresa, Jamil porta le proprie mani al suo viso e lo indirizza in alto, perché lo guardi negli occhi. Ha gli occhi caldi, attenti a lui.

-Dimmi cosa provi per me, Azul.

Sorride a stento, perché la mano di lui è così calda e morbida, e gli dona la giusta sicurezza.

-Credo di amarti, Jamil-san…

L’altro sospira, con gli occhi chiusi. Una, due, tre volte. Riapre gli occhi e lo provoca, senza nascondere un sorrisetto pieno di malizia.

-Credi soltanto? Non sei proprio proprio pazzo di me?

-Forse sono proprio proprio pazzo di te…

-Forse?

-Sì sì ok, lo sono. Non torturarmi.

Jamil ridacchia, prima di chinarsi in avanti e dargli un bacio leggero sulla bocca.

Azul lo abbraccia però di slancio, avvolgendo il suo collo con le braccia per non lasciarlo più – dondolano nella pioggia, con i vestiti fradici che si ingarbugliano assieme.

Respira contro il suo collo e sente di nuovo il suo profumo, ma non gli basta. Gli bacia la pelle, più volte, e sente l’abbraccio di lui stringersi attorno al busto.

Le mani di Jamil risalgono ancora al suo capo e si infilano tra i capelli chiari, pettinandolo malamente. A un altro bacio, il suo corpo si fa di nuovo tremante.

-Scusa…

Una parola così piccola e leggera, una parola con un peso così terribile. Azul deve nascondersi contro di lui per sostenerla, e Jamil lo stringe ancora, nascondendolo a tutto il mondo.

-Scusa, Jamil-san-

Lo bacia sulla tempia, in un gesto di tenerezza profonda.

Il bacio che unisce di nuovo le loro labbra è lento e tranquillo, sa di pioggia e di vento, e di un sapore lavato. Non per questo si separano presto, e ogni tremore di freddo è la scusa perfetta per stringersi un poco di più.

Respirano la stessa aria, provano gli stessi sentimenti: occhi così vicini che neanche il buio può nascondere.

Azul sente il sorriso di lui proprio sopra il viso.

-Hai lasciato LeBlanche da solo sulla veranda…

-Doveva vedersi con qualcuno, contatterà lui. Anche se, con questa pioggia, è difficile che qualcuno esca dagli alloggi…

-Sono sicuro che LeBlanche saprebbe convincere anche i sassi a fare qualcosa per lui. D’altronde, ha fatto ballare te.

Azul lo guarda negli occhi, con un sopracciglio alzato.

-Sei geloso, Jamil-san?

-Io? Ah, forse forse, forse no-

-Jamil-san, non imitarmi ora…

Alza lo sguardo al cielo, in una posa di finta impazienza, e Azul allora ridacchia.

-Mi devo far perdonare, se sono riuscito persino a ingelosirti-

-Io non sono geloso, Azul.

-Sì sì, certo-

Jamil lo morde sullo zigomo, senza però stringere davvero i denti attorno alla sua carne.

Anche se sono fradici, i suoi capelli lunghi sono ancora così belli – morbidi al tatto, quasi profumati, scivolano tra le sue dita quando Azul li accarezza.

-Che ne dici di ballare, Jamil-san?

-Io e te?

-Tu e io.

-E dove? Qui sotto la pioggia? In veranda, davanti a LeBlanche?

Quasi gli risponde, ma poi cambia idea.

E Jamil vede la sua proposta nello sguardo luccicante – gli sorride, tanto basta.

 

 

I suoi capelli zuppi sulle punte vengono spinti in avanti da un’altra raffica di vento, così che la pioggia ormai obliqua cominci a bagnare la parte più bassa della sua schiena, assieme alle gambe e alle scarpe – e benché il suo ombrello volante sia di ultima generazione, volteggiante sopra la sua testa senza bisogno di comando, Idia è già abbastanza stufo.

-F-forse dovremmo rientrare, la tempesta sta aumentando-

Scoppia un tuono nel cielo nerissimo, che lo fa sobbalzare all’istante. Un piccolo verso di paura lascia le sue labbra blu e il suo corpo già infreddolito si pietrifica.

Davanti a lui solo per pochi metri, Neige LeBlanche si volta nella sua direzione, puntandogli addosso la torcia che gli ha rubato dalle mani non più di pochi minuti prima.

-Mi dispiace disturbarla così tanto, signor Shroud! Ma non riuscirei davvero a stare tranquillo sapendo che quei due sono ancora sotto la pioggia!

-Si saranno nascosti da qualche parte, al riparo…

Sotto la pioggia e privo di qualsivoglia ombrello, anche Malleus pare intenzionato a non ascoltarlo. Ha trovato per primo Neige abbandonato nella veranda, e al suo nome lo ha chiamato subito.

Malleus, intanto, lo guarda quasi contrariato.

-Shroud, non possiamo lasciare dei dispersi sotto questa bufera.

-E poi, gli amici non si lasciano mai nei momenti difficili!

Idia borbotta qualcosa, anche se il volume della sua voce non è abbastanza alto da andare oltre lo scroscio violento della pioggia.

-Penso di aver aiutato già abbastanza…

Nessuno dei due lo ascolta, anzi confabulano tra di loro e partono spediti tagliando il prato.

-Forza, andiamo da quella parte!

Certo non si aspettava di vedere proprio LeBlanche con le scarpe inzozzate di fango e terriccio e fili d’erba. Così come non si aspettava l’ennesimo tradimento da parte del fidanzato tanto amato.

Dopo qualche secondo di dubbio, Idia li raggiunge quasi correndo – gli alloggi e il loro caldo, confortevole, asciutto rifugio si allontanano sempre più, alle sue spalle.

-Perché dovrebbero essersi allontanati tanto?

-Non so, ma mi pare un luogo adatto a ballare!

-E perché mai-?

Scuote la testa, l’ombrello elettronico sopra i suoi capelli balla un poco al vento.

-No, ok, rinuncio a capire.

Ma anche quelle parole non sembrano destare una grande reazione, da parte degli altri due. Idia quasi si pente di aver chiamato Neige per usarlo come esca, si aspettava di dover condividere il proprio prezioso divano con un estraneo a spiegargli le tecniche base dei rhythmic game, non una caccia al tesoro sotto il diluvio universale.

Cerca di ricordarsi a quando risale l’ultimo salvataggio del gioco che ha dovuto lasciare all’improvviso, e il fatto di non ricordarlo con precisione lo indispone molto. Borbotta ancora.

-Azul dev’essere impazzito completamente. Segnerò questa cosa come un debito di almeno una tonnellata di caramelle…

Nel buio e nella pioggia, non si accorge che Neige e di conseguenza anche Malleus si sono fermati all’improvviso davanti a lui, e quasi va loro addosso. Neige punta la torcia verso il rialzo del prato davanti al parco acquatico, una dolce curva verso l’alto.

-Cosa c’è lì?

-Ci sono i campi da tennis e da basket. Diversi di tavolini di pietra e il giardino degli oleandri, dove di solito coppie dei nostri ospiti si possono rilassare.

Neige sorride prima alla guardia in nero e poi a Idia, quasi avesse svelato un arcano misterioso.

-Visto? Me lo sentivo!

Idia continua a seguirli, gli stivali ormai totalmente luridi. Sente a ogni passo la suola precipitare nel fango e nella melma, le caviglie sempre più pesanti. Arrampicandosi su un sentiero immaginario, si ripromette di non uscire dalle proprie stanze per i prossimi ventitré mesi e mezzo.

Raggiunto di nuovo un sentiero battuto, seguono il percorso illuminato dai lampioni nel terreno, e quindi costeggiano i recinti alti dei campi.

Idia alza lo sguardo e li vede per primo, sotto il tetto sfatto di una pianta rampicante dalle foglie gocciolanti. La luce illumina a sprazzi i loro corpi, che ondeggiano nel buio stretti stretti, a ritmo di una canzone che lui non sente.

Li vedono anche Neige e Malleus, a un certo punto.

-Oh! Sono proprio là!

-Ma cosa stanno facendo?

-Stanno-

-Ballando!

Il vento sale di nuovo dal mare, assieme a un ululato stanco.

Anche a quella distanza, Idia riesce a scorgere le fattezze delle loro espressioni allegre, le bocche aperte piene di silenziose risate. Non ha mai visto Azul così, prima di quel momento, e la cosa gli agita stranamente il petto.

Neige si volta veloce verso di lui, accecandolo con la luce della torcia.

-Presto, presto! Signor Shroud, la telecamera!

-Cos-? Il mio cellulare?

Delle grandi mani frugano già nel suo cappotto azzurro, Idia abbassa lo sguardo e vede Malleus trafficare con il borsello che tiene a tracolla, fino a trovare quello che cerca. L’uomo si sta lasciando trasportare decisamente troppo, ma non ha proprio potere di fermarlo.

-Ecco qui, LeBlanche.

Neige saltella suo posto, senza riuscire a contenere la felicità. Le sue guance sono ancora più rosse, per colpa del freddo e del vento.

Messe le mani sopra l’oggetto, Neige comincia a fare un video – la telecamera zooma la scena, fino a renderla a tutto schermo.

-Questa volta non me lo perderò affatto! Sono bellissimi!

Idia sbircia da sopra la sua spalla, avvicinandosi appena. Neige ha buon occhio per quelle cose, riesce a registrare il tutto senza sbavature o movimenti. Basterà poi aggiungere solo un po’ di musica come sottofondo e aggiungere un paio di filtri: sicuramente verrà un video migliore di quello preso da Ortho.

I due ballerini, intanto, sono inciampati in un abbraccio e muovendosi impacciati stanno ridendo. C’è anche un bacio, e un secondo bacio, a unire le loro labbra. Poi, la musica immaginaria riprende, e loro contano assieme passi e ondeggi.

Il suo fidanzato si volta verso di lui, con un sorriso piccolo ma ben visibile, sulle labbra pallide.

-Un bello spettacolo.

-Potresti avere ragione…

Ha un brivido di freddo, forse anche di qualcos’altro. Si chiede, per malizia, come sia possibile che Jamil e Azul ancora non li abbiano visti, e forse trova la risposta da sé.

Sbuffa, infastidito da qualcosa cui non riesce a trovare nome, un senso di tenerezza tanto strano nel suo cuore da risultare quasi estraneo.

Non ha neanche più voglia di tornare indietro, in quel momento. Si avvicina piano a Malleus e gli si mette di fianco; non fa proprio resistenza quando lui, pur fradicio da capo a piedi, gli cinge la vita con il proprio braccio, stringendolo a sé.

Eppure, sorride.

Anche Azul, sorride davvero.

 

 

 

Chapter Text

Now I've had the time of my life
No, I never felt like this before
Yes I swear, it's the truth
And I owe it all to you

'Cause I've had the time of my life
And I owe it all to you

 

I've been waiting for so long
Now I've finally found someone
To stand by me
We saw the writing on the wall
As we felt this magical fantasy

 

Now with passion in our eyes
There's no way we could disguise it secretly
So we take each other's hand
'Cause we seem to understand
The urgency

 

Just remember
You're the one thing
I can't get enough of
So I'll tell you something
This could be love because

 

I've had the time of my life
No, I never felt this way before
Yes, I swear, it's the truth
And I owe it all to you
Hey, baby

 

With my body and soul
I want you more than you'll ever know
So we'll just let it go
Don't be afraid to lose control, no
Yes, I know what's on your mind
When you say, "Stay with me tonight" (stay with me)

 

Just remember
You're the one thing
I can't get enough of
So I'll tell you something
This could be love because

 

I've had the time of my life
No, I never felt this way before
Yes, I swear, it's the truth
And I owe it all to you

 

 

 

 

Abbassa lo sguardo e alza quindi le mani al colletto, dove sistema il farfallino color lilla appena prima che il Direttore Crowley Dire si schiarisca e prenda la parola, al lato estremo di quel tavolo rettangolare.

-È un’immensa gioia vedervi tutti qui riuniti per questo meeting, miei cari!

Azul sa riconoscere una voce sincera, e la voce del Direttore è sincera come poche altre volte – è per questo motivo che il brusio del chiacchiericcio si limita ad abbassarsi, attorno a lui, senza spegnersi davvero. Lui punta il proprio sguardo e il proprio sorriso verso l’uomo, che arriccia le labbra in un’espressione soddisfatta e continua.

-Allora, l’ordine del giorno è il seguente. Il futuro del Night Raven Village e dei suoi meravigliosi abitanti, nonché dipendenti!

Alcuni brusii, alcune risa. Ruggie Bucchi striscia sul pavimento la gamba di ferro della propria piccola sedia, ancora assonnato per la levataccia fatta: arrivare in orario alle riunioni del Direttore è un imperativo per tutti, d’altronde, anche per chi ha passato le ultime notti di libertà a fare baldoria.

Ma Azul, come tutti gli altri presenti, sa che quello è soltanto l’inizio di un inevitabile monologo. Infatti, il Direttore si schiarisce la gola e continua il proprio piccolo discorso.

-Come sapete tutti, il Rave Village chiuderà per i mesi di Settembre e Ottobre, riaprendo poi con la stagione invernale quando i turisti arriveranno a frotte dalle terre più fredde per godersi l’eterno caldo tropicale delle nostre isole amatissime. Questi due mesi saranno impiegati per le manutenzioni più importanti, che riguardano le piste da ballo e il settore della ristorazione. Quindi sì, signor Rosehearts, avrà il suo quinto frigo per le torte.

Riddle, stretto in una posa fin troppo precisa, dondola le proprie spalle un poco, in un gesto di gioia e soddisfazione assieme. Finalmente Trey avrebbe potuto fare i dolci a tre strati che lui tanto anelava di poter assaggiare.

Il Direttore continua, spargendo fogli scribacchiati sulla superficie del tavolo.

-Il signor Yuu ha fatto esplicita richiesta che si assumessero anche più vigilanti notturni, nonché dei nuovi tecnici per gli impianti di sicurezza. Reparto Ignihyde, Reparto Diasomnia, dovremo concordare poi la questione dei colloqui assieme, per riunirci al momento opportuno.

Manca poco che Idia non caschi dalla sedia, a quel punto, visibilmente a disagio all’idea di avere ulteriore contatto umano, mentre il quartetto delle guardie vestite di nero ridacchia preso da una sottile allegria.

Azul guarda dritto in faccia il Direttore, che fino a quel momento ha evitato di incrociare il suo sguardo – il tremore del labbro lo tradisce, accennando quello che diviene ben presto un sorriso.

-Veniamo però alla parte più importante. Reparto Octavinelle!

Azul si rizza sulla propria sedia, così come Floyd e Jade ai suoi fianchi. Dire non commenta questa incredibile solerzia, afferrando piuttosto uno dei molti fogli sparsi da lui stesso.

Un sospiro del suo petto, ma Azul non è scoraggiato neanche dalla prospettiva di una lunga storia, a quel punto.

-Sono stati giorni difficili per tutti noi. Quello che è successo alla festa, terribile! La tempesta che spazzava tutto, anche gli stessi ospiti, e il vostro fallimento… sono stati giorni davvero, davvero difficili! Dopo tutto l’impegno che avevamo messo nella buona riuscita dello spettacolo, i nostri terribili avversari avevano comunque ottenuto la vittoria. Eppure! Ci siamo riscattati! Grazie ai social e alla buona, quanto gratuita, pubblicità di LeBlanche! Non so da dove quel video sia uscito, ma è splendido! Davvero splendido!

Azul sente lo sguardo di un certo qualcuno addosso, ma sa che non può ancora staccare gli occhi dal Direttore e ammiccare a Jamil, in segno di vittoria. C’è ancora qualcosa che attende con molta impazienza e che deve arrivare, di lì a breve. È presto per esultare.

Dire prende un profondo respiro, un altro, e quindi gli sorride.

-Grazie a quel video, le prenotazioni per la stagione invernale sono triplicate! Tutti vogliono venire a divertirsi qui, a ballare con noi! Sotto la pioggia, con il bel tempo, in riva al mare o sotto le chiome dei nostri alberi! L’amore ha aperto la via!

L’uomo controlla un dato sul foglio, sorride ancora.

-E per questo, è possibile per noi anche ristrutturare tutto il reparto di Octavinelle! Prendere bagnini nuovi e mettere nuove protezioni per gli scivoli! Oh, e aprire quel piccolo bar che tanto desideravate! Dimmi pure, Ashengrotto, da cosa vogliamo cominciare!

Stringe la propria cartelletta elegante al petto, ricordando perfettamente ogni dettaglio del report che ha compilato quella notte: tutti i dettagli, tutti i guadagni e le possibili spese, la planimetria esatta dei refrigeratori che intende comprare il più in fretta possibile.

Eppure, gli manca quasi il fiato.

-Ecco, io- noi vorremmo-

Sbatte le palpebre e tenta di nuovo, con meno forza.

-Noi…

Una mano si posa sulla sua spalla, fredda e pesante. La voce di Jade, preoccupata, è troppo vicina al suo orecchio: si dev’essere piegato in avanti, verso di lui.

-Azul?

Neanche Azul però sa cosa stia accadendo in quel preciso momento. Stringere la propria cartella e sentirne l’esatta dimensione non lo aiuta, lo fa sembrare solo più fragile.

Si volta verso Jamil, che gli rivolge un’occhiata incerta, poi un mezzo sorriso. Sente un calore al petto che gli ricorda le notti passate, ogni volta che lui lo ha toccato con il dorso della mano destra e gli ha sussurrato che l’avrebbe mangiato di baci, di lì a poco. Jamil con i capelli raccolti di lato e le trecce attorno al viso; Jamil con sonaglietti rumorosi tra le ciocche scure e un laccio color rosso fuoco; Jamil con quegli occhi affilati e l’anima bollente, il naso dalla punta rivolta all’insù; il suo, di Jamil.

Allora, Azul capisce esattamente cosa deve fare. Si schiarisce la voce prima di parlare.

-Signor Direttore, io penso sarebbe più giusto indirizzare quei soldi verso il Reparto Scarabia. Sono loro a tenere i corsi di ballo, dopotutto, e quel video ritraeva noi a ballare. Sicuramente i nuovi clienti saranno più interessati ai corsi di mambo e rumba piuttosto che alle piscine idromassaggio.

Un silenzio di tomba cade sul tavolo e su tutti i presenti.

Floyd quasi cade dalla sedia quando, gesticolando, si appoggia con tutto il proprio peso su di lui.

-Azul, cosa diamine stai dicendo?

Persino Jamil interviene, rosso in volto e stralunato.

-Non dire fesserie, Azul. Sappiamo tutti quanto quei soldi ti sarebbero utili.

Tutti li guardano, passando dall’uno all’altro e viceversa.

I loro occhi dicono davvero troppo, intuendo cose e immaginandone altre. E per quanto l’istinto di Azul insista per fargli dire qualsiasi cosa per quietare l’inquietudine, lui non abbassa affatto lo sguardo.

Si rivolge al Direttore, con un sorriso dolce e affabile de suoi.

-Non lo sto dicendo per finta modestia, o per attirare le simpatie di qualcuno. Sto pensando solo al bene del Night Raven Village, tutto qui. Ampliare ora le sale da ballo porterà poi soltanto altri clienti, e una migliore reputazione per tutti noi.

Solleva le sopracciglia e scorge con la coda dell’occhio le gambe di Floyd, inquieto sulla propria sedia – ricorda un piccolo dettaglio non molto insignificante, e le sue mani schizzano in aria, per gesticolare con disinvoltura.

-L’unico intervento che richiedo è la messa in sicurezza dei nostri scivoli, e magari un bagnino in più.

Crowley Dire gli sorride, scoprendosi ancora più contento di quanto aveva preventivato di poter diventare. E siccome si sente anche molto generoso, quel giorno, gli fa una piccola concessione.

-Due bagnini!

-Due bagnini.

Si muove a malapena sulla propria sedia, non è ancora pronto ad affrontare Jade e Floyd e le loro giuste rimostranze.

Tra tutti i borbottii, sale una voce improvvisa.

-Si può sempre pensare a una collaborazione tra i nostri Reparti. Chi non ha mai sentito qualcosa del tipo “se acquisti questo prodotto, avrai uno sconto in questo altro negozio”?

Trey Clover guarda prima il Direttore e poi lui, poi ancora qualcuno al suo fianco, e subito si sente la voce di Jade rispondergli – quasi avessero preparato prima il tutto, tale è la loro sincronia.

-Magari si può aprire una linea benessere, che coinvolga prodotti di bellezza e dei pasti particolari.

Gli occhi dorati di Trey scintillano alla proposta del marito, perché è chiaro che la prospettiva di lavorare più a stretto contatto con Jade gli fa molto piacere.

Interviene anche Kalim, cavalcando l’entusiasmo del momento, ma viene subito zittito.

-Assieme magari alla possibilità di qualche lezione gratis di danza!

-Ora non esageriamo, che altrimenti diventa troppo complesso.

Azul si volge verso Jade, che non nasconde il proprio sorriso soddisfatto. L’altro alza le spalle, aspettando la sua decisione: è tutto nelle sue mani.

Sente le dita fremere, per qualche motivo, e gli angoli della bocca tirare in un sorriso molto largo. Sa cosa muove le sue viscere, riconoscenza e gratitudine di avere amici sempre nel momento del bisogno.

È difficile mantenere una voce stabile, a quel punto.

-Se il Reparto Heartslabyul è d’accordo, potremo provare questa cosa per la prossima stagione, e vedere come va.

-A noi non dispiace, Ashengrotto. Possiamo discuterne quando vuoi.

Riddle non ha esitazioni a rispondergli, e questo fa ridere di gusto Floyd. Forse un po’ troppo di gusto, davvero.

Prorompe un’altra voce, molto più grave e profonda, che zittisce ancora la scena.

-Ashengrotto, non credevo arrivassi a tal punto. Mi hai sorpreso.

Leona si sporge in avanti, sul tavolo, con gli occhi puntati su Azul. Lui non ha proprio nascosto l’enorme piacere che ha tratto alla notizia della disfatta alla gara, e vuole rifarsi ancora una volta sul responsabile del Reparto Octavinelle.

La sua voce graffia, quasi soffia, come quella di un gatto indisposto, rendendo così palesemente falso il suo sorriso.

-Forse i tuoi sentimenti sono sinceri? Forse non lo fai davvero solo per i soldi? O come hai detto quella volta-? Per la vittoria?

Molte risposte maligne accorrono alla bocca di Azul, una più crudele dell’altra. Potrebbe, per esempio, far riferimento alla relazione con Ruggie Bucchi al suo fianco, o all’insoddisfazione infantile mostrata, o anche alle parole davvero poco sagaci appena pronunciate.

Dal primo giorno di lavoro, Leona non gli è piaciuto una sola volta, e sa benissimo di non aver mai fatto niente per piacergli.

Sorride, con l’unica risposta che può zittirlo davvero, senza cedere alla sua provocazione.

-Ma io ho già vinto, Kingscholar.

Floyd ride ancora, assieme a qualcun altro nel gruppo. Idia anche sogghigna, e la cosa manda in confusione metà dei presenti, che non hanno mai visto prima il suo sorriso deforme. Persino Vil sorride, dondolando un poco la testa.

Cogliendo la palla al balzo, Crowley tenta di riprendere il controllo del discorso, e recupera un altro foglio scribacchiato.

-Beh, direi che possiamo continuare! Pomefiore! Ora tocca anche a voi!

Azul si sistema ancora il farfallino lilla al collo, e sorride alla propria destra – in direzione di Jamil, esattamente.

E Jamil, sulla sua sedia, gli risponde con un altro sorriso felicissimo.

  

 

Azul si toglie veloce il cappotto e lo appende al muro, a quel gancio di ferro che sporge dall’intonaco dell’ingresso stretto. Un metro in avanti e si toglie le scarpe, per infilarsi delle pantofole comode, sempre color lilla.

Sente l’unto dell’insalata del pranzo ancora sulle labbra, e la mano sale alla bocca in un gesto istintivo, che lo porta a sfregarsi la pelle con il guanto bianco. Gira un poco il volto all’indietro, e lo trova ancora immobile sotto lo stipite della porta.

-Qualcosa non va?

Jamil sbatte le palpebre un paio di volte, prima di procedere e guardarsi attorno.

-Questa dev’essere la seconda volta che entro qui dentro.

È vero, ma Azul non ha bisogno di chiedersi il perché. Si dà piuttosto dello stupido per questo motivo, anche se Jamil sembra pensarla diversamente: ha un’espressione più che incuriosita, ogni volta che gira lo sguardo.

Il divano intonso e di fianco un tavolino basso, l’angolo cottura con tutte le stoviglie pulite, il lavandino brillante e il frigo bianchissimo.

Ancora qualche passo, e Jamil si ritrova dentro una stanza dal profumo di pulito e di asettico, poca vita da raccontare. Sorride al fidanzato, labbra piegate di poco.

-È tutto piuttosto… ordinato.

-Non sto qui dentro molto spesso, lo uso solo per dormire.

-Sempre al lavoro, vero?

-Sempre.

Appoggia i guanti bianchi al tavolino davanti al divano. Poi, Azul si dirige verso l’angolo cottura, azionando il bollitore dell’acqua calda e prendendo dalle vetrinette due tazze alte, assieme alla confezione della collezione di bustine da tè.

Jamil, intanto, ha adocchiato l’angolo aperto di camera sua: Azul sa cos’ha visto, perché ricorda bene di aver lasciato quella mattina la propria valigia aperta sul letto, prima di andare alla riunione indetta dal Direttore. Per questo motivo, non è sorpreso della sua domanda.

-Quindi… dove passerai le ferie?

-Pensavo di tornare da mia madre per un certo periodo, poi a casa mia. In Sicilia.

-Non sono mai stato in Europa, men che mai in Italia.

-Dovresti andarci! Ne vale la pena, penso abbia alcuni dei posti più belli al mondo.

Il bollitore fischietta attirando l’attenzione del padrone di casa. Così, Azul serve l’ospite della tazza di tè, e lo invita a sedersi appoggiando la tazza stessa sul tavolo.

È il silenzio che ne segue, anche quando sono entrambi sulle rispettive sedie, che lo insospettisce non poco. Recupera con un sorriso cordiale, sorseggiando appena.

-Perché non vieni con me? Passeremmo anche questi due mesi assieme.

Le sopracciglia di Jamil scattano in alto, a fingere sorpresa, mentre un sorriso malizioso e impertinente gli modella le labbra.

-Beh, ci hai impiegato soltanto cinque minuti a capire cosa volessi. Direi che stiamo facendo progressi.

-Pensavo fossi qui per un bacio d’addio, non per scroccare ospitalità.

-Oh, scroccare? È questo che pensi di me? Finalmente hai rivelato la tua vera natura, Azul Ashengrotto-

-Non chiamarmi con il mio intero nome, sembra quasi una minaccia.

-“Quasi”?

Ma poi ridacchia, facendo bolle con il suo tè – e la mano di lui cerca quella di Azul, per stringerla e accarezzarla. Non c’è una reale irritazione, nelle sue intenzioni, solo un gioco leggero.

Azul sposta la sedia verso di lui, fino a toccare il suo ginocchio con il proprio. Jamil, allora, alza la gamba e l’appoggia alle sue cosce, mettendosi sicuramente in una posizione scomodissima ma che gli permette di essere a contatto con lui. E quindi, Azul comincia ad accarezzargli la caviglia piano, con la punta delle dita.

Jamil sospira, grato di quella carezza.

-Non voglio essere un peso.

-Vuoi venire, ma non vuoi disturbare?

-Vorrei rimanere con te sempre, ma non sono così egoista da importi la mia presenza. Magari vuoi stare un po’ tranquillo e rilassarti.

-Stare vicino a te mi rilassa molto.

Con l’espressione del viso nascosta dalla piega dei capelli scuri, Jamil mette anche la seconda gamba su di lui, per poi chinare il busto in avanti e dargli un bacio leggero. Azul sorride ancora contro di lui, guardandolo come avrebbe guardato il più prezioso dei tesori.

Avvicina a loro anche il vassoio alto dei biscotti, su cui Jamil si avventa di slancio.

-Però mi chiedo se tu non voglia vedere la tua famiglia.

Tra un morsetto e l’altro, il ragazzo con la pelle abbronzata ragiona sulle sue parole. Cadono dalle sue labbra alcune briciole di biscotto, che Azul recupera in fretta con la mano – e Jamil coglie l’occasione per afferrargli il polso e leccare via quelle briciole dalle sue dita, fin troppo provocante.

I loro corpi si avvicinano, mentre le parole scorrono con voce basse.

-Possiamo andare dai nostri genitori per un paio di settimane e poi incontrarci da qualche parte assieme-

-Da te? O da me!

-Da qualche parte, sì, e passare il resto delle ferie così.

Annuisce piano, felice della proposta.

Azul indugia sul suo viso, giocando al suo stesso gioco. Non si baciano, si seducono a un respiro di distanza, con le labbra tremanti e gli sguardi bassi. Jamil gli sistema gli occhiali sul naso, in un gesto tutt’altro che casuale. Sfiorando la punta del naso con la propria, sente il corpo vibrare per l’aspettativa e la tensione.

Abbraccia quindi la sua gamba, incollandosela al fianco.

-Pensi di raccontare qualcosa di noi ai tuoi?

-Non credo sia ancora il caso.

-Certo, è giusto prendersi il tempo corretto per ogni cosa.

-Tu, invece?

-Forse. Non lo so. Non ho mai detto a mia madre di essere gay, ma immagino lo sappia in qualche modo. Lei è brava a capire la gente, a differenza mia.

Trattiene il sospiro, però, quando Jamil afferra il ciuffo più lungo della sua frangia per giocarci con le dita. Lo arrotola attorno all’indice, più e più volte, per poi metterlo dietro il suo orecchio – e nel gesto, gli prende l’asta degli occhiali per sfilarglieli piano, sempre con delicatezza.

-Se ci dovessero essere problemi, verrò da te al primo volo disponibile.

-È molto dolce da parte tua.

Sorride di gratitudine, mentre il petto comincia a farsi caldissimo. Forse, immagina, è quella la sensazione della fragilità e della felicità assieme: mai avrebbe pensato di poter raggiungere entrambe le cose, nello stesso momento.

Jamil lo accarezza così piano, con così tanta attenzione.

Deve abbassare lo sguardo, con le guance accaldate, perché pur non vedendolo prova vergogna. L’altro sbuffa e ridacchia, intenerito, e non smette di accarezzarlo. Prova a sorseggiare il proprio tè, per mettere una piccola pausa – una piccola distanza – tra di loro, ma Jamil non arretra neanche di un po’.

Si chiede se riuscirà mai a sopportare la sua presenza nel proprio quotidiano, se quello è l’effetto che gli fa una semplice carezza. Di sicuro, impazzirà entro pochi giorni.

O forse impazzito lo è già.

Jamil gli prende la tazza dalle mani appoggiandola al tavolo, per poter accedere alla sua bocca. Gioca con i suoi capelli chiari e gli ruba l’aria, tutta quella che ha. Le sue gambe si allargano, per permettergli si sedersi sul suo grembo.

Azul trema.

-Aspetta, la sedia potrebbe rompersi-

Allora Jamil si china all’indietro e si appoggia al tavolo con i gomiti, offrendogli la vista del suo ampio petto. Lo sta aspettando, pieno di desiderio e pieno d’amore per lui.

Azul non si fa attendere molto, e lo bacia con tutto il sentimento di cui è capace, reggendo la sua gamba destra con il braccio forte. Non gli importa che il farfallino lilla venga strappato con urgenza, e neppure i bottoni che saltano dalle asole della camicia.

Jamil ha un profumo così buono, ed è tutto suo.

Si sente, per la prima volta davvero, felice.

 

 

Chapter Text

 

Profumo e odore di salsedine: la pelle appena abbronzata di Azul si tende ai suoi ripetuti baci, scaldandosi sempre di più. Stuzzicato dalle sue reazioni, Jamil insiste sul petto di lui, assaggia i suoi capezzoli rossa e li tira tra i denti, li bagna con lingua e labbra.

I capelli lunghi fanno quasi una cappa attorno alla sua testa e gettano un’ombra sul viso di Azul quando assale la sua bocca. I suoi gemiti sono così dolci e lascivi, riempiono l’aria della stanza d’albergo così come la sua intera percezione.

Jamil afferra le sue cosce e ci affonda dentro le dita, sollevandogli le gambe e piegandole fino quasi a far loro toccare il petto magro. Accenna in basso, dove i bacini si incontrano, e dove il suo sesso penetra pian piano, entrando con un ondeggio controllato.

Azul è al limite della sopportazione, si contorce come un’anguilla sotto di lui e parla in modo strano. I suoi occhi azzurri sono spalancati eppure sembrano non vedere davvero, reagiscono soltanto al piacere.

-Jamil-

No, non l’avrebbe accontentato. Non ancora, almeno.

Arrivato fino in fondo, sospira assieme all’amante e riparte. I cigolii del letto si fanno sempre più radi, sostituiti dal tendersi delle lenzuola bianche.

Azul gli va incontro nel tentativo di provocarlo, e l’unica cosa che ottiene è una spinta profonda, secca e improvvisa, che lo fa boccheggiare.

-T-tutto questo è cru-dele da parte tua-

-Vieni sempre troppo presto, Azul. Voglio godermi la cosa.

Lui si morde il labbro, sul limite delle lacrime.

-Vengo perché mi piace, stupido idiot-

-Dovresti essere più gentile, sai? Specialmente quando sei così…

Indica con un cenno del capo il suo sesso durissimo, che anche in quel momento si alza e si abbassa sul suo ventre piatto. Azul mugugna e artiglia la federa del cuscino, quasi con odio: sa che se provasse a toccarsi, Jamil gli morderebbe la caviglia, e non vuole ripetere l’esperienza.

Allora, cambia tattica, e si mette a balbettare.

-T-ti prego-

Questo è già più soddisfacente.

Jamil spinge con più forza dentro di lui, sente subito la reazione delle sue viscere caldissime e dei muscoli tremanti. Si lecca le labbra, in attesa, e Azul sembra capire.

-Per favore, J-Jamil… fammi venire-

Lo stringe, soddisfatto.

Puntellandosi sulle ginocchia, calibra il peso contro di lui e si sporge in avanti, muovendo il bacino molto più velocemente. Azul impiega poco a tornare a essere una gelatina tremante e ansante sotto di lui, con gli occhi allucinati e le labbra troppo spalancate.

Ma quando lo abbraccia, facendo passare le sue mani tra lui e il materasso morbido, Azul risponde subito al richiamo, e comincia a baciarlo su tutto il viso con foga. Gli spettina i capelli, tirando le ciocche lunghissime, e chiama il suo nome un’infinità di volte.

È suo, davvero tutto suo.

Le gambe strette attorno al bacino lo spingono sempre più a fondo, e le braccia premono sulla sua schiena perché non si separi da lui neanche di un soffio. Una tale possessività, Jamil la percepisce sempre ormai, ma non riesce a fermarsi dal volerne di più. Perché lui, d’altronde, prova sentimenti simili per Azul, e questo è innegabile.

-J-Jamil-

È vicino all’orgasmo, tutto il corpo teso al piacere che gli sta dando. Jamil, in risposta, gli morde appena il mento, lasciando anche un succhiotto sul collo pallido.

-Vieni per me…

Stringe il suo sesso, diventando ancora più caldo – l’espressione viene stravolta da una smorfia, e i suoi occhi perdono contatto con la realtà per qualche secondo: l’orgasmo rende Azul ancora più bello, per Jamil.

Viene dentro il preservativo appena dopo, colto dall’intensità dell’atto.

Azul rilassa le gambe, stendendole lungo i suoi fianchi, e non si lamenta quando rimane dentro di lui anche dopo. Jamil si accoccola su di lui, lasciandosi accarezzare a lungo, fino quasi ad addormentarsi.

-Oggi possiamo andare in spiaggia, se vuoi.

Bofonchia, sollevando col soffio dell’alito quel ciuffo di capelli cadutogli sul viso.

-Ci siamo già andati stamattina, al mare…

-Possiamo tornarci ancora. È talmente bello che non mi stancherei mai.

-Certo che è bello, ma vorrei vedere anche altro…

Azul gli bacia la testa, mollemente. Il ritmo del suo cuore rallenta piano, cullando i suoi sensi.

Jamil si appoggia col mento al suo petto, per guardarlo di nuovo in viso. È bello sapere che la soddisfazione della sua espressione è opera sua, in un certo senso, e che quel sorriso dolce che gli curva le labbra è sincero, tutto per lui.

-Allora, se vuoi, conosco un locale molto carino in città. Ha una bellissima terrazza che dà alle colline. È più bello in primavera quando ci sono i fiori, ma comunque la vista è stupenda! Possiamo andarci al tramonto, è davvero bellissimo!

In giro con lui, dove chiunque può vederli assieme e capire che sono una coppia.

Gli sorride, con un po’ di malizia.

-Mi pare una buona idea. Ma intanto, cosa facciamo?

La sua risata è soffice, piccoli sbuffi che alzano il petto dov’è appoggiato lui.

Azul accarezza le sue labbra con il pollice, in un chiarissimo invito.

-A quest’ora del pomeriggio è sconsigliato uscire, c’è troppo caldo e il sole batte davvero forte.

-Quindi dobbiamo stare per forza in stanza.

-Così si dice, in effetti-

Un sospiro interrompe la voce di lui, mentre Jamil si allontana un poco dal suo corpo per uscirne.

Striscia la lingua sul suo petto e poi scende, scende all’ombelico e all’inguine.

Le mani di Azul prendono ancora i suoi capelli, mentre affonda il viso tra le cosce magre, per avere lì tutto il piacere che gli serve.