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Tell me I'm your national anthem

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Matteo si ripete che la colpa è dell'adrenalina, dell'insolito, lungo isolamento, e del modo in cui quei giorni a Coverciano sembrano essere un universo parallelo in cui tutto è concesso, e le regole del mondo esterno non vengono applicate. Rimanere razionali su tutto è dura, e la sensazione di potere che si prova è talmente intossicante da annientare la negazione che negli anni Matteo ha provato per quella parte di sé – e anche per Manuel.
Il suo amico Manuel; colui che in nazionale è sempre stato il suo punto di riferimento, una persona fidata per cui non aveva paura di essere un peso. Si sono sempre dati una mano e un supporto – sempre. La cosa più surreale di questo universo parallelo è proprio il modo in cui tutto lo ha spinto verso Manuel – a toccarlo in modo non più assolutamente fraterno, e ad accettare sentimenti che in un altro contesto lo avrebbero spinto nel panico, perché nel mondo del calcio provare attrazione per un altro uomo può significare la rovina e la fine di una carriera. Eppure, eccoli lì a viverla senza paura, sprezzanti della realtà che al di fuori di Coverciano li aspetta. 
È assurdo come sia nato tutto per gioco, per il radicato bisogno di sentirsi ancorato a qualcosa, la necessità di sostenersi a qualcuno in quell'uragano di emozioni – che vengono in qualche modo ovattate dai baci nascosti, scambiati non appena nessuno è con loro, dalle mani che si cercano quando pranzano o cenano tutti insieme, e soprattutto dai loro corpi che si cercano, gravitandosi intorno fino a quando, con mani poco sicure, si danno il massimo piacere venendo l'uno addosso all'altro, come a lasciare un segno sull'amante, l'unico concesso all'inizio. Il sesso in ritiro è vietato, ma toccarsi da soli no – ed è questo che fanno, all'inizio: si aiutano.
Non sono mai andati oltre ai baci e alle carezze per mancanza di esperienza e di intimità, perché le porte non vanno mai chiuse per decisione dall'altro, ma la voglia è lì – e ora Matteo si chiede se succederà dopo la finale di questa sera, se il loro legame può continuare ad essere importante, qualcosa di altro, qualcosa di più.
L'angoscia che accompagna i suoi pensieri lo sveglia alle sei, due ore prima del previsto, senza molto da fare oltre a rigirarsi nel letto e scorrere distrattamente Instagram, prima di bloccare il telefono doppiamente frustrato per il ricordo della pressione, su tutta la squadra, di dovere vincere. Nervoso e attento a non svegliare Manuel, che dorme nel letto accanto al suo, si chiude in bagno e spera che una doccia lo aiuti a rilassarsi, ma è un ottimismo vano; l'unica cosa che gli rimane è cercare il suo libro, spostarsi nella sala in cui faranno colazione e cercare evasione nelle parole scritte, che potrebbero mettere a tacere le più rumorose che scorrono nella sua mente.
Il suo tentativo di scappare funziona – tre capitoli dopo, riportato alla realtà da un forte rumore, si ritrova a guardare Manuel, i suoi ricci freschi di shampoo e il suo sorriso estremamente dolce, senza riuscire ad apprezzarlo come dovrebbe e soprattutto vorrebbe. Naturalmente ciò viene registrato dal riccio, che si siede accanto a lui prima di parlargli a voce bassa. «Ehi, tutto ok? Non pensare alla partita. Stai facendo le sopracciglia spaventose, si potrebbe pensare che non mi vuoi seduto qui».
Matteo ride, ripensando involontariamente ai meme che ha visto sui social riguardo quel suo tratto fisico. Non gli dice che non è in ansia solo per la partita, e che il futuro imminente lo terrorizza nonostante cerchi di scrollarsi di dosso le emozioni negative; ha bisogno della positività di Manuel, adesso, e della leggerezza che prova quando sono insieme. 
«Chi ti dice che ti voglio qui?».
Lo dice rilassando il viso, e Manuel reagisce con un sorriso luminoso, quasi capace da scacciare tutte le ombre che seguono Matteo. «Lo sai».
«No, non lo so, Manu».
Manuel sorride, capendo che nello stesso momento stanno avendo non una, ma due conversazioni. Matteo vorrebbe dirgli qualcosa, sentirgli dire quello che vorrebbe, qualsiasi cosa sia, ma l'arrivo di Barella e Chiesa interrompe il loro momento – illuso lui a pensare che avrebbe potuto parlargli in questo albergo, più un circo che un ritiro di adulti. Manuel lo guarda come a dirgli che ne parleranno ancora appena possibile e Matteo annuisce, rincuorato da quella richiesta silenziosa. 
L'appena possibile si scopre essere alle tre di notte, in un hotel in cui hanno tre ore per riposare prima di ripartire per l'Italia – a portare la coppa che hanno vinto, a urlare e sussurrare ufficialmente la parola fine a questa fase della loro vita. Con il termine dell'europeo la bolla in cui quasi in isolamento hanno vissuto è in procinto di scoppiare, e con lei anche le emozioni di Matteo. 
Fortunatamente Giorgio ha deciso che Matteo e Manuel sarebbero stati in camera insieme come sempre, prima che uno di loro due potesse richiederlo; sfortunatamente, appena chiusa la porta dietro di loro, questa volta a chiave, nessuno dei due sente più il bisogno di parlare. 
Il desiderio e la troppa energia ancora in circolo, dopo essere riusciti in una vittoria così incredibile e meravigliosa, li rende agitati – e nessuno dei due di scopre davvero sorpreso, quando si trovano l'uno addosso all'altro, in uno scambio di baci e mani forti che li porta ad essere sempre più vicini, quasi a diventare una sola persona, in modo da non dovere esprimersi con le parole. Se posso diventare un essere soltanto tutto può essere evitato: le parole, i dubbi e soprattutto l'imminente allontanamento – perché entrambi vivono lontani, troppo distanti per passare insieme ogni istante e fare colazione con Manuel che lo prende in giro per come preferisce bere il tè senza zuccherarlo. 
Matteo perde consapevolezza di ogni sua azione, mosso dalla disperazione e dal desiderio di avere di più – di avere tutto, di restare con lui ancora del tempo, di non fargli dimenticare quello che sono stati e di mostrargli quello che potrebbero essere. Vorrebbe essere ricordato con la stessa passione con cui si canta l'inno prima della partita. 
Ogni pensiero cessa quando smette di sentire il corpo di Manuel contro di sé, e aprendo gli occhi lo trova a guardarlo dal basso, febbricitante e impaziente. «Posso?».
Manuel lo sussurra con il palmo della mano già sulla sua erezione piena, costretta dal pantalone stretto che ha addosso; Matteo annuisce, incapace di fare altro, e si appoggia al muro per vedere meglio, imprimere nella sua memoria ogni minuscolo particolare, per quelle sere in cui sarà da solo in qualche hotel e avrà sicuramente bisogno di rivivere questo. 
Non dovrebbe sorprenderlo, soprattutto dopo tutte le volte in cui si è ritrovato in questa stessa posizione, ma l'indole competitiva di Manuel e il suo bisogno quasi ossessivo di essere il migliore li ritrova anche adesso – e lo rendono un amante generoso e preciso, e un incubo per chi verrà dopo di lui, perché Matteo è rovinato. Non crede che potrà mai avere qualcuno meglio di lui, con cui nel mentre e dopo riesce a ridere, a divertirsi senza alcuna forma di freno morale – ma Manuel è anche un terribile stronzo, quando vuole, e quindi ecco che prolunga la sua attesa una volta abbassati i pantaloni e i boxer. Bacia la pelle sensibile dell'interno coscia fino ai testicoli, continua fino alla punta, scende leccando la lunghezza in punta di lingua, senza mai allontanare gli occhi dai suoi. «Manu, ti prego».
Matteo riesce a singhiozzare solo questo, prima che la sua bocca lo ricopra, facendolo imprecare tra i denti più e più volte, ormai che le reazioni del suo corpo le conosce bene; sa quando fermarsi per non farlo venire subito e rendere l'orgasmo più inteso, e si lascia guidare dalla sua mano stretta tra i capelli per trovare il ritmo giusto. 
Matteo non si riversa nella sua bocca, ne esce poco prima per dipingergli il viso e guardarlo bene in faccia, e deve mordersi il labbro per evitare di dirgli che lo ama – senza neanche sapere se è vero; le due parole gli sono comparse in testa come un fulmine a ciel sereno ed è surreale. 
Si accascia contro la parete e si ritrova seduto per terra, ride nervosamente, Manuel lo guarda confuso. «Mi hai scopato così bene che quasi ti ho detto che ti amo».
Matteo non sa se la confidenza è dovuta all'adrenalina, al sentirsi invincibile dopo la vittoria o alla stanchezza – sa solo che quelle parole non rimangono nella sua testa, e il ragazzo di fronte a lui sembra essere in preda della sua stessa confusione.
Manuel ha la bocca spalancati, gli occhi sbarrati, ma Matteo non prova paura o rimorso – si sente invincibile, ancora, e allunga il pollice per pulire la guancia di Manuel, che sembra tornare con lui. «Allora dovrò continuare a farlo, così magari possiamo essere sulla stessa pagina».
Ed è irreale – trovare l'amore in questa maniera, vincere due cose così preziose a così poche ore di distanza; Matteo è ben lontano dal lamentarsi, se non per quanto il pavimento sia scomodo e per come ancora le sue mani siano lontane da Manuel. «Doccia? Ti aiuto a pulirti».
La voce gli trema appena e sorride, sperando di non dovere parlare oltre, ma sa che Manuel non ha bisogno di sentirgli dire ad alta voce che sono sulla stessa lunghezza d'onda per saperlo; devono solo vedere come farla funzionare nella vita reale, dove tutto può fare paura – ma intanto è un inizio, e poco importa se gli inizi sono la parte più difficile. 
Manuel annuisce, si alza per primo, allunga la mano per aiutarlo ad alzarsi. Manuel non ha paura, non ha paura neanche Matteo, e questo lascia presagire bene – li rende liberi.