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Contro Natura

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Capitolo Quattordici: Oro Sulle Tue Cicatrici

Judy chiude il frigorifero e si blocca un attimo, in ascolto.

All’inizio sono solo due semplici note lontane, che si alternano in una semplice melodia che preannuncia un seguito poetico. Da un’ultima occhiata per assicurarsi di non essersi dimenticata qualcosa sul bancone della cucina, poco prima ingombro di borse della spesa, e spegnendosi le luci dietro di sé, si fa strada sulle scale, verso la camera da letto.

Altre note si aggiungono a poco a poco e la musica s’impreziosisce. Non se ne intende molto, ma le pare che il solo strumento usato sia un violoncello, o meglio, un coro di violoncelli. Forse un violino, anche? La melodia proviene dal bagno, illuminato parzialmente.

Non sa che genere di musica sia, ma è molto emozionante, un po’ malinconica, e meravigliosamente romantica.

"Jen?", chiama bussando alla porta del bagno.

"Entra", la bionda biascica con lo spazzolino tra i denti e la bocca piena di schiuma.

Judy compare sul riflesso dello specchio, accanto alla donna che ama.

I momenti della sera e quelli al mattino sono e resteranno sempre i suoi preferiti, e non è solo perché può averla tutta per sé. Ma perché può vederla in tutta la sua bellezza naturale, completamente struccata e libera di sentirsi a suo agio anche solo con un paio di pantaloni larghi e lisi e una maglietta magari bucata su una manica.

Stasera Jen è semplicemente avvolta nel suo accappatoio, i capelli tirati su in una crocchia disordinata. Ed è bellissima mentre le sorride, si riempie la bocca per sciacquare via la schiuma dai denti, ripone lo spazzolino e le fa una faccia buffa allo specchio.

"Cos’è questa musica?", Judy domanda mentre a sua volta si prepara lo spazzolino.

"Volevo ringraziarti", Jen le risponde semplicemente.

"Per cosa?", domanda togliendosi un attimo lo spazzolino dalla bocca.

"Per tutto quello che hai fatto per me, soprattutto ultimamente", Jen l’abbraccia da dietro e le bacia una guancia e poi il collo. Poggia il mento sulla sua spalla e la culla guardandola allo specchio, aspettando che abbia finito.

"E pensi che ti basti una stupida musichetta, per ringraziarmi?", la mora ribatte in tono scherzoso. "E comunque non mi hai risposto", aggiunge voltandosi per guardarla in faccia.

"Uhm, T.J. Peterson, è il compositore, e l’album si chiama…", è costretta ad allungare una mano verso il cellulare, "Petricor", dichiara. "Bella, no? Cercavo qualcosa di rilassante per il tuo bagno", aggiunge scostandosi da lei e guidandola verso la vasca.

Judy era talmente concentrata su Jen, quando è entrata in bagno che non ha fatto minimamente caso a quel lato della stanza. La vasca è colma di acqua resa azzurrognola dai sali da bagno e fumante, sul davanzale della finestra sono ordinate tre candele profumate già accese.

"Oh, Jen!", la mora esclama sorpresa.

"Dai, vai a cambiarti prima che si raffreddi", la sprona porgendole un altro accappatoio. "Che cosa preferisci, cocco o muschio bianco?", le domanda mentre la guarda sparire oltre le porte che si affacciano nella camera da letto.

"Cocco, grazie", Jen sorride, lo sapeva che avrebbe scelto il cocco. Apre l’armadietto e afferra alcuni flaconi della stessa marca e linea e li deposita allineati in un angolo sul bordo della vasca. Vi si siede e tasta la temperatura dell’acqua, proprio mentre la mora rientra, avvolta nell’accappatoio.

"Coraggio, tuffati dentro e rilassati", le sorride alzando il viso verso di lei.

"Ehi, aspetta un momento, non entri con me?", Judy protesta.

"Ho fatto una doccia poco fa", Jen risponde, a disagio.

E vaffanculo ai suoi cazzo di traumi!

"Dai! Non puoi lasciarmi sola dentro a quella vasca enorme!", l’altra insiste percependo la difficoltà della bionda. Le allaccia le braccia attorno al collo e l’attira a sé, si china a guardarla esibendo un paio di occhioni bisognosi, "Dai… ho avuto una pessima giornata", azzarda facendola scoppiare a ridere.

"Ehi, non è vero!", Jen ribatte divertita dal fallito tentativo d’impietosirla. Chiude gli occhi abbandonandosi alla carezza di Judy.

"È per questo?", Judy le domanda dolcemente facendo scivolare un dito poco sotto il suo collo e non proseguendo oltre.

Jen annuisce evitando il suo sguardo, timorosa di deluderla e incazzata con sé stessa per la battaglia interiore tra i suoi desideri e quei cazzo di blocchi lasciati da un passato che si rifiuta di ricordare in questo momento.

"Va tutto bene, piccola", Judy la rassicura con delicatezza.

"No, non va bene un cazzo", protesta, ancora a testa bassa. Lei vuole entrare in quella cazzo di vasca con Judy, eppure qualcosa ancora la blocca! Cazzo che frustrazione.

"Dai, vieni con me un attimo", le propone prendendola per mano e aspettando che si alzi dal bordo della vasca. La guida fino al grande specchio sopra il lavabo e la guarda attraverso la superficie riflettente.

"Che cosa vedi, Jen?"

"Una testa di cazzo", l’altra risponde seria con gli occhi lucidi.

Judy non fa caso alla risposta, le stringe le mani sulle spalle e, sempre attraverso lo specchio, le parla.

"Io vedo una donna nel pieno della sua bellezza. Una bellissima donna con due occhi stupendi, oggi sono blu, ma cambiano a seconda del tempo. Quando c’è molto sole arrivano quasi a essere verdi, quando piove sembrano quasi grigi. Una cosa non cambia mai. Le pagliuzze dorate attorno alle pupille", Judy le racconta con voce morbida.

"Te lo stai inventando, non puoi vedere tutte queste cose da un metro di distanza!", Jen protesta, colta da un imbarazzo commosso.

"Non ne ho bisogno, Jen, li conosco a memoria, i tuoi occhi", la mora risponde sicura, "Cosi come conosco a memoria quell’adorabile cicatrice che hai alla base del sopracciglio sinistro", la osserva arrossire, "Così come la miriade di lentiggini che ricoprono le tue spalle", un dito si ancora al bordo dell’accappatoio, proprio all’altezza della spalla destra, e Judy scopre un po’ di pelle.

Jen non protesta, ma si arrende al tocco, è impossibile resisterle, a questo punto. Judy sa sempre come prendere delicatamente ogni sua difesa e farla crollare come fosse un gioco da ragazzi. Le leggere dita sulla sua carne le provocano piacevoli brividi superficiali e allo stesso tempo un calore interno che si concentra infine nel suo basso ventre.

Incoraggiata, Judy scopre anche l’altra spalla. La punta delle sue dita la sfiorano, distoglie lo sguardo dallo specchio per concentrarlo sui lenti movimenti della sua mano, nota la pelle d’oca formarsi sotto il suo tocco e vi posa le labbra in un morbido bacio. Con la coda dell’occhio nota Jen chiudere le palpebre e rilassarsi sotto al suo contatto.

"Posso?", le domanda dolcemente sottovoce, spostando le mani sul davanti dell’accappatoio, sfiorando al contempo la pelle sottostante. Si scambiano uno sguardo denso di significato e Jen annuisce quasi impercettibilmente. Judy le apre delicatamente l’accappatoio, continuando a guardarla negli occhi con espressione rassicurante.

"Ti amo, Jen", le promette, prima di voltarsi nuovamente verso lo specchio.

"Vedo un corpo tonico, una pelle bellissima, e si, delle cicatrici sui seni, delle meravigliose cicatrici, Jen. Sono frutto di un sacrificio enorme. Hai dato via una parte così importante di te per poter continuare a prenderti cura delle persone che ami. La tua rinuncia è oro sulle tue cicatrici, non vergognarti mai di queste ferite, anche queste fanno di te la donna incredibile e stupenda che sei, Jen", torna a voltarsi verso di lei e aspetta che l’altra la guardi negli occhi.

"Come uno di quegli oggetti di ceramica rimessi insieme evidenziando le congiunzioni con l’oro, la tecnica giapponese del kintsugi, che li rende ancora più unici e preziosi", le dice sorridendo con amore.

"Ti amo Jen, con tutto quello che sei e tutto quello che ti porti dietro", le sussurra portando via una lacrima dal suo viso. Jen le sorride commossa.

"Dai, prima che l’acqua si freddi", Jen si riscuote prendendola la mano e guidandola dalla parte opposta della stanza.

La delicata musica emozionante è parzialmente coperta dal suono dell’acqua in movimento, mentre Jen e Judy vi s’immergono. Per mettere Jen più a suo agio, Judy si siede alle sue spalle e lascia che la bionda riposi la sua schiena sul suo busto.

La vista reciproca dei loro corpi nudi è passata loro quasi inosservata, velata da mutui sguardi pregni di devozione e reverenza. Ma ora, il contatto pelle su pelle risveglia in loro un nuovo livello di coscienza. Non riescono a reprimere un gemito, quando Jen si accoccola tra le braccia di Judy.

La prima reazione di Jen, totalmente involontaria, è il rilassamento istantaneo di ogni suo muscolo, tanto che Judy deve sorreggerla affinché non scivoli con la testa sott’acqua. Ridono insieme, mentre si assestano in una posizione più stabile. Il calore dell’acqua solleva una leggera foschia di vapore dai loro corpi bagnati.

"Cazzo, è bellissimo", Jen sussurra colta da un fremito.

"Si", Judy risponde con voce morbida sfiorando le spalle della bionda. Esili dita scivolano lentamente sulle braccia, fino a che Jen le prende le mani tra le sue, intrecciando le loro dita insieme. La sensazione delle dita di Judy, libere dai tutti i suoi anelli, è una deliziosa anticipazione dell’immediato futuro.

"Grazie Jen, per tutta questa giornata, per il bagno, le candele, la musica, ma soprattutto per essere qui con me", la mora le dice sfiorandole un orecchio con le labbra. Jen stringe la presa sulle se mani, mentre un brivido le scorre lungo la schiena.

"La musica è bella, eh?", la bionda sposta la conversazione per obbligarsi a prolungare il momento di attesa. Si è vero, hanno aspettato abbastanza, ma ripensandoci, cazzo ne è valsa la pena. Settimane a indugiare insieme l’una attorno all’altra, sempre più consapevoli di come sarebbe andata a finire. Tutto sommato, una cosa positiva dell’incidente, era stata quella di obbligarle a "rallentare". -com’è che si dice? Non è la meta, ma è il viaggio?-. E che cazzo di viaggio!

"Molto meglio di 'I’m the ghost, you’re the night. I’m the shadow, you’re the light’, Judy le canticchia vicino a un orecchio.

"Ehi! Quella è la nostra canzone!", Jen protesta, fingendosi offesa.

"La nostra canzone?", Judy le domanda, iniziando a giocare lentamente con le loro mani, intenzionalmente.

"Uhm… troppo aggressiva?", Jen scherza con lo sguardo fisso sulle mani.

"Sai cos’è il petricor?", un momento di silenzio cade tra le due, prima che Jen inizi a partecipare attivamente, come a riprendere ciò che avevano interrotto nell’ufficio di Lorna e a cui l’indicente aveva messo un freno.

"Che roba è, Latino?", Jen domanda facendo ricorso al briciolo di concentrazione che riesce salvarsi dal tumulto di sensazioni scatenate dalle sensazioni tattili.

"Forse, non ne sono sicura. Ma ad ogni modo, è il profumo della terra arida alle prime gocce di pioggia", Judy spiega con voce morbida, baciandole delicatamente una spalla e sorridendo al suono di un nuovo gemito sfuggito a Jen. "È uno degli odori più riconoscibili ai recettori olfattivi umani, qualcosa di atavico", la mora prosegue seguitando a sfiorare la pelle sotto le sue labbra e inalando sonoramente.

La vista e il contatto delle loro mani che si sfiorano non le basta più. Jen vuole sentire quelle mani sulla sua carne, ma prima che possa intervenire, Judy le ha già lasciate andare, posando i palmi sui suoi fianchi. Jen si ancora con le sue alle ginocchia della mora e cerca le sue labbra voltandosi di lato.

"Ti amo, Jude", riesce a sussurrarle poco prima che l’altra l’ammutolisca con un bacio. Le mani sui suoi fianchi si spostano lentamente sul suo ventre e il desiderio s’intensifica. Per la prima volta si lasciano andare a un bacio più lungo, intenso e profondo, assaporandosi reciprocamente.

Per un attimo Jen teme di stare sognando, tanto le sembra incredibile di stare vivendo tutto questo con Judy. Avere Judy anche così. Il pensiero invade tutto il suo corpo per intero, saturandolo di una sensazione che è un misto di venerazione, amore, tenerezza, desiderio, passione. Ogni sua cellula vibra e pulsa e, in un certo senso duole, ma in modo delizioso.

E Jen sa dove vuole le mani di Judy in questo momento, si allontana dalle sue labbra e guardandola negli occhi fa scivolare le sue dita sui polsi di Judy e la guida più in alto, verso i propri seni. La sensazione al primo contatto le fa perdere momentaneamente il controllo, chiude gli occhi esalando un profondo gemito, piega la testa all’indietro, posando la nuca sulla spalla della mora, che la bacia sul collo completamente esposto.

La risposta di Jen libera l’eccitazione tra le sue gambe. La sensazione dei suoi capezzoli che s’inturgidiscono sotto i suoi palmi le fa quasi raggiungere il culmine. Non riesce a trattenere i suoi fianchi, e istintivamente si spinge in avanti esigendo un contatto col corpo di Jen e la sente muoversi all’indietro esprimendo lo stesso disperato bisogno.

"Judy", Jen esala, combattuta tra l’urgenza e il bisogno di fermarla.

Ha sempre adorato il suono che fa il suo nome quando esce dalla bocca di Jen. Ma il modo in cui Jen lo pronuncia questa volta le fa quasi perdere la testa, e affonda delicatamente i denti nella sua carne poco prima di riprendere il controllo per guardarla.

Quando la mora allontana le labbra dalla sua pelle, lo sguardo che ha negli occhi le fa quasi abbandonare ogni proposito e non resiste alla voglia di baciarla ancora, di sentire ancora la sua morbida lingua.

"Non qui amore", mormora ansimando sotto le labbra.

Una scia di disordinate impronte bagnate evidenzia il lungo percorso attraverso la camera da letto.

"Questa casa è troppo grande cazzo", Jen borbotta tra un bacio e l’altro. Judy geme sorridendo tra le loro labbra, i pugni stretti nel tessuto che le avvolge.

"Quando i ragazzi saranno al college trasferiamoci in un monolocale", Jen propone, frustrata da quanto cazzo di tempo ci stiano mettendo ad arrivare dove sono dirette. Per un attimo rimpiange la sua decisione di arrivare al letto. Ma vuole che sia lì. Lo vogliono entrambe. Deve avvenire lì.

"Vuoi convertirti al minimalismo?", Judy scherza con una risatina, adocchiando le morbide lenzuola, ormai a pochi passi da loro.

"Si, sai, quella roba tipo, meno è di più", la bionda borbotta fermandosi proprio di fronte alla loro meta. Bacia Judy con tenerezza, liberandole delicatamente i capelli dall’elastico che li trattiene.

"Beh, magari lasciamo il minimalismo al futuro", aggiunge allargandole l’accappatoio sul davanti. Chiude gli occhi quando Judy porta le mani alla sua testa per disfare la crocchia già scomposta.

Judy ha la sensazione che il tempo rallenti di colpo, mentre assiste allo spettacolo dei bionda chioma di Jen, che le ricade in morbide ciocche sulle spalle una volta liberata dalle costrizioni. Si sbarazza del proprio accappatoio e subito dopo di quello di Jen, mentre si perdono in un altro bacio appassionato.

Si lascia cadere sul letto e con cautela guida Jen con sé, fino a ritrovarsi con la testa affondata sui cuscini e la donna che ama a cavalcioni sopra di lei, una mano a pochi centimetri dalla sua spalla, l’altra stretta sul suo fianco, i suoi capelli che le solleticano le spalle. I loro corpi a pochi centimetri l’uno dall’altro, un calore elettrico in quello spiraglio tra pelle e pelle.

Si solleva a sedere, alzando il viso per poterla guardare. "Posso assicurati che a volte meno può essere più che abbastanza anche ora", Judy la sfida, stringendole le mani sui fianchi.

Jen le accarezza il viso, sente la propria eccitazione tra le gambe e lotta contro l’urgenza di sedersi su Judy e di stringerla a sé con tutte le sue forze, per non lasciare nemmeno un centimetro della sua pelle scoperta da quella di lei. Ha bisogno di guardarla negli occhi, ha bisogno che lei veda quanto la desidera.

"Dimostralo"

Non esiste più nessuna musica di sottofondo, solo il suono del tessuto del lenzuolo, mosso e straziato dai loro corpi in movimento, di gemiti, di sospiri, di baci confusi e intensi.

"Jen" e "Judy" sono le uniche parole che riescono a pronunciare, escono strozzate a intervalli irregolari, come se il chiamarsi vicendevolmente servisse loro ad accertarsi che tutto ciò sta accadendo per davvero.