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(I’ve had) The time of my life

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Lui si muove all’indietro, incontrando con il viso un fascio sottile di luce che penetra tra le foglie del basso cespuglio: quegli occhi azzurri, incastonati nel suo viso e così brillanti, gli causano ancora una volta un brivido per tutto il corpo. Jamil quindi si sporge in avanti col busto e lo raggiunge, solo per baciargli quella bocca piegata in uno strano sorriso – labbra tirate a una felicità brilla, che ancora ha il sapore dei numerosi brindisi consumati ore prima.

Fa salire le braccia alle sue spalle e trasforma quell’abbraccio blando in una presa più stretta, accorata. Muove le gambe tra le sue cosce e sprofonda dentro di lui, sentendolo tendersi come una corda a ritmo dei suoi affondi; ogni spinta si propaga a onda su di lui, che gli rimane incollato addosso e scuote persino il suo cuore.

È caldo, profumato, dolce. Non lo ha mai visto così.

Guarda le gocce di sperma che erano depositate sul ventre piatto di lui scivolare ai fianchi e poi cadere, sciogliendosi, lasciandolo macchiato di un piacere che gli ha procurato lui stesso.

I fili d’erba solleticano il profilo della sua mano quando intreccia le dita alle sue e lo inchioda al suolo, cercando di avere più mobilità. Vorrebbe guardarlo meglio negli occhi, ma l’ombra della notte gli impedisce di scorgere se non pochi dettagli visivi di lui. Si accontenta delle cosce contro i fianchi e del respiro accelerato contro la pelle sensibile del collo, i suoi gorgoglii senza senso nelle orecchie.

Spinge, e Azul sospira a bocca aperta, si incanta in un secondo. Guardarlo è come un sogno, e Jamil non sa se sia colpa di quel mezzo bicchiere di vino che si è concesso oppure è quella la realtà. Sembra di essere in dormiveglia, liberato da vincoli stringenti e colto dall’irragionevolezza, eppure ancora sensibile – troppo sensibile.

Nel suo corpo, sta godendo fin troppo, e Azul chiama il suo nome come se fosse una perla preziosa sulla lingua, ogni volta.

Jamil gli lecca la guancia, ha il sapore del cloro. Scontra il proprio naso con le stecche dure degli occhiali, li scosta e prosegue a mordergli il viso, lasciando passeggeri segni dei denti. L’altro volge il capo di lato e respira pesante, lasciandogli lo spazio per fare quello che vuole. Quindi lo piega con un’altra spinta e lo morde un poco più forte, proprio mentre dalle casse della festa emerge il ritornello squillante dell’ultimo tormentone del Villaggio, e i suoi gemiti inopportuni vengono coperti.

Spinge le ginocchia contro il terreno morbido dell’aiuola, si spinge dentro di lui e piega il suo bacino. Continua, continua, continua: non c’è neanche più un vero e proprio bisogno in lui, soltanto una pulsione irresistibile di unirsi a quella creatura tremante che tiene ferma sotto di sé.   

È felice di interrompere la regolarità del suo respiro, di vedere che ha talmente poco controllo su di sé da ignorare quella scia di saliva che gli cola dall’angolo della bocca – di essere guardato senza nessun velo, a guance calde e capelli scompigliati.

Chiama il suo nome quando si sente vicino all’orgasmo e lo cerca.

-Azul-

Sente le sue gambe avvolgergli la vita e trattenerlo a sé, poi gli scompiglia i capelli lunghissimi, morbidi; Jamil afferra il viso di lui con entrambe le mani e lo bacia, chiude gli occhi e prova il piacere maggiore possibile proprio in quel momento, quando non ci sono altro che loro due.

Il suo corpo si rilassa e così anche quello di Azul. Rimane in quella posizione per qualche secondo, per godere delle ultime scariche di piacere che gli fanno tremare la pelle. La realtà torna a essere sempre più presente, e sente quel gruppo di Villeggianti vicini ai cespugli, che forse ha pensato la stessa cosa che hanno pensato loro. Si muove di scatto, scostando la lunga chioma di capelli nel gesto, ma nessuno è troppo vicino da essere un reale pericolo.

E mentre lui guarda altrove, Azul si sfila da sotto il suo corpo.

 

 

Piegato in avanti, tasta i palmi delle mani nell’erba avvolta dalla notte, alla ricerca dell’elastico dei propri capelli. Ma si irrigidisce quando sente qualcuno avvinarsi, oltre il rumore degli zampilli d’acqua delle fontanelle.

-Ehi!

La voce di Lilia Vanrouge lo raggiunge, così come la luce di quella che dovrebbe essere la sua torcia d’ordinanza. Oltre i rami bassi del cespuglio, Jamil vede la guardia avvicinarsi ancora e scrutare, sotto la visiera rigida del suo cappello, il cespuglio in cui sono nascosti.

Sente Azul muoversi, e subito dopo l’uomo in divisa sorridere.

-Ero venuto ad ammonire amanti troppo focosi e trasgressivi, non pensavo certo di trovare questo.

Jamil si accuccia nel cespuglio e vede solo il profilo di Azul emerso, alla vista dell’altro. La voce del collega è sicura fino all’esibizionismo, ma i suoi gesti tradiscono l’assenza di totale controllo che ha sul proprio corpo.

-Gioisci! La tua caccia al tesoro è terminata! Invece di trovare gemme di poco valore, hai trovato un diamante!

-Sempre molto modesto, Ashengrotto.

-La modestia è per chi non si può permettere altro.

-Ti vedo piuttosto allegro. Ma dimmi, come ci facevi qui?

Lilia sorride di nuovo e abbassa la torcia sui pantaloni di Azul, zittendosi per qualche secondo. E quando comincia di nuovo a parlare, sembra alludere a qualcosa di esplicito, un po’ troppo esplicito.

-Una riunione d’affari, forse?

Jamil capisce a cosa si riferisse quando le mani di Azul si muovono lì dove punta la luce, sente un inconfondibile rumore di zip. Avvampa, senza più osare guardare. Cerca di concentrarsi sulla musica che proviene dalla festa, ma le voci degli altri due uomini sono troppo vicine – troppo presenti.

-Per chi ha tempo di parlare d’affari con me, sono sempre disponibile. A qualsiasi ora, in qualsiasi luogo.

-Cerca solo di non eccedere in questi tuoi affari, Ashengrotto… un conto è riprendere i nostri villeggianti e riportarli all’ordine, un altro è dover fare questo brutto lavoro con i nostri colleghi.

-Non si preoccupi, signor Vanrouge. Una tale cosa di così poco non si ripeterà mai più.

Jamil si tende con l’intero corpo, fissando il vuoto davanti a sé per qualche secondo di stasi. Non percepisce davvero più nulla per qualche minuto, mentre i suoi pensieri sono fermi a quelle parole pronunciate con così tanta leggerezza.

Sente però Lilia allontanarsi, e il laccio dei propri capelli sotto il palmo delle mani.

Si alza e vede la schiena di Azul, immobile. Soffia come un serpente.

-Una cosa di così poco conto?

L’uomo si gira nella sua direzione, rivolgendogli un sorriso morbido e brillo, soddisfatto per quella che gli sembra essere una vittoria a proprio carico.

-Mi dev’essere scivolata la lingua.

-Certo, come ti è scivolata sul mio cazzo prima.

L’uomo si aggiusta gli occhiali sul naso, proprio quando Jamil vede tra i suoi capelli argentei e spettinati alcuni fili d’erba. Continua a sorridere, e questo lo irrita davvero troppo.

-Jamil-san, io-

Nel momento in cui Azul tenta di fare un passo nella sua direzione, Jamil arretra e indurisce il proprio sguardo.

-Devo tornare alla festa. C’è lo spettacolo di danza da fare.

Lo supera con i capelli ancora sciolti – forse sta parlando, forse tenta di raggiungerlo con quelle gambette corte e lente che si ritrova, non lo vuole neanche sapere. Non vuole ascoltare i complimenti che gli elargisce quando sono soli, così falsi e menzogneri.

E tutta la rabbia che prova lo spinge a camminare più veloce, lungo gli eleganti sentieri di mattonelle bianche che strisciano nel villaggio turistico, tra le fontanelle e le aiuole, le piscine e i ristoranti con vista mare; proprio in quel momento, viene sparato il primo fuoco d’artificio, che illumina il cielo notturno di un potente color rosso.