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E il lago ascoltava

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Il lago scintilla sotto la luna, uno specchio per le stelle nella notte più breve dell'anno. I laghi non compiono grandi imprese, ma guardano e ascoltano. E questo lago guarda dipanarsi il piano di Odile, un piano così perfettamente folle che potrebbe perfino funzionare.

C'è un grande ballo stanotte, al castello in riva al lago. Un ballo in maschera per la notte di mezza estate, un lungo crepuscolo di danze e banchetti prima delle poche ore di oscurità. I quattro ingranaggi del piano sono pronti ad entrare in movimento, sanno che ci sarà poco tempo per agire. Il lago è immobile e sembra trattenere il fiato, sospeso in attesa.

Il principe Siegfried ha danzato con ogni dama della corte. Sorride e suda. Tutti sanno che stanotte annuncerà ufficialmente il suo fidanzamento, gli lanciano occhiate solidali e tentano di nascondere la curiosità. Nessuno ha capito niente.
Il giovane cortigiano dalla pelle d'ebano alimenta indiscriminatamente ogni singolo pettegolezzo e si assicura che la corte si interroghi sull'identità della futura regina. Quando il momento arriverà, vogliono tutti gli occhi su Siegfried. Sarà un gioco di prestigio, il migliore di tutti.
La principessa straniera indossa un abito splendido, perle e raso scintillante, e una maschera di piume di cigno. Si muove da una sala all'altra con passo aggraziato, silenziosa e sicura di sé. Nessuno nota il tremore delle sue dita sul corrimano dello scalone.
La figlia del precettore finisce di allacciare l'abito maledettamente scomodo e recupera la maschera bianca dal cassetto. Prende fiato e ascolta, aspetta i rintocchi solenni della torre. L’orologio non ha fretta, forse non sa quanto è importante stanotte. Pochi istanti e avrà inizio il caos.

La torre batte il dodicesimo rintocco.
La corte si riunisce, sete e broccati si specchiano fra le mille candele del padiglione estivo, nell'acqua nera di notte.
Il principe tende la mano alla giovane dama vestita di raso candido, la sua voce esita sulle prime parole del suo discorso ma poi prende sicurezza. Di tanto in tanto i suoi occhi sembrano fissarsi per un attimo su un punto alle spalle della principessa straniera, nella folla indistinta di cortigiani.
"Ed è una grande gioia per me, al cospetto di questa corte e di sua maestà mia madre, chiedere ufficialmente la mano della principessa Odette del regno di-"
Un grido si divora il finale del discorso, perfettamente in orario. La folla si apre, e all'estremità opposta del padiglione si staglia una figura solitaria. Una giovane donna in un abito di raso e perle, la maschera di piume di cigno sul viso. Il principe guarda l'una e poi l'altra, confuso. La corte mormora, poi parlotta, poi strepita. Che sta succedendo? Due principesse identiche?
Le due Odette gridano, il principe tentenna, la regina è diventata pallida come la luna. Nessuno sa che pesci pigliare, a maggior ragione perché tutti i presenti sono aristocratici e dunque poco abituati al pensiero e all'azione diretta. Tutto procede come da programma.

Odile incrocia lo sguardo di Odette sotto le due maschere identiche. È il momento di rischio più alto, non si può sbagliare ora. Un bel respiro ed ecco le mani di Odette sulle spalle, ecco che l'equilibrio è irrimediabilmente perduto, ecco l'istante in cui sembra di volare… Ecco il lago nero che l'avvolge e lo spruzzo che ricade in gocce rilucenti, mille e mille candele.

Una maschera bianca galleggia sulla superficie di nuovo calma. Il vecchio Van Rothbart chiude gli occhi e rivolge alle stelle una preghiera muta, una supplica allo spazio oscuro fra i punti di luce. Silliya, veglia sulla nostra bambina. Silliya, amore mio, aiutami. Poi riapre gli occhi e avanza con decisione nel cerchio di luce. Reciterà la sua parte, per la sua Odile e per gli altri che ha visto crescere e ridere e innamorarsi. Il prezzo è alto, ma ogni felicità si paga.

Uno sconosciuto con una luce febbrile negli occhi verdi si fa largo tra i cortigiani, prende per un braccio la dama in bianco rimasta immobile, attonita, sul ciglio del padiglione. La corte strepita. Dunque la falsa Odette era la figlia del precettore? Doveva essere un piano per accalappiare il principe e mettere le mani sul regno. Ma una ragazza plebea non potrebbe mai architettare qualcosa del genere da sola, deve avere l'appoggio di qualcuno a corte.

Né il vecchio né la giovane in bianco sono grandi attori, ma Valerius lo è. La corte pende dalle sue labbra, sono anni che costruisce meticolosamente il suo ruolo. Con abilità semina il dubbio e il sospetto, getta sterpi sul fuoco già divampante del disordine e dell'incertezza. La corte strepita, poi protesta, poi grida. Nessuno capisce niente. Nessuno si accorge che il vecchio e la dama sono spariti, finché il principe Siegfried non alza la voce per invitare tutti a rientrare al castello. Calmo e sicuro di sé, promette che la questione sarà risolta. Chiede un volontario per andare alla casetta del precettore e fare giustizia. Valerius avanza, pronto, come se non aspettasse altro che un'occasione per provare il suo valore.

La regina pallida come la luna si lascia scortare nelle sue stanze. La corte si scambia occhiate accusatorie, si divide in fazioni, si disperde borbottando fra i saloni. Poi torna il silenzio, perché il silenzio torna sempre.

La notte più corta dell’anno copre ancora il castello, è un manto d’ossidiana che le candele s’illudono di disperdere per un breve istante. Qualcosa spezza il silenzio e la superficie del lago, un viso pallido e stremato dalla fatica, un abito di raso bianco fradicio e pesante, così pesante. Odile ha temuto di non farcela. Ma è quasi arrivata ormai, ed ecco che dal buio del bosco si stacca un’ombra, un pezzetto di notte che le corre incontro nell’acqua bassa, ed ecco due braccia tiepide del vento d’estate che la sollevano, la stringono su un seno di cui conosce a memoria ogni palpito, ogni sussulto. Odette ha temuto che non ce la facesse. Ma adesso è qui, e l’acqua non fa più paura.

Nella casetta fra i tronchi, Siegfried e Valerius sparano un colpo ciascuno dalla finestra. Più tardi diranno alla corte riunita che giustizia è fatta, e nessuno si farà domande. Gli aristocratici sono poco abituati al pensiero autonomo, per fortuna. Il vecchio Van Rothbart li guarda con gli occhi lucidi, li abbraccia un’ultima volta, questi bambini a cui ha insegnato a contare e che ormai sono uomini.

“Trovate qualcuno che prenda il mio posto. Mi seccherebbe che tutti questi libri finissero abbandonati, e poi bisogna pensare al bene dei bambini.”

Valerius lo rassicura, promette che ci penserà lui. Con la mano stretta in quella di Siegfried tutto è possibile, e ora che hanno vinto la battaglia si può iniziare a sperare che la guerra non sia davvero persa in partenza. Si aggrappa a questo scampolo di paradiso, e stavolta non ha intenzione di lasciare la presa. Non vuole cadere di nuovo. Stavolta ha un po’ paura.

“Con lo scandalo che tirerà su il presunto annegamento di Odette, per un po’ non si parlerà più di matrimonio. Ma il mondo è pieno di principesse, e prima o poi…”
“Non dirlo nemmeno. Non c’è nessuna principessa nel mio futuro, e tu lo sai.”

Siegfried guarda Valerius, gli occhi blu quasi febbrili. Dimmi che lo sai. Dimmi che sei sicuro di me, di noi. Gli risponde un sorriso, un bacio che per la prima volta si prende tutto il tempo del mondo. Adesso ce l’hanno. E Siegfried si sente immortale. Sa che con Valerius accanto non dovrà mai guardarsi le spalle. Sa, in quel luogo remoto dentro di sé in cui si sanno le cose terribili, che stanotte si è messo in moto qualcosa di grande. Il masso rotola a valle sempre più veloce, e Siegfried non vede l’ora di scoprire cosa si potrà costruire sulle macerie, nella sua scia.

Odette e Odile rientrano ora dal lago, con gli occhi brillanti di fatica, di paura, e di trionfo. Mentre Odile sparisce nella sua stanza per indossare un abito asciutto, Odette si liscia nervosamente la gonna di raso nero, giocherella con l’orlo del cappuccio che l’ha tenuta nascosta nel buio fino a un attimo fa. Non sa se ringraziare o scusarsi.

“Dove andrete ora, Odette?”
Odette non esita, ci ha pensato a lungo e sa che c’è un solo posto dove portare Odile e suo padre.
“A casa mia. Con un po’ di fortuna, i miei saranno felici di vedermi.”
“E se non lo sono?”
“Beh, ormai sarò lì e non potranno farci granché. E poi, ho tutta la famiglia che mi serve.”

Arrossisce, abbassa gli occhi. Non ammette quanto la renda immensamente felice la mano paterna di Van Rothbart sulla sua spalla, il bacio leggero sulla sua guancia che Odile deposita passando, senza pensare, come se non ci fosse cosa più naturale al mondo. Non lo ammette perché non ha voce, ma le lacrime nei suoi occhi scuri parlano per lei.

“Odette, devo confessarti una cosa. Tutte quelle storie che ti raccontavo, quando eravamo bambine… non le ho mai davvero inventate io.”
Odile non saprebbe dire perché le siano uscite di bocca queste parole e non altre. Forse era semplicemente arrivato il momento, o forse il tuffo nel lago le ha infradiciato i pensieri, o magari era sbagliato andarsene da qui e lasciare in sospeso il suo segreto. Odette ascolta, e ride. Eccola, quella sua risata singhiozzante che le toglie il respiro, e un po’ lo toglie anche a Odile.
“Lo so. Lo sapevo.”
“Davvero?”
“Sì. Ma erano più belle quando le raccontavi tu.”

L’alba tinge il cielo di rosa e di nebbia. La notte più breve dell’anno volge al termine, e con lei la nostra storia. È tempo di scrivere il finale, e per i nostri quattro protagonisti è tempo di scrivere qualcosa di nuovo, qualcosa che non potrà mai essere raccontato se non dalle loro voci.

Un principe cammina con più sicurezza al fianco dell’uomo che ama, pronto a svolgere il filo di una menzogna per salvare la cosa più vera di tutte, pronto a prendere il suo posto in un mondo che finalmente sa di poter domare.
Una principessa e una giovane dama in abiti di raso e perle, maschere di piume nere sul viso, si stringono forte le mani mentre la carrozza senza insegne si allontana verso il mistero di un nuovo giorno.
Un vecchio precettore, con il cuore gonfio di dolore e gli occhi scintillanti di orgoglio, abbandona la sua casa e i bambini che ha visto crescere nel nome della felicità di un’amatissima figlia.
Un volo di cigni s’innalza nel cielo sempre più azzurro.
Un lago silenzioso scintilla nel doppio chiarore dell’alba e delle candele, e si prepara ad ascoltare la prossima storia.