Actions

Work Header

Contro Natura

Chapter Text

Capitolo Nove: Sangue di Giuda

Al diciassettesimo giorno, Jen ha il via libera dei medici per tornare a casa, con la raccomandazione di muoversi il più possibile, ma evitando i carichi, e soprattuto facendo attenzione alle costole ancora in via di guarigione.

"Ah, non si preoccupi, Dottore, è difficile dimenticarsene, se ogni volta che provi a fare un respiro un po’ più profondo ti ritrovi a soffrire come Giulio Cesare nelle Idi di Marzo!", Jen scherza dalla sua sedia oltre la scrivania del primario.

Il medico è intento a firmare i fogli per le sue dimissioni, annuisce assente alla battuta. Chiude la cartella clinica e la porge a Jen assieme a un flacone di colore arancio.

"Grazie, ma preferisco non prendere roba troppo forte, credo che mi affiderò a dell’ibuprofene, se proprio il dolore dovesse diventare insopportabile", Jen dice rifiutando il medicinale.

"Non sono antidolorifici, signora Harding, sono integratori di calcio e vitamina D", l’uomo specifica compilando un altro documento, "Un paio di compresse al mattino insieme alla colazione saranno sufficienti"

Judy lancia uno sguardo preoccupato a Jen e le posa delicatamente una mano sul ginocchio, conscia che la donna stia fumando dalla rabbia. La bionda si volta verso di lei fingendo nonchalance, ma la sua faccia livida esprime un desiderio omicida. Judy afferra il flacone ringraziando frettolosamente il medico.

"Ecco la ricevuta per l’assicurazione", l’uomo in camice bianco sorride gentile, ignaro di essere ancora in pericolo di vita.

La mora trascina Jen fuori dallo studio, facendo sempre più fatica a mantenere un atteggiamento serio, le pare quasi di vedere il fumo uscirle dal naso e dalle orecchie.

"Andiamo ragazzi", Jen fa cenno ai figli di avviarsi verso l’uscita, mentre posa un braccio attorno alle spalle di Judy per farsi aiutare. "Dammi un po’ quel cazzo di flacone", ordina acida.

"Jen", Judy l’ammonisce. "Eddai Jude", la bionda insiste. "No, non te lo do, okay? Lo so che finirebbe in quel secchio laggiù", si giustifica mentre camminano, "E io non ho voglia di doverci rovistare dentro per recuperarlo", si giustifica. Jen alza gli occhi al cielo, sconfitta.

"Tra dieci giorni gliela faccio vedere io la cazzo di menopausa a quel ciarlatano! Vediamo che faccia farà quando gli sventolerò un cazzo di tampone usato davanti al muso!", Judy scoppia a ridere immaginandosi la scena, sapendo bene che Jen sarebbe capacissima di metterla in atto. Ma poi la sente sghignazzare piano con una smorfia di dolore.

"Sei ridicola Jen", le dice dolcemente guardandola negli occhi, "Ma ti adoro", aggiunge sorridente.

La bionda le risponde con un sorriso disteso, le stringe la presa sulle spalle e si china per posare la fronte sulla sua.

"Ti adoro anche io", le sussurra lasciandole un leggero bacio sulla punta del naso.

————

"Judy, perché non sei passata dal centro?! Sono le 11.30 del mattino, mica l’ora di punta! Così ci metteremo il doppio del tempo per arrivare a casa!", Charlie si lamenta dal sedile posteriore.

Jen sta per dare man forte al figlio, abbassando ulteriormente lo schienale della sua seduta, ma appena sta per aprire bocca, la mora dice la sua.

"Il viale del centro è pieno di dossi e cunette per via delle radici dei pini, Charlie. Non credo che la schiena e le costole di tua mamma sarebbero tanto contente", Jen si volta a guardarla, commossa. Questa donna continua a sorprenderla sempre, cazzo! A lei non sarebbe mai venuto in mente!

Allunga un braccio e le posa una mano sul ginocchio, aspettando che si volti e con uno sguardo adorante le mima un "Grazie" sorridente. Judy risponde con un sorriso radioso e le stringe la mano, intrecciando le loro dita insieme.

Il piccolo Henry affonda un gomito nelle costole del fratello e lo guarda con occhi felici e un sorriso radioso. Il maggiore alza gli occhi al cielo, fingendosi infastidito e sbuffa una risata.

-Missione compiuta! Sei un genio, Char!-, pensa, immaginando di darsi una gran pacca sulle spalle, fiero di sé. L’aveva quasi sentita arrivare, la critica acida di quella tonta di sua mamma. Meglio anticiparla, lui si era immaginato il motivo di quel percorso alternativo.

————

Le scale sono una gran faticaccia, tanto che per i primi tre giorni, Jen e Judy decidono di comune accordo, -beh quasi, diciamo che Jen si arrende all’insistenza di Judy-, che per la bionda sia meglio sistemarsi nella dependance e per paura di urtarla durante la notte e non lasciare i figli soli, Judy dormirà nella camera principale.

Si ritrovano a chiacchierare al telefono come una volta, fino a tarda notte, aspettando che il sonno vinca su una delle due, solitamente Jen.

Dopo la prima notte, in cui la bionda ha lottato con i cuscini per tentare di trovare una posizione abbastanza comoda da riuscire a riposare, la donna prende una decisione.

"Ehi Jude, vieni qui un momento", la chiama una mattina da bancone della cucina, dopo che i figli sono andati a scuola e la mora è intenta a versarsi il secondo caffè. Si avvicina a Jen, che sposta il suo portatile per permetterle di vedere il sito che sta consultando.

"Oh, hai intenzione di cambiare il letto?", le domanda offrendole la tazza di caffè fumante dalla quale ha appena sorseggiato il contenuto.

"Perché no? Il materasso ha già qualche anno e comincia a darmi problemi alla schiena, e con queste cazzo di costole, riposare lunga distesa è davvero un inferno. Pensavo che magari con una di queste reti che si sollevano e un materasso supertecnologico… che ne dici?", prende un sorso di caffè mentre guarda Judy annuire e le si appannano gli occhiali. Judy glieli toglie, pulisce le lenti con un bordo del suo vestito, glieli riposiziona sul naso e vi lascia un veloce bacio sulla punta.

"Si, perché no? Però fammi contribuire", l’altra esclama alzando un dito per enfatizzare il concetto.

"Ah non se ne parla!", Jen protesta scuotendo il capo.

"Oh… okay… ricevuto. Beh, tornerò a dormire nella dependance, allora", Judy la stuzzica fingendosi triste.

"Cosa?", la bionda esclama trattenendola per un braccio mentre lei tenta di allontanarsi. "Ehi vieni qui, dove vai?", ridacchia attirandola a sé. Le solleva entrambe le braccia finché non le ha allacciate dietro il suo collo e le posa le mani sui fianchi. Judy alza un sopracciglio, in attesa.

"E va bene, furbona!", si arrende alzando gli occhi al cielo. "Okay, si, hai ragione, nostro il letto, nostra la spesa", dichiara guardandola con adorazione. Judy la ringrazia posandole un delicato e morbido bacio sulle labbra.

"E non è solo per la schiena, lo sai, vero?", le sussurra Jen tra le labbra. Sbarazzarsi del letto che ha condiviso per anni col marito e averne uno nuovo tutto per loro, è un po’ come aggiungere valore e importanza a quello che stanno diventando insieme.

"Certo che lo so, piccola", Judy le risponde indugiando ancora tra un bacio e l’altro. "Sei pronta per lavarti?", le domanda poi, tornando al programma della mattinata.

"Si. Fammi completare l’ordine e ti raggiungo!"

————

L’idea di mettere uno sgabello dentro la doccia ha permesso a Jen di lavarsi senza l’aiuto della mora. Jen le è grata per rispettare i suoi tempi.

Judy sa quanto sia difficile per lei, vincere certi blocchi. Anni passati a incassare i rifiuti di un marito che non riusciva a superare il ribrezzo per il suo corpo, avrebbero fatto sentire uno schifo chiunque. L’idea che Ted avrebbe preferito rischiare di vederla morta ma con le sue tette piuttosto che viva al suo fianco le fa ribollire il sangue nelle vene.

Jen sa che non ha niente da temere, da Judy. Ma è difficile superare il trauma, anche se si tratta di Judy.  Ma quasi più che questo, c’è l'idea farsi vedere nuda da lei per una questione di bisogno. Cazzo non vuole che la prima volta che si mostra nuda alla donna di cui è innamorata sia perché ha bisogno di aiuto nella propria cazzo di igiene personale!

Ma Judy sembra capire e condividere questo pensiero, e fortunatamente Jen è abbastanza agile ormai da riuscire a vestirsi, spogliarsi e lavarsi senza il suo aiuto, basta che abbia una sedia e tutto quello che le serve a portata di mano. Così Judy si occupa di farle trovare il bagno della dependance pronto con tutto l’occorrente.

L’unica eccezione, la cura dei capelli, Jen adora farsi asciugare e pettinare i capelli da Judy, e Judy adora mettersi d’impegno in quest’attività. Con Jen seduta a cavalcioni su una sedia, i gomiti appoggiati sullo schienale sul davanti, e lei seduta dietro sul bordo del letto, la prima metà delle loro mattinate passa sempre troppo velocemente.

La mattina in cui arriva il nuovo letto per la camera al piano superiore, Judy riceve una chiamata da un numero a lei sconosciuto.

"Oh, buongiorno Detective!", da un’occhiata a Jen storcendo la bocca, mimando il nome di Perez.

"No, siamo tornate a casa da qualche giorno e Jen sta abbastanza bene, si, sta recuperando in fretta", mentre parla al telefono, mantiene il contatto visivo con la bionda e le sorride per rassicurarla, il tono di Perez sembra tranquillo.

"Oh, ma certo, grazie dell’informazione, a presto Detective", Judy porge il telefono a Jen, facendole segno che Perez desidera scambiare due parole con lei. Prende timorosa il dispositivo e se lo avvicina all’orecchio, salutando il detective ne tono più rilassato di cui è capace.

"Oh, okay. No, no. Senta Detective, abbiamo passato un periodo difficile, la mia famiglia ed io vogliamo solo andare avanti. Chi cazzo se ne frega, siamo vive, grazie al cielo. Vogliamo solo stare insieme ed essere serene", un lungo silenzio aleggia nell’aria prima che Jen finalmente ringrazi e saluti la poliziotta e metta fine alla chiamata.

Jen abbraccia d’istinto Judy ed emette un sonoro e doloroso sospiro di sollievo. "Giorni fa hanno trovato Steve. Hanno attribuito l’omicidio ai Greci. Il caso è chiuso", le sussurra all’orecchio mentre i due operai nella stanza si scambiano un’occhiata d’intesa. Judy è contenta che Jen sia di spalle e non li abbia visti, altrimenti li avrebbe sistemati. Per un secondo le ritorna alla mente la figura da poveraccio di quello sfigato alla festa di matrimonio in cui si erano imbucate nell’Antelope Valley.

"Oh mio Dio, mi scusi?! Non lo vede che siamo parecchio impegnate? Le sembra che la mia amica abbia voglia di ballare? Le serve un disegnino, stronzo?"

"Oh, Dio, grazie al cielo!", Judy esala sollevata stringendo Jen un po’ troppo energicamente. Jen fa una smorfia di dolore ma non si lamenta, raggiunge un braccio della donna e allenta la presa dolcemente.

"Scusa, ero soprappensiero", l’altra commenta accorgendosi solo in quel momento della svista.

"Mi ha anche detto che non ci sono tracce del responsabile del nostro incidente", la bionda aggiunge poco interessata.

"Si me lo ha accennato, hai fatto bene a chiarire la nostra posizione. Vaffanculo allo stronzo, che si fotta, giusto?"

"Judy… modera il linguaggio, sembri me!", Jen scherza facendola ridere di gusto.

————

"Sangue di Giuda?", Jen lancia un’occhiata dubbiosa a Judy.

"Si, sapete, il mio amico Sergio, è italiano, è venuto a trovarmi un po’ di tempo fa e mi ha portato questo fantastico vino! Lo producono in una zona della bassa Lombardia, a sud del fiume Po. È un vino da dessert, nello specifico e così ho pensato che sarebbe perfetto con la tua crostata di ciliegie, Judy! Sangue di Giuda, Crostata di Judy, suona bene, no?", Karen cinguetta davanti alla soglia.

"Oh, grazie del pensiero Karen! Non vediamo l’ora di assaggiarlo!", Judy alza la voce per sovrastare il "ew" che sfugge dalla bocca della bionda all’assonanza tra il Sangue, Giuda e Judy.

"Sai che facciamo, Karen? La prossima volta che Judy farà la sua famosa crostata di ciliegie, ti chiamiamo e ce lo gustiamo insieme, che ne dici?", Jen taglia corto fingendo un sorriso radioso.

"Okay! Ci conto! Bentornate a casa, ragazze! A presto!", la vicina le saluta soddisfatta, allontanandosi prima che la padrona di casa le sbatta la porta in faccia come suo solito.

"Dicevi sul serio?", Judy domanda stupita dalla proposta di Jen.

"Certo che no!", la bionda scherza facendole l’occhiolino.

"A chi cazzo può venire in mente di chiamare il suo vino Sangue di Giuda?", commenta con esuberanza.

"Dai, andiamo a rifare il nostro fantastico letto! Non ho più intenzione di dormire senza di te nella dependance!", la sprona prendendola per mano e affrontando le scale, ormai non più inaccessibili alle sue gambe.