Actions

Work Header

E il lago ascoltava

Chapter Text

Odette ha sette anni e viene da lontano, o almeno a lei sembra di sì. I suoi genitori l'hanno spedita via con una carrozza, una balia, e un carro intero di bauli che non è curiosa di aprire. È normale, fra re e regine, siglare un'alleanza scambiandosi false promesse e i propri figli. Odette ricorda di aver avuto paura, di aver pianto a lungo con il visino nascosto nel seno della balia. Ricorda una bimbetta magra con il naso sporco di farina che l'ha guardata arrivare con due occhi grigi e curiosi, e le ha sorriso. Poi un bambino sconosciuto l'ha presa per mano e le ha detto:
"Su, basta frignare, guarda che un lago ce l'abbiamo già. Sei una principessa o un fiume?"
E quel bambino aveva un sorriso storto e le mani calde e si chiamava Siegfried, e Odette è andata a giocare al lago con lui e con la bimbetta magra e con tanti tanti altri, e ha smesso di piangere.

Odette ha dieci anni, e non ha più paura adesso. Il palazzo in riva al lago è la sua casa. Il principe Siegfried si pavoneggia dall'alto della sua dodicesima estate, ma lei ha due gomiti ossuti e trentadue denti sanissimi, e nessuna paura di usarli sull'erede al trono. Essere amici era più facile una volta, ma adesso lei è "una ragazza" e non ci si può fare granché. La prende con filosofia, e quando i graffi o la solitudine fanno troppo male può sempre scappare al lago con la bambina magra dagli occhi grigi. Odile inventa sempre i giochi migliori, racconta le storie più avvincenti, e il lago luccica al sole proprio come i suoi occhi, o forse è il contrario. Con lei si può ridere e ridere, talmente tanto che ci si dimentica come si fa a essere tristi.

Odette ha tredici anni, e ha rinunciato a tentare. Siegfried non vuole più essere suo amico, e preferisce andarsene a caccia con Valerius e gli altri. Quando sono costretti nella stessa stanza per più di qualche minuto non fanno che punzecchiarsi e lanciarsi occhiatacce. Odette non ha bisogno di lui, e impara presto l'arte tutta femminile di fingere un'emicrania per sottrarsi agli interminabili tè nel salottino della regina e correre in cerca di Odile. Odile è triste ultimamente. Sorride a Odette con gli occhi grigi e lucidi, e stringe la sua mano con una forza nervosa che prima non c'era, e ogni sera in riva al lago la saluta abbracciandola stretta, a lungo, come se non dovessero vedersi più. Odette non vuole vederla triste, e non le confessa che lei non ha paura di niente, mai - di niente, tranne che di quel lago scuro e grigio e triste che si spalanca dietro gli occhi di Odile quando devono separarsi. Odette torna da lei, sempre.

Odette ha sedici anni e molte cose stanno cambiando. Siegfried sembra finalmente uscito da quella sua fase di irrimediabile stupidità, e i due si ritrovano a fare fronte comune per sopravvivere all'incoercibile noia della vita adulta a palazzo. La loro amicizia riparte a passetti goffi e incerti, come un anatroccolo appena uscito dall'uovo: un'occhiata complice qui, una risatina nascosta da un colpo di tosse là. Poi un giorno si guardano negli occhi, e all'improvviso è facile. L'anatroccolo ha imparato a nuotare.

"Vogliono che ci sposiamo."
Arriva così, dal niente. Odette si volta di scatto e Siegfried è calmo, come se parlasse di qualcun altro. Fa così solo quando ha paura, e Odette lo sa. Lei non ha paura, è solo che non capisce. Le dà fastidio non capire.
"E me lo dici così? E me lo dici ora? Non è che adesso mi volto e c'è il vescovo in salotto, vero?"
"Non fare la vipera. Non dobbiamo sposarci subito, fra qualche anno. Quando ne avrò ventuno e tu diciannove."
"Ah."
"Già."
Pausa. Imbarazzo. Cosa si dice in questa situazione? Odette non sa se ringraziare o scusarsi.
"Possiamo ancora essere amici, però. Anche da sposati. E poi chissà, magari cambiano idea."
Siegfried tentenna, sembra che voglia convincere più che altro se stesso. Odette non sa cosa pensare, non sa cosa significhi essere sposati, non sa se si possa essere amici quando si è re e regina. E allora fa quello che fa sempre, quando una domanda le si rigira in testa senza trovare risposta. Corre da Odile.

Odile sa sempre tutto. Suo padre è il precettore di corte, e l'ha cresciuta da solo fra i suoi libri e le sue mappe. Odette sa che dovrebbe smettere di cercarla, di vederla, di avere bisogno di lei. È una donna ormai, una principessa, e presto una donna sposata. Ma non sa come fare, e sotto sotto non vuole saperlo. Odile è un sorriso che brilla in quegli occhi grigi così belli e illumina la stanza, è una voce calma e ferma che le raddrizza i pensieri, è una mano gentile fra i suoi capelli, o ruvida nella sua. Senza di lei, il mondo non varrebbe la metà.

Odile sa sempre tutto, anche oggi. Nella sua soffitta profumata di legno, sedute strette sul lettino imbottito di paglia, la voce bassa ma sicura di Odile rivela misteri spaventosi e attraenti al tempo stesso. Gli occhi di Odette si perdono fuori, cercano il lago, come se potesse affondarci il viso e spegnere lo stupido rossore delle sue guance.

"Non devi avere paura, o almeno devi cercare di non averne. Non fa più male, quando smetti di avere paura. È più facile."
"Io non ho paura, Odile. È solo che non ho capito. Cosa si deve fare esattamente?"
"Si chiudono gli occhi e si fa un bel respiro profondo."
"Così?"
"Sì."
"E poi cosa succede?"
Odile sorride ma questa volta non le brillano gli occhi. Sembra stanca e preoccupata, e Odette si sente improvvisamente sciocca. Abbassa gli occhi, lottando con le lacrime brucianti di vergogna. Le dita di Odile cercano le sue.
"Vuoi che ti faccia vedere? Così capisci, e non avrai paura quando sposerai il tuo principe."

Odette alza gli occhi di scatto, ma stavolta è un Odile che non la guarda. È arrossita e fissa le loro dita intrecciate sul lenzuolo, un po' incerta e un po' triste. Odette non sopporta di vederla triste. Sono già sedute così vicine, che le basta l'ombra di un gesto per posare le labbra sulla sua guancia tiepida, come quando erano bambine. E poi basta lo spazio di un respiro perché quelle labbra trovino la bocca di Odile, esitante e poi speranzosa e poi disperata. E Odette la stringe forte, come in quelle sere di lunghi addii quando sembrava che un abisso potesse scavarsi fra loro in una notte. Non me ne vado, sono qui, sono qui.
"Se ti spaventi dimmelo, mi fermo. Prometto. Mi fermo."
Lo dice piano, Odile, come una preghiera. Ti prego, non avere paura di me. Ti prego, non negarmi questo momento. Ti prego. Ma proprio non si può avere paura di Odile, non dopo tutti questi anni.

Odette ha quasi diciannove anni, e fa del suo meglio per dimenticare che la sua felicità è temporanea. Per adesso i giorni sono pieni di sole e di risate fra gli spruzzi del lago, e le notti sono piene di attesa e di sospiri segreti, e del gusto di Odile sulla lingua. E se qualche notte, man mano che il suo compleanno si avvicina, Odette dorme un po' di meno, se affonda le unghie un po' più forte in quella pelle bruna di sole, se spia i primi segnali dell'aurora con un nodo allo stomaco, né lei né Odile ne parlano. Non servirebbe a nulla. Il tempo fa il suo mestiere, che lo si conti ad alta voce o no.

"Allora, che ne dici?"
"Dico che lo facciamo."
"Sicura?"
"Sì."