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Your lips taste like wine, I want to get drunk.

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La notte brillava, osservare il cielo di Napoli ammantato di stelle però lasciava in fondo al cuore di Mista soltanto malinconia; dalle labbra increspate liberò un sospiro e abbandonò lentamente i giardini fioriti della villa di Passione. Rientrato nell'ampio salone ricercò con lo sguardo un angolo appartato, per concedersi qualche momento di solitudine durante quella sera di fine Luglio, intanto che attorno a lui colleghi e amici festeggiavano con gioia il fidanzamento di Bucciarati e Abbacchio.
I due gangster ci avevano messo tre caotici anni, dopo aver sconfitto Diavolo e ricostituito l'organizzazione dalle fondamenta, per capire di voler trascorrere il resto della vita che gli rimaneva insieme.
Breve o lunga fosse stata.
Sbuffò una risata nervosa, adocchiando il tavolino dei superalcolici e raggiungendolo.
Ammise a se stesso che aveva trovato divertente impicciarsi delle questioni amorose dei due uomini più grandi con la complicità di Trish e Narancia; ciò lo aveva aiutato a distrarsi e scacciare dalla testa qualsiasi altro pensiero. Talmente concentrato sulla vita sentimentale degli altri da rimanere cieco e sordo alla propria.
Peccato quel gioco non fosse durato in eterno.
Abbassò il viso al calice di vino, ignorando le sporadiche e distanti risate di Narancia. Conoscendolo stava irritando Fugo in qualche modo, non c'era un giorno sereno con quei due sempre pronti a bisticciare.
Riempì un'altra volta il bicchiere.
Bucciarati gli aveva detto di star esagerando mezz'ora prima e, non fosse stato sull'orlo del precipizio, stuzzicato alla schiena da un bastoncino di metallo e costretto ad avanzare verso il vuoto, magari lo avrebbe anche ascoltato.
Ma Mista era stanco e con un gran male alle tempie, quindi avrebbe affogato tutto nell'alcool.
Afferrò direttamente la bottiglia di Lambrusco e sedette sulla sedia a gambe larghe. I Sex Pistols si erano fiondati nell'immediato al buffet, perciò per un poco non lo avrebbero disturbato con i loro capricci. Sperò nel frattempo N.3 non trattasse troppo male N.5.
Vagamente si domandò quanto ancora sarebbe durato lo strazio.
Esser stato nominato guardia del corpo ufficiale di Don Giovanna lo avrebbe portato all'esaurimento nervoso, visto che doveva costantemente tenergli gli occhi addosso e, quella notte, il suo capo appariva persino più affascinante del solito. L'elegante abito bianco, con ricamate viti d'oro su gambe e parte del torace, gli donava terribilmente e più le ore passavano più Guido lo guardava con un desiderio che soltanto un cieco non avrebbe notato.
Sentendo l'amarezza invadere di nuovo la lingua bestemmiò, s'attaccò al collo di vetro e buttò giù l'ennesimo sorso.
Indispettito grattò i capelli da sopra il berretto rosso. Non aveva sprecato tempo a cambiarsi e si era presentato alla festa vestito proprio come al solito, senza la minima intenzione di far alcuno sforzo per mostrarsi in maniera diversa agli altri.
Poco gli importava dell'apparenza, seppur Fugo appena arrivato lo aveva guardato come si osserva un selvaggio riportato alla civiltà: pietà e disgusto insieme.
Stronzo. Poteva almeno apprezzare il fatto che si fosse lavato.
Gli lanciò uno sguardo sbieco e cupo quando, forse attirato dalle maledizioni che gli lanciava a mezza bocca, Pannacotta lo raggiunse.
«Stai esagerando» affermò con il solito tono da maestrina.
«Che tu v'oi?».
Fugo ignorò la domanda. Dal tavolino delle bevande scelse accuratamente un superalcolico e, per qualche istante, parve concentrarsi sul colore ambrato del bourbon; bagnò le labbra, apparendo soddisfatto del sapore dolciastro del liquore, poi infilò la mano nella tasca dei pantaloni neri, stranamente quella sera aveva optato per un completo elegante senza fori, e di nuovo sollevò il mento in sua direzione.
«Sei ubriaco e non stai facendo il tuo lavoro. Ci siamo dovuti occupare del capo io e Narancia».
Mista grugnì in risposta: «Fallo te se tu ti senti parecchio bravo, ti lascio pure i' posto».
«Non intendevo...» si bloccò, dopodiché cambiò argomentazione «Cerca almeno di non rovinare la serata a Bucciarati e Abbacchio, dopo tutto quello che è accaduto meritano un po' di pace. E anche tu, se ti togliessi la testa dal culo» celiò, affilando lo sguardo ametista.
«Non voglio rompe i' cazzo a nessuno, Panni».
Era sincero. Desiderava soltanto continuare a bere e magari svenire da qualche parte.
Spossato seguì i movimenti del collo di Fugo mentre indicava dietro di sé con un sorriso abbozzato, le gote un pochino arrossate, per nulla abituato a sentirsi chiamare dagli amici con il vecchio soprannome che, raccontò loro, aveva usato sua nonna quand'era piccino.
«Perché non ti unisci a noi? Se crolli ti riportiamo in camera».
In difficoltà, Mista mise a fuoco Narancia, Trish e Giorno a qualche metro di distanza, impegnati in una fitta conversazione, giacché le voci dei primi due si sentivano squillanti e chiare sin lì; per un attimo gli sembrò quasi d'incrociare un paio di brillanti occhi turchesi, al che distolse lo sguardo e trangugiò un altro sorso di vino.
«Non mi garba l'idea».
«Se la cambi sai dove trovarci».
Lo vide allontanarsi com'era arrivato, raggiungere gli altri e posare amichevole la mano sulla spalla di Giorno. Guido affilò lo sguardo a quel gesto, notò come il più giovane si fosse subito voltato verso Fugo per chiedergli qualcosa e, alla risposta, piegare le labbra in una smorfia scontenta.
Strinse con forza la bottiglia.
«Che due coglioni» biascicò, bere aveva iniziato a dargli la nausea. La fronte sudata e calda, così senza pensarci tolse il cappello, provando a trovare un minimo di sollievo.
Le iridi ossidiana indugiarono di nuovo sul gruppo d'amici: Giorno stava cercando di rifiutare l'ennesimo bicchiere da Narancia, intanto che Trish e Pannacotta lo incitavano ad accettarlo.
Sembravano divertirsi, eppure il sorriso di circostanza che il giovane rivolgeva loro lo fece imbufalire.
Da quando era diventato il capo di Passione gli pareva più composto, lontano. Non si sarebbe mai abbassato a camminare al suo fianco, o a quello di qualsiasi altro, ormai nemmeno poteva esser definito un semplice umano.
Mista sapeva non lo avrebbe mai meritato, o avuto come agognava da tempo indefinito e divenuto man mano insopportabile. Il solo sfiorare quell'eterea fonte di luce lo avrebbe ustionato.
Doveva distogliere lo sguardo, ma gli occhi stavano già bruciando mentre percorreva il corpo affusolato del ragazzo coperto dalla stoffa leggera di quel vestito candido, addosso a lui indecente, fin troppo provocante; la seta, simile a seconda pelle, accentuava le curve naturali e i muscoli delle cosce, il sedere magro leggermente rialzato e la vita stretta nemmeno fosse stato un modello di Vogue Italia.
Le mani tremarono indegnamente dalla voglia di spogliarlo, sentire la trama della pelle liscia e compatta.
Abbassò le palpebre, interrompendo per una buona volta il contatto visivo.
La gola tornata secca gli ricordò il bisogno di bere, allorché barcollando si alzò dalla sedia e poi versò nel primo calice pulito trovato tre dita di whisky. Lo annusò, provò a buttarne giù un sorso e fece una smorfia seccata. Pareva piscio, gli serviva del ghiaccio.
Avanzò a tentoni al centro della sala, con la vaga consapevolezza di star attirando l'attenzione degli altri su di sé.
«Boia, deh, Sheila» la afferrò per un polso «che te sai dirmi dove avete collocato i' ghiaccio?».
La ragazza indicò il tavolo degli stuzzichini, e propose: «Vuole l'accompagni, Mista?».
«Faccio da me».
Le rivolse un sorriso, dopodiché puntò un'altra volta alla sua meta; arrivato provò senza molto successo a prendere qualche cubetto, bestemmiando contro i bastardi che sembravano divertirsi a scivolare via come anguille, finché una mano pallida e affusolata non gli tolse le pinze e riempì il bicchiere al suo posto.
Mista scrutò le dita contratte sulla posata, risalì alla manica della veste bianca, il torace magro e scoperto al centro del petto e alla fine il viso affilato, le cui guance erano colorate da una tenue spolverata di rosa.
Inebetito si concentrò sulle labbra piene e lucide di Giorno, rimase affascinato dai movimenti pacati mentre beveva un sorso del suo drink e, senza mai distogliere lo sguardo, buttò giù il proprio d'un fiato.
«Grazie, Boss» parlò rauco. Scacciò la sensazione irritante e s'allungò per prendere una nuova bottiglia di liquore da portare all'angolino in cui s'era stabilito quella sera.
Un'improvvisa pressione sul braccio lo fermò.
Inclinò il collo verso il ragazzo, più rosso di qualche secondo prima stringeva forte la stoffa della maglia blu, strattonandolo all'indietro.
«Forse è meglio di no».
«È un ordine?» domandò con sarcasmo.
La determinazione negli occhi verdi vacillò alla freddezza dimostrata, però si riprese subito dopo e dichiarò onesto: «Sono preoccupato per te, da quando è iniziata la festa non fai altro che bere».
Mista venne colpito da un bizzarro quanto apprezzato calore al centro del petto, alla riflessione, forse dovuta alla mancanza di lucidità, che Giorno lo avesse tenuto sotto osservazione tutta la notte e in quel momento fosse lì per prendersi cura di lui.
Euforico della scoperta gli circondò le spalle, senza rinunciare ad afferrare anche il rum.
«Deh, vieni con me» propose ridendo alticcio.
«Come mai d'improvviso vuoi la mia compagnia?» gli chiese, sembrava piccato.
Teneramente appoggiò la fronte sulla sua, attento ai boccoli dorati e, malgrado rimase sorpreso di vederlo prendere fuoco a quel gesto, dichiarò: «Adoro la tua compagnia, e così te puoi controllarmi».
Giorno annuì, timido.
La consapevolezza che il suo capo lo stesse seguendo docile, circondandogli perfino la vita per aiutarlo a camminare dritto, lo galvanizzò al punto che, accennando un sorriso più affettuoso, scollegò completamente il cervello dalla bocca, lasciandosi sfuggire: «Sei bellissimo stasera. Maremma, in realtà lo sei sempre, ma stasera... porca troia se mi togli il fiato!».
Giorno si fermò, sconvolto, «Sei serio?».
Iniziò a sudare.
Merda, aveva parlato troppo.
Il peggio però era che, pur volendo, non riusciva in alcun modo a fermare la lingua, ormai l'alcool ingerito agiva al posto suo: «Non ce li hai gli specchi in camera, Gio? Chiunque possieda un paio d'occhi funzionanti si rende conto di quanto sei bono».
Il clima divenne teso tra di loro, almeno finché non trasalì al sentirsi carezzare il fianco scoperto; curioso studiò meglio l'espressione fattasi lusingata e un pizzico in imbarazzo dell'altro.
«Potrebbero dirlo anche di te, Guido» soffiò, le dita fredde continuavano a tracciare la pelle abbronzata.
«Che tu dici?» si grattò i capelli, a disagio «Non c'è paragone».
Il corpo al suo fianco s'irrigidì, subito dopo tornò in un attimo a rilassarsi e gli sembrò quasi gli si stesse premendo un pochino di più contro. Adocchiò di nuovo il profilo elegante, illuminato da un piccolissimo sorriso a fior di labbra.
«Ti dimostrerò quanto sbagli».
«E come?».
Il sopracciglio biondo scattò verso l'alto. «A tempo debito».
«Vuoi punirmi?» rise.
«No, ma...» non continuò, si guardò attorno e chiese «Dove stiamo andando?».
Mista lo trascinò in corridoio, verso le scale che davano al piano di sopra, informandolo: «In camera mia! Ho sgraffignato un'intera bottiglia di rum, micetto, se Abbacchio se ne accorge semo der gatto».
Tentò di mettere un piede davanti all'altro, riscontrando più difficoltà di quel che credeva.
Ancora una volta Giorno lo prese a braccetto, sospirando: «Te lo ripeto: devi smettere di bere, e poi alle volte non capisco metà di quello che dici...».
«Io e te non abbiamo ancora brindato» si lagnò.
«A cosa vorresti brindare?».
Nel frattempo erano finalmente arrivati alla fine della scalinata e, una volta dinnanzi la stanza di Guido, quest'ultimo si chinò, a pochi centimetri dalla bocca socchiusa e invitante. Lo guardò concentrato negli occhi, erano grandi e languidi, a differenza di quel che mostrava evidentemente neanche lui era troppo lucido.
«Boia, domanda difficile» gli carezzò l'anca e lo attirò più vicino «Mamma e papà si sposano, brindiamo a loro, o...» ridacchiò, incespicò sui piedi e finì per appoggiare la fronte nell'incavo della clavicola.
Come immaginava aveva un buon profumo, sapeva di primavera.
«A noi, Gio, brindiamo a noi due» riprese, premendo un bacio su quel punto.
Avvertì Giorno esitare ma fu soltanto per un momento; lo aiutò a varcare la soglia, richiuse la porta alle spalle e dopo lo spinse a sedersi sul letto. Tutto ciò fregandogli la bottiglia d'alcool dalle mani e appoggiandola sul comodino.
«Stai vaneggiando. Hai bisogno di riposo».
Mista arricciò il naso con indignazione, sbuffando: «No, amore mio, sono quasi sicuro di aver bisogno di bere un altro sorso».
Nonostante avesse parlato con sarcasmo, il peso di quella frase arrivò ad investirlo dritto come un treno in corsa, lasciandogli la soffocante sensazione di un macigno che gli schiacciava lo sterno e spezzava il respiro. L'impossibilità di distogliere lo sguardo, per provare ad impedirgli di capire quanto sul serio intendesse ciò che gli era sfuggito, lo uccideva.
Le tempie pulsavano e l'adrenalina pompata nel sangue lo rese lucido.
Per questo notò l'espressione neutra di Giorno rompersi, gli occhi chiari e grandi sgranarsi dapprima in confusione e poi luccicare di euforia, alla fine catturò il labbro fra i denti e un lampo di tristezza e rassegnazione mutò ancora il suo viso.
Leggere tutte quelle emozioni lasciò più domande che risposte.
«Ora sono io ad aver bisogno di ubriacarmi» disse, rompendo il contatto visivo.
Mista inumidì le labbra secche con un sorso, dopodiché gli allungò la bottiglia.
«Facciamolo insieme!» esclamò con un sorriso.
Giorno gli si sedette a fianco e si attaccò al collo di vetro senza pensarci due volte.
Il maggiore aggrottò la fronte, una parte di sé lievemente in ansia all'appurare che, forse, stava esagerando a scolarsi quasi d'un colpo tutto il liquore; gli sfiorò la spalla, richiamandolo: «Micio, se continui così svieni».
Lui sputacchiò una risata: «È la seconda volta che mi paragoni ad un gatto».
«Perché lo sei» gli fregò la bottiglia dalle mani e bevve di nuovo anche lui, subito dopo la poggiò sul comodino e pulì le labbra con la manica della maglia «Dobbiamo fare baldoria, mica finire al pronto soccorso».
«Con me?» piegò la bocca in un piccolo broncio «Io sono noioso».
Mista gonfiò le guance per non scoppiare a ridergli in faccia; sporse il busto in avanti e pigiò il naso su quello arrossato, lo sfregò dolce su questo, intanto che lo rassicurava carezzandogli i capelli.
«Sei ganzo! O meglio: sei adorabile» confessò, posando le labbra sulla punta ormai infuocata.
Il mugolio d'apprezzamento sfuggito a Giorno gli provocò uno spasmo alle mani che, incapace di tenere ferme, vagarono lungo il torace coperto da seta bianca.
Iniziava a sentire la coscienza annebbiarsi ulteriormente e quell'ultima bevuta aveva decisamente peggiorato la situazione.
Senza neppure sapere quando e come era accaduto, s'accorse di aver fatto stendere il ragazzo sotto di sé e attaccato il collo candido con morsi e baci, soltanto al gemito più acuto che lo risvegliò da quel torpore.
«Scusami» soffiò sulla pelle segnata dalla forma dei suoi denti.
«N-no, va bene. Continua, per favore».
Il cavallo dei suoi pantaloni tirò al piacere di vedere finalmente Giorno così umano, bellissimo, ricambiava gli sguardi e i tocchi in una maniera che gli faceva attorcigliare lo stomaco.
Guido arrivò a sfiorare la treccia bionda, la portò sulla spalla ancora un poco tesa e cominciò a giocare con l'elastico; inclinò il viso, ripiegando le labbra in un ghigno furbo al rendersi conto dello sguardo interessato dell'altro.
«Posso scioglierli?».
Giorno accennò un semplice gesto affermativo.
Eccessivamente contento di quella concessione, gli posò un rumoroso bacio sulla guancia, strappandogli una risata argentina. Nel frattempo districò piano la pettinatura, facendo passare i fili d'oro fra le dita, incantato dalla morbidezza e dal fatto catturassero tutta la luce fioca della lampada, che li faceva risplendere.
«Stupendo» gli sfuggì adorante.
Ricevette in cambio un'occhiata sconcertata e timida.
Scrutò i palmi premuti sui pettorali e li vide scivolare verso il basso, sino agli addominali cesellati; li premette e contò con i polpastrelli, poi lo spinse piano all'indietro. Mista gli lasciò spazio quando tentò di rimettersi seduto.
«Vuoi vedere una cosa divertente?» gli chiese dopo un colpetto di tosse.
«Tutto quello che vuoi».
Per qualche attimo Giorno si torturò le mani, dopodiché prese un respiro. Delicato spostò i lunghi capelli biondi e scoprì un lato del collo, gli sfuggì una risatina nervosa mentre lentamente ripiegava l'orecchio all'interno del padiglione auricolare.
«Ai poliziotti che pagavo per poter lavorare in aeroporto faceva ridere».
Il più grande aveva spalancato la bocca con stupore e scoppiò in una sonora risata nel momento in cui, sembrando fare quasi un leggero ''poff'', l'orecchio tornò normale.
«Deh, come fai?».
«Segreto» sorrise tenue, le iridi turchesi accese di genuina felicità.
Lo agguantò per i fianchi, premendolo di nuovo sotto di sé. «Non la passerai liscia come per il piscio di Abbacchio! Almeno di questo voglio sapere il trucco».
«Io... non lo so» confessò con un ansito.
Mista gli mordicchiò il mento, poi premette il bacino contro il suo, deliziato al trovarlo già duro.
«Sputa il rospo».
«Ah...» gemette, immergendo le dita nei ciuffi corvini «N-non fa ridere».
Leccò il collo arrossato e in seguito ordinò giocoso: «Dimmelo lo stesso».
«Sei proprio testardo» disse a bassa voce. La presa sui capelli si fece più dolce e cominciò lentamente a cullarlo; sfiorò la tempia calda e continuò: «Non lo so davvero. Ricordo che una volta rubai del pane al fornaio, il mio patrigno lo venne a sapere e mi picchiò così forte che, qualche giorno dopo, mi resi conto di sentirci meno da questo orecchio e poterlo piegare» distolse lo sguardo, gli occhi fissi davanti a sé e la mascella contratta, perso nei ricordi del passato.
Inalò aria fresca e poi fece spallucce, come se avesse raccontato qualcosa di poco importante.
Malgrado l'alcool gli rendesse la testa pesante e i pensieri lenti, Guido comprese fin troppo bene le parole accennate con il solito tono pacato e distante; lo stesso usato altre volte da Giorno, e che avrebbe dato di tutto per non sentire più.
Lo avvolse in un abbraccio goffo ma carico d'affetto, sfiorando l'orecchio incriminato con un dolce bacio; Giorno s'appoggiò maggiormente a lui, lasciandosi sfuggire un altro suono quando gli mordicchiò il lobo.
«Sei triste, Guido?» domandò, voltandogli piano il viso.
Abbassò le palpebre, provando a calmarsi. «Il pensiero del male che ti ha fatto...».
«Ssshh, non devi» dichiarò morbido e si sporse per raggiungere le sue labbra «Ha già ricevuto la punizione peggiore: la mia indifferenza».
«Merita la morte!».
«Sei così leale e meraviglioso,» canticchiò Giorno, intanto lo spingeva all'indietro e scambiava le loro posizioni, il tutto rimanendo a pochissimi centimetri dal suo viso arrossato, con un mezzo sorriso disegnato sulla bocca invitante «ma per quanto io apprezzi questo tuo cieco affetto, ti prego di concentrarti sui nostri bisogni, zucchero» mormorò seducente.
«E di cosa hai bisogno?» domandò rauco.
Le iridi turchesi si accesero d'aspettativa e le cosce toniche gli bloccarono i fianchi; lo catturò in una morsa, mentre finalmente le labbra a forma di cuore si sfregavano su quelle carnose, seppur il contatto non durò neppure il tempo necessario per fargli capire il gusto di queste.
«Di te, Guido» rispose flebile, ricercando le mani callose per intrecciare le dita insieme «Mi piaci così tanto...» aggiunse, il respiro fattosi lento e pesante.
«F-forse hai bevuto troppo».
«Sono lucido» celiò offeso.
«Giorno...».
«Non scacciarmi» serrò più forte la presa con le gambe.
Mista latrò una risata e appoggiò meglio il capo contro il cuscino, rapito dalla figura candida e longilinea sopra di sé, che lo guardava passionale, come soltanto nei suoi più reconditi e segreti sogni aveva avuto l'ardire di sperare facesse.
«Mai pensato di farlo, Boss».
«Giorno» lo corresse, strizzando giocoso i pettorali muscolosi da sopra la maglia.
Neanche fece in tempo a rispondere che un languore inaspettato gli infiammò l'inguine; risollevò gli occhi all'espressione di pura beatitudine di Giorno, aveva divaricato le cosce per riuscire a sfregare i loro sessi vestiti insieme e si premeva lento contro il cavallo dei pantaloni cercando maggiore attrito.
«Cosa...?».
«Sssh» gli sfiorò le labbra con l'indice «Ho voglia».
La bocca rosata si schiuse e i capelli biondi scivolarono sulla fronte corrugata quando inclinò il collo all'indietro. Era una visione paradisiaca.
«F-fermo...» balbettò Mista, poco convinto. Stava accadendo tutto così in fretta che le pareti della stanza avevano quasi cominciato a vorticare.
L'altro lo guardò con un pizzico di delusione: «Non mi vuoi?».
Digrignò i denti e gli artigliò le natiche con bramosia: «Non immagini quanto, ma tu... sei sicuro?».
Giorno lo zittì ricominciando a divorargli la bocca, le lingue s'intrecciarono, i gemiti divennero più rumorosi e, mentre continuava ad ondeggiare i fianchi snelli, tremò di desiderio sopra di lui.
Il bacio gradualmente si fece più umido, confusionario, capitò loro di sbattere persino i denti nella foga e di scoppiare a ridere insieme per quell'inconveniente.
«Mio Dio...».
«In questo momento la spiritualità dovrebbe essere l'ultimo dei tuoi pensieri, Mista» disse con aria scherzosa.
Dita malferme abbassarono la cerniera dei pantaloni tigrati; il sorriso delicato che gli rivolse Giorno intanto che aveva preso a massaggiargli il pene da sopra i boxer sciolse ogni eventuale rigidità.
«Toccami, Guido» mormorò, sollevando con la mano libera la maglia cobalto e scoprendo i capezzoli inturgiditi, che assaggiò con lappate e piacevoli morsetti.
Lo udì gemere in maniera assolutamente vergognosa, una volta rimasto a torso nudo prese a studiare famelico le sue forme e tentò di sfiorarlo ovunque, baciarlo, arrivando al collo e affondando i denti nella pelle abbronzata.
«Guido...» lo richiamò «ho bisogno di te».
Per rimarcare il concetto premette con forza il sesso eccitato sopra il suo, iniziando a cavalcarlo lussurioso e veloce. Lasciandolo senza fiato.
Mista spalancò sconvolto le iridi scure all'ennesima scarica di piacere, cacciò fuori un sospiro pesante e con prepotenza strattonò i pantaloni bianchi del giovane capo. Sogghignò al vederlo trasalire quando, liberando le loro erezioni bisognose dalla stoffa, le afferrò a fatica nello stesso pugno e iniziò a muoverlo dall'alto verso il basso.
«Mista! Ah, M-mista... di più» piagnucolò indecente, riempiendo di baci la mascella delineata.
Un suono stridulo uscì dalla gola di Giorno al rafforzamento della stretta e con le unghie s'aggrappò alle spalle larghe, graffiandolo.
«Non immagini quante notti abbia sognato questo momento, micetto» confessò, dopodiché sfregò piano il viso fra i soffici capelli biondi e inspirò il profumo floreale che tanto amava.
«Io... i-io... credevo non sarebbe mai successo» la voce dell'altro s'incrinò «Ti voglio da impazzire, Guido io ti...» ansimò contro il torace possente, incapace di concludere la frase.
I movimenti di Mista si fecero rudi, agognando raggiungere presto l'orgasmo.
Il pene di Giorno fra le dita era caldo, umidiccio e il gonfiore della cappella sembrava pulsare, aumentare man mano che procurava piacere ad entrambi.
Serrò la presa, strappandogli l'ennesimo grido.
Sorrise soddisfatto quando la bocca saporita lo soffocò di nuovo e la lingua grossa e bagnata coinvolse la sua in uno sfrenato inseguimento, succhiandola e mordicchiandola una volta catturata.
A labbra schiuse Giorno gemeva senza ritegno, accaldato e fuori di sé; s'era abbandonato alla lascivia in una maniera che Mista non avrebbe mai immaginato possibile accostargli.
Aveva perduto ogni brandello di razionalità, si sosteneva al suo collo con entrambe le braccia, le piante dei piedi puntellate sul materasso ai lati del corpo e le cosce aperte indecentemente mentre lo pregava di masturbarlo più duramente e farlo venire, scopandogli il palato allo stesso ritmo del pugno che pompava i loro sessi.
Le dita affusolate s'immersero nei ricci neri, massaggiandogli la cute.
«Fare l'amore con te è bellissimo».
Sogghignò contento. Avrebbe potuto ascoltarlo in eterno, ma qualche minuto dopo l'orgasmo li travolse, sporcando i suoi addominali contratti e la maglia elegante dell'amante con il loro seme.
«Mi dispiace» disse, lasciando una coccola sulla tempia madida di sudore.
Giorno rimase in silenzio, impegnato a riprendere fiato. Sfarfallò le folte ciglia bionde e per un attimo si mostrò smarrito, successivamente però lo coinvolse in un abbraccio saldo e dolce allo stesso tempo, il viso arrossato nascosto nello spazio fra spalla e collo.
«Non mi basta» dichiarò al suo orecchio «Voglio tutto».
A Mista lo colpì un capogiro ed ebbe la sensazione di svenire al vederlo allontanarsi un poco e iniziare lentamente a denudarsi; gli pulì il ventre con la stoffa candida, gettandola poi a terra come fosse uno straccio vecchio.
«Che meraviglia» sussurrò, ipnotizzato dalla figura nuda del ragazzo.
Giorno gli carezzò la guancia, riportandolo in sé: «Posso spogliarti?».
Deglutì, quasi a disagio al pensiero di rimanere senza vestiti davanti a lui, ma ritrovò coraggio e annuì, venendo ripagato da un sorriso talmente luminoso e carico di gioia da cancellare ogni dubbio. Seguì i suoi movimenti e aggrottò la fronte in curiosa attesa quando scese verso il basso per sfilargli i pantaloni, intimo compreso.
La salivazione si fermò e respirare diventò più difficoltoso al vederlo indugiare volentieri sul pene tornato barzotto, affondare il naso fra i ricci corvini dell'inguine, il viso incantato e gli occhi socchiusi, terribilmente felice di essere fra le sue gambe.
Giorno gli massaggiò i glutei nel frattempo che con la lingua ricominciava a stimolarlo, assaggiando il prepuzio sensibile e mugolando con gusto.
«Hai un buon sapore» disse, posandoci un altro bacio.
«A-ah, n-non devi se non vuoi».
La risata vibrante che ricevette in risposta lo fece gemere ad alta voce; le labbra lucide succhiavano la testa gonfia mentre le iridi turchesi lo guardavano acquose e le guance affilate si scavavano ad ogni poppata. Lo liberò da quella piacevole tortura, la lingua tracciò il corpo venoso e ricoprì la generosa circonferenza dell'albero ormai di nuovo marmoreo; lappò via la saliva e abbassò maggiormente il capo per ingoiare l'erezione.
Mista si ficcò il pugno in bocca cercando di trattenere i gemiti acuti, preso dalla foga e dall'istinto mosse il bacino verso l'alto, solleticò così il fondo della sua gola e lo costrinse a staccarsi di scatto.
«Scusami, s-stai bene?» domandò dispiaciuto. Rapido si rimise seduto e gli massaggiò le spalle, provando a calmare la sua tosse; scostò i capelli biondi dal viso paonazzo per sfiorare le guance con teneri baci.
«Mi dispiace» ribadì all'angolo della bocca.
Giorno gli accarezzò l'anca, rassicurante. «No, scusami tu, sei troppo grosso e non sapevo bene come comportarmi».
«A me sembravi andare benissimo» latrò divertito, riportandoselo fra le braccia.
Rimasero l'uno a bearsi del calore dell'altro per qualche secondo; incurvò la schiena compiaciuto al massaggio che Giorno stava facendo al suo torso, scendendo prima verso i fianchi tonici e risalendo in seguito alla ascelle con estrema calma, mugolava lusinghe capaci di far avvampare Mista d'imbarazzo.
Delicato gli allargò le cosce e lo accompagnò nuovamente fra le coperte sgualcite; lo sguardo smeraldo s'intorbidì di passione e voglia, intanto che gattonava sopra di lui sino a poggiare la fronte sulla sua e rivolgergli un sorriso seducente.
«Posso scoparti?».
Il cuore di Guido si fermò, subito dopo tornò a battere più veloce.
L'aveva chiesto in maniera talmente tenera e genuina, senza fronzoli o vergogna che, anche volendo, non sarebbe mai riuscito a negargli qualcosa.
Non che lo volesse, anzi, però... nudo come un verme davanti alla creatura più bella creata dall'Universo, Mista aveva cominciato a sentirsi a disagio.
«Cucciolo?» gli picchiettò la guancia con qualche bacino, poi esitò «Va tutto bene? Vuoi fermarti? Se ho corso troppo...».
«Sssshh» bloccò quel fiume di parole e ansia stringendolo più forte; appoggiò le labbra sulla fronte, sorridendo al notare i boccoli biondi spettinati, avevano perso la loro tipica forma a ciambella e alle volte gli coprivano gli occhi.
Mista appuntò qualche ciocca dietro le sue orecchie, guardandolo con dolcezza.
«Sono tuo, Gio».
Giorno ridacchiò meno teso, lentamente gli chiuse le guance fra i palmi per sfiorare ancora le labbra carnose, tirò un poco quello inferiore, ci giocò provocante e dopo affermò serio: «Rilassati e lascia fare a me».
Il sopracciglio scuro scattò verso l'alto, curioso e affascinato dai movimenti sinuosi lo osservò percorrere piano il suo sterno con altri apprezzati baci, sciogliendo il nodo di nervosismo che gli si era formato nello stomaco.
Leccò gli addominali e l'ombelico, provocandogli un lieve tremore; tracciò il contorno della piccola fessura e alla fine infilò il muscolo bagnato all'interno, stuzzicandolo con malizia.
Guido annaspò, preso di sorpresa e accaldato, alla sensazione di dita decise spalancargli le natiche sode e invitarlo a sollevare il bacino, mostrandosi apertamente. Un polpastrello cominciò a sfregarsi fra lo spacco di queste e lui si contorse contro le lenzuola, mentre gli ansimi di Giorno sul ventre aumentavano.
Sgranò gli occhi scuri, la sensazione di calore divenne insopportabile e venne pervaso da spasmi involontari al rendersi conto di non riuscire più a vedere il compagno in viso, dato che s'era inoltrato più in basso e aveva cominciato a succhiargli i testicoli gonfi e pieni.
«Oddio sì, ti prego!» gridò nel momento in cui le lappate si spostarono vicine all'ano.
Mista si aggrappò alle lenzuola, rischiò di strapparle e serrò dolorosamente i denti. Il muscolo umido dentro di lui vorticava con precisione, lento, il respiro fresco e pesante di Giorno si alternava al tepore della lingua che, di tanto in tanto, picchettava delicata contro l'apertura sensibile.
Passò la mano fra i lunghi capelli dorati e li strattonò, forse eccessivamente violento visto che gli mordicchiò un gluteo in ammonimento, tornando poi a penetrarlo.
«D-dove hai imparato a fare una cosa del genere?».
Una piccola risata vibrò fra le sue carni; gli massaggiò le cosce tese dall'alto verso il basso, aiutandolo a posizionarle sopra le sue spalle così da avere più apertura e affondare meglio dentro di lui. Qualche secondo dopo smise di prepararlo, leccò via una goccia d'umore uscire dal pene turgido, venendo ripagato da un gemito al limite della decenza.
«Quindi sto andando bene?».
«Mi stai uccidendo» gracchiò quando riprese a masturbarlo pigramente.
Giorno premette un tenero bacio sull'interno coscia, sfregò piano la faccia su quello stesso punto, poi sospirò: «Sono più di tre anni che immagino di fare l'amore con te, credo... credo di essermi sognato ogni piccolo particolare, eppure è meglio di quanto mai avessi sperato».
Le gote si arrossirono a quella confessione e balbettò: «Giorno, io...».
«Avevo quindici anni» lo interruppe gentile, socchiudendo le palpebre al ricordo «Faccio appena in tempo ad entrare a far parte di una banda di criminali che, non solo scopro di essere omosessuale, mi prendo anche una tremenda cotta per uno di questi. Col senno di poi lo trovo un aneddoto molto divertente, per come è finita soprattutto».
Il cuore di Guido mancò diversi battiti e un poco isterico disse: «Sarà una bella storia da raccontare ai nipotini quando saremo vecchi».
Giorno premette un sorriso triste sul ventre tonico, senza rispondere, al che Mista gli sollevò il mento in modo da incontrare quegli occhi tanto amati.
«Magari saltiamo la parte in cui mi metti la lingua nel culo, però».
L'altro ricambiò con uno sguardo sconcertato, d'un tratto scoppiò in una risata cristallina, il corpo longilineo scosso da ilarità e privo di qualsiasi preoccupazione tornò a congiungersi a lui e lo investì con un carico di sentimenti che, ancora una volta, gli fermarono il respiro.
Fu strano e meraviglioso venir travolto dalle sue braccia in maniera così gioiosa.
Nudo e sensibile, abbandonato a lui, fiducioso, morbido e caldo... Era una delle sensazioni più belle mai provate durante la sua breve vita, avrebbe voluto durasse in eterno.
Il pene eretto però cominciava a dargli fastidio e, dal modo in cui Giorno aveva ripreso a strusciarglisi lento addosso, non era l'unico ad essere arrivato al limite.
«Ehi? Gio?» lo richiamò, dandogli un colpetto sul fianco.
Lui riempì di bacini adoranti la testa coperta da ricci neri, rispondendo: «Dimmi, zucchero».
Mista sorrise e gli afferrò i glutei pallidi.
«Non dovevi scoparmi?».
«Come sei impaziente» lo prese in giro amabile; insinuò le mani fra i loro corpi sudati e, accogliendo la sua richiesta, riprese a maneggiargli il pene in tensione, passando alle volte le dita fra lo scroto pesante e risalendo ai ricci del pube con pigre carezze.
Mista non apprezzò l'esser stato lasciato freddo e vuoto fra le natiche. Provò a protestare, ma la bocca dell'amante fu più veloce e divorò la sua; nello stesso attimo il sesso indurito si strusciò su di lui, al che mosse i fianchi in un esplicito invito ogni volta la cappella bagnata da goccioline pre-orgasmiche si premeva sull'entrata allargata.
Desiderio che Giorno non pareva voler esaudire, non subito.
Dopo il bacio appassionato, Guido sentì due dita spingersi nella sua bocca e tossì preso di sorpresa, la vista si offuscò mentre la lingua grossa gli massaggiava il palato e insieme lubrificava le lunghe falangi con la saliva. Mugolò scacciando il fastidio, dopodiché cominciò a succhiarle e vorticare il muscolo umido su queste, concentrandosi soprattutto sulle punte.
Soddisfatto di sé percepì l'altro tremare bramoso e, liberando un sibilo acuto, distanziarsi per lanciargli uno sguardo famelico, in grado di fargli contorcere lo stomaco di altrettanta voglia.
Il velo di sudore sulla pelle perlacea lo faceva risplendere alla luce fioca della stanza, i grandi occhi turchesi, invece, erano stati inghiottiti dal nero della pupilla.
Mista sollevò il busto, provando a stringerlo. Il ringhio eccitato che gli rivolse lo paralizzò, venne immediatamente spintonato contro i cuscini e impetuoso l'altro gli afferrò il ginocchio; divaricò le gambe, intanto che percorreva il torace tonico con i polpastrelli.
«Giorno...» disse a fatica, incapace di continuare.
Lui affondò i denti nel labbro inferiore, lanciandogli uno sguardo contrito: «Scusami, non volevo essere irruente, sono un po' fuori di me».
Guido spalancò gli occhi neri dopo aver udito quell'assurdità, alle volte Giorno si preoccupava troppo, forse perché poco abituato a lasciarsi andare ai suoi istinti; soffiò una risata esausta e lo incitò: «I-in realtà... A-ah, stavo per chiederti di sbrigarti a fottermi».
«Sicuro di poter reggere?» lo provocò, riempiendolo con il primo dito e, più sicuro, lo impalò poi con maggior foga.
Mista si contorse fra le lenzuola, la schiena bagnata di sudore ormai incollata a queste.
«S-sì, d-di più» disse languido e gettò il lungo collo all'indietro; strillò quando aumentò il numero di dita, cercando di colpire la prostata sensibile.
Sconcio andò incontro a quella stimolazione, nulla gli importò di fare rumore e riprese a pregarlo ad alta voce, senza vergognarsi delle lacrime di piacere che si erano accumulate agli angoli delle palpebre.
Trasalì privo di fiato quando gli fece allacciare le gambe alla vita e biascicò parole incomprensibili in risposta ai bacetti adoranti lasciati sulla faccia paonazza.
«Guardami» gli ordinò, sfiorando la punta del naso.
«Per favore, Gio» esalò, aggrappandosi a lui.
Giorno miagolò a quella lusinga, il pene umidiccio tornò a sfregarsi più rude fra la spaccatura del sedere e in seguito roteò i fianchi per allineare la cappella pulsante all'ano allargato.
Tutto d'un colpo scivolò dentro di lui, e Mista lo accolse ingordo.
Non aspettava altro. Finalmente pieno.
L'ennesimo urlo mozzato si liberò dalla gola stanca, così affondò le unghie nei suoi avambracci per sorreggersi; s'abbarbicò all'amante, acceso di un piacere mai provato in precedenza, cercando di attirarlo più vicino, a malapena lucido da notare l'espressione sotto sforzo.
«Fottimi» disse a fatica, voleva vederlo godere tanto quanto lui.
«Sei insaziabile» risposte a denti stretti, le mani ben incollate al sedere di Guido per tenerlo fermo.
Il pomo d'Adamo vibrò e le iridi nere, seppur appannate, ricercarono quelle chiare di Giorno non appena iniziò a sfilarsi e rientrare lento.
«M-muoviti! N-non mi farai male» gracchiò testardo.
«Sei troppo stretto... mi stai stritolando» dichiarò afono, le labbra arrossate come ciliegie tremarono di frustrazione e goccioline di sudore percorsero la fronte sino al collo in tensione.
Gentile e comprensivo massaggiò la schiena di Giorno, risalì ai boccoli dorati e li strattonò un poco fra le dita, rassicurandolo con voce ferma e sicura: «Stai andando bene, sono qui».
Il più giovane si abbassò e lo coinvolse in un altro bacio, nel frattempo ondeggiò il bacino più sicuro, facendosi spazio fra le pareti bollenti.
Mista serrò le cosce attorno alle anche magre, sussultò ad una nuova spinta ben calibrata e riprese a succhiargli il labbro pieno e invitante.
Tutto gli sembrò così ironico, anni prima era passato di letto in letto, senza legarsi particolarmente a nessuna donna e preferendo non immischiarsi in una relazione duratura visto il lavoro che faceva, con il rischio di coinvolgere un'eventuale compagna in quella vita che, malgrado ormai avesse accettato come propria, non augurava a nessuno.
Invece di trascorrere una breve esistenza solitaria come credeva, il destino lo aveva messo sulla stessa strada di quel ragazzino silenzioso e caparbio ed era capitolato rapidamente di fronte al suo carisma, alla determinazione del suo spirito, cominciando a sognare un futuro in cui non aveva più sperato da anni.
Accanto a Giorno.
E gli stessi occhi che lo avevano incantato, in quell'istante lo stavano bruciando di passione mentre la voce di solito pacata s'era ormai frantumata come uno specchio, divenuta rauca e traboccante di una lussuria che non era in grado di mascherare.
Gemeva il suo nome ad ogni spinta, lo baciava ovunque potesse arrivare e stringeva come fosse la persona più importante sulla faccia della terra.
Lo desiderava, non aveva paura di dimostrarlo.
Mista avrebbe voluto ringraziare Dio, o chi per lui, per avergli concesso di vivere abbastanza a lungo da ritrovarsi fra le braccia di Giorno.
«Ora posso anche morire» gli sfuggì ad alta voce, con una mezza risata.
Il corpo che lo sovrastava s'irrigidì e, volgendo lo sguardo all'amante, ricevette in cambio un'occhiata malferma, l'espressione del viso congelata, la mente attraversata da chissà quali e quanti pensieri maligni. Guido cercò di sollevare la schiena, ma Giorno glielo impedì, accarezzandogli i capelli neri.
«Non hai il mio permesso».
«È un...» ansimò quando lo penetrò più a fondo «u-un modo di dire».
Le labbra a forma di cuore si piegarono in una smorfia pensierosa, poi lo strinse maggiormente fra le braccia alla ricerca di calore.
«Non lo hai comunque. Non lo lascerò accadere, mai» disse risoluto e aumentò la velocità dei suoi movimenti, mozzandogli il respiro tanto da impedirgli persino di parlare.
Mista però era testardo e, con un ultimo sforzo, gli rivolse un nuovo sorriso rassicurante: «Non vado da, a-ah, nessuna parte».
Contrasse le dita colpito da spasmi, in seguito allungò le braccia per circondargli le guance e chiedere un altro bacio. Sapeva di alcool, sudore e sesso, il mix di sapori gli diede alla testa e abbassò le palpebre appesantite, l'eccitazione gli stava inibendo i sensi.
Tutto ciò che riusciva a percepire era il pene gonfio scavargli dentro e il proprio sesso bagnato sfregarsi sugli addominali di Giorno.
I piedi s'arricciarono sul lenzuolo quando, nemmeno gli avesse letto nel pensiero, riprese a masturbarlo al ritmo sostenuto delle spinte, strappandogli nuovi suoni indecenti che, sinceramente, Guido non immaginava di poter emettere prima.
Il più giovane ansimò e fermò la cavalcata, sussurrandogli all'orecchio: «Girati, voglio prenderti da dietro».
A Mista non sfiorò neppure l'idea di protestare, eppure faticò più del previsto ad allontanarsi dal torace caldo dell'amante e fu soltanto grazie al suo aiuto se riuscì ad affondare le ginocchia nel materasso e pigiare la fronte sopra il cuscino morbido, il sedere alto e la schiena curva.
Trasalì sovreccitato al leggero schiaffo ricevuto sulla natica, rilassò i nervi al successivo massaggio e sospirò quando gli allargò le guance sode, esponendolo così intimamente.
«Sei comodo?» gli chiese premuroso.
Guido sorrise, riconobbe all'istante la punta di possesso nel tono di voce; lo intenerì il modo in cui provava a nascondere la frenesia intanto che stava premendo le mani così forte sui glutei da lasciarci lo stampo.
«Mettimelo dentro».
Rialzò il bacino, esortandolo a colmarlo di nuovo. Rimasto orfano troppo presto della sensazione di calore e pienezza che gli donava, sperò quelle parole e gesti contassero come risposta affermativa alla sua domanda.
La risata delicata di Giorno gli fece contrarre il cuore, il bacio posato sulla nuca nuda invece ribollire lo stomaco.
«Sei meraviglioso, Guido» dichiarò in adorazione, la voce incrinata chiaramente non per l'attività fisica in cui erano coinvolti.
Accarezzò i corti capelli neri e gli circondò la vita, nel frattempo percorse la spina dorsale curva con le labbra, penetrandolo rapido e agevolmente. Dopo qualche spinta d'assestamento tornò a premersi sulla prostata già abusata, in modo però diverso da prima: meno dolce e più deciso.
Mista sgranò gli occhi liquidi. I gesti veloci e precisi lo stavano portando alla pazzia, il suono umido della loro unione gli riempiva le orecchie insieme agli ansiti pesanti di Giorno, che escludevano qualsiasi altro rumore.
«Gio... scopami più forte» lo sollecitò con un lamento.
Si spinse all'indietro senza vergogna e sfregò il sedere tondo sull'inguine dell'amante; mugolò in ringraziamento quando venne accontentato, le ossa tremanti per le continue scariche di piacere che arrivavano a pene ritto e venoso contro il proprio stomaco.
Il pensiero potessero sentirli, dato che erano tutto fuorché silenziosi, attraversò la sua mente in un barlume di razionalità, messo subito a tacere dal morso ricevuto sulla spalla e la sensazione delle gambe diventare gelatina, incapaci di sostenerlo oltre.
Mista oscillò in avanti, poi all'indietro, le dita del compagno strette al fianco cominciavano a far male, di sicuro in quel preciso punto ci sarebbe rimasto un grosso livido. Irrigidì la schiena e morse con violenza il cuscino colto all'improvviso dall'orgasmo, liberandosi con un gemito gracchiante e un appagamento mai provato in precedenza.
Le labbra gonfie si schiusero e sorrise pigro durante il bacio in cui venne coinvolto; adorò le carezze che Giorno lasciava sulle sue spalle mentre continuava a muoversi spasmodico e ricercare lui stesso l'apice del piacere.
Gli succhiò la lingua e poi soffiò provocante: «Vienimi dentro».
Trasalì di colpo quando gli strattonò i capelli ed attirò di più contro, facendo incollare la schiena madida di sudore al torace bollente; scivolò a carezzargli il collo e forse lo strinse eccessivamente intanto che continuava a baciarlo, e l'altra mano allargava maggiormente una natica arrossata.
Lo penetrò in maniera quasi brutale, aumentando ancora la velocità e la potenza delle spinte, sino a che tremando e gemendo il suo nome non eiaculò dentro di lui.
Rimasero immobili per alcuni istanti. La gola di Mista bruciò a causa dell'esser stato strozzato senza preavviso, eppure tossicchiò una breve e sincera risata per aver avuto l'opportunità di assistere alla perdita di autocontrollo di Giorno; vederlo dominato da puro istinto e dalle sue pulsioni era stato uno spettacolo che difficilmente avrebbe dimenticato.
In quel momento il ragazzo lo abbracciò, dolce, sdraiandosi meglio sulla sua schiena e riempiendo di bacini adoranti qualsiasi punto in cui poteva arrivare.
Era una rarità si dimostrasse tanto affettuoso.
«Il mio Guido» mormorò, la voce traboccava soddisfazione.
Mista si beò e calmò il respiro affaticato grazie a quelle coccole, ma fu proprio quando Giorno gli sfiorò di nuovo le labbra che si lasciò sfuggire la più grande idiozia e innegabile verità della sua vita.
«Ti amo, Gio».
Svenne subito dopo dal sonno, senza possibilità di ritrattare.

La prima cosa che gli venne in mente durante il dormiveglia fu che c'era uno strano peso sopra il suo petto, gli impediva di respirare bene e per giunta non riusciva a distinguerne la forma.
Incontrò con i polpastrelli la superficie liscia e calda, la tastò stupito. Era morbido, piacevole, anche quando cominciò a muoversi e rispondere pigro a quelle carezze.
Mista sollevò un poco il braccio, avvertendo una consistenza diversa. Fili di seta scivolarono fra le sue dita e gli venne quasi voglia di sorridere alla sensazione; in più da quella cosa proveniva un delizioso profumo floreale.
Era proprio un risveglio perfetto.
Peccato gli dolesse la testa a causa della notte scorsa. Forse aveva bevuto troppo.
Quel pensiero innocente aveva fatto tintinnare un terribile campanello d'allarme nella coscienza nebbiosa; spalancò le palpebre di scatto, il soffitto bianco sembrò vorticare, la fronte pulsava e gli occhi fecero male quando vennero a contatto con la luce del Sole che filtrava dalla finestra.
S'inumidirono, non solo per il fastidio provato.
Voltò il capo, le serrande erano stranamente alzate e, dalla luminosità della camera, doveva esser già passato mezzogiorno, anche più tardi. La sveglia non aveva suonato.
Tentò di inspirare ed espirare lento, il panico scorreva nelle vene nemmeno fosse in bilico fra la vita e la morte; la mano che prima stava pettinando i lunghi capelli di Giorno, compresa la realtà, s'era bloccata a mezz'aria e aveva iniziato a tremare.
La gola pungeva, il pomo d'Adamo incastrato durante la deglutizione; sentiva il bisogno di urlare.
Non poteva essere successo.
Gli venne voglia di rimettere al rendersi conto di essersi approfittato di Giorno mentre entrambi erano ubriachi e inconsapevoli di quel che stava accadendo.
Come un cretino gli aveva persino detto che lo amava, svenendo subito dopo.
Posò le mani sul viso cereo, in imbarazzo e in difetto ad avere il corpo nudo dell'altro spalmato sopra il torace. Ed ancor peggio un'enorme parte di Guido adorava quella sensazione, come s'incastravano alla perfezione, il respiro lento e regolare, il battito del cuore...
Iniziò a sudare freddo quando si sentì carezzare pigramente il fianco, non era pronto ad affrontarlo.
«Buon giorno, cucciolo» biascicò rauco, poi strusciò la fronte fra i suoi pettorali.
Mista neanche distinse le parole, troppo impegnato a cercare di capire quel che stava accadendo.
«Cos'hai?».
L'apprensione distinta nella voce di Giorno lo confuse ancor di più.
«Io...».
Affondò i denti nel labbro inferiore, i palmi freddi dell'altro si posarono delicati sulle spalle rigide, massaggiandole un poco con lievi carezze; avvertì una piccola pressione sulla nuca, poi alcuni baci sul dorso delle mani tremanti.
«Ho fatto qualcosa di sbagliato? Guido...».
L'angoscia e la paura nascoste in quella frase gli diedero il coraggio almeno di dividere le dita e guardarlo negli occhi. Pareva in difficoltà di fronte al suo silenzio, e forse persino più pallido del normale.
Mosse piano le braccia verso il basso, ai lati del corpo; avvampò e strabuzzò le palpebre alle carezze gentili che cominciò a lasciargli sulle guance.
Lo baciò a lungo, si mosse con riguardo sulle sue labbra, poi domandò ancora: «Ti fa male qualcosa? Rispondimi, per favore».
Mista scosse piano il capo, sconvolto.
«No, io...» si bloccò, non sapeva cosa dire.
A fatica, poiché in verità sentiva dolore sia al ventre che ai fianchi, provò a mettersi seduto; dolcemente avvolse la vita magra di Giorno e posò la fronte contro il suo petto, udendo i battiti veloci del cuore.
Era stato così stupido.
«Scusami, Giorno».
«Mi hai spaventato» soffiò fra i ricci neri.
«Mi dispiace» disse, la gola di nuovo secca «Credevo ti fossi pentito di ieri notte».
Tentò di districarsi dalla presa nell'istante in cui divenne più salda; alzò il mento, ma la scintilla che ricevette in cambio dagli occhi turchesi gli gelò il sangue nelle vene.
«Di solito sei più intelligente di così, Mista».
Aveva usato il cognome. Era arrabbiato.
«Ascoltami: eravamo entrambi fuori di noi, non potevo immaginare sarebbe successo questo» sbottò, si passò la lingua sulle labbra e ignorò il tremendo fastidio al coccige. Non era mai stato bravo con le parole e, vedendo le iridi di Giorno adombrarsi, comprese di essersi spiegato male anche quella volta.
«È un modo carino per dirmi di aver fatto sesso con me soltanto perché eri ubriaco?».
«No!» esclamò concitato «Cioè sì, però non in quel senso!» lo afferrò per gli avambracci, fermandolo prima che potesse allontanarsi.
La faccia del più giovane era diventata una maschera di ghiaccio.
«In quale senso allora?» sputò fuori sarcastico.
«Cazzo...» sibilò, poi digrignò i denti con frustrazione «Non mentivo quando ho detto di amarti! Ti amo moltissimo, Gio, ma... tu sei il mio capo, il capo di un'intera organizzazione, sei Giorno Giovanna! Quante possibilità avevo? Senza considerare che siamo due uomini».
La maschera si sgretolò all'istante e le gote magre assunsero un grazioso color ciliegia.
«Stupido» disse affettuoso, improvvisamente timido sciolse la posizione rigida assunta in precedenza e, premendo le dita contro i suoi addominali, gli rivolse un mezzo sorriso nascondendosi poi nell'incavo del collo «Ti sei fatto un sacco di problemi inutili, anch'io sono innamorato di te».
Mista rantolò, stupefatto, «Tu? Di me?».
Giorno sollevò il viso, gli baciò l'angolo della bocca e chiese: «Lo credi così assurdo?».
Senza neppure rendersene conto Guido s'era ritrovato con il proprio Boss seduto fra le gambe, entrambi nudi a condividere tepore; lo attraversò il pensiero avessero l'assoluto bisogno di un bagno ristoratore, soprattutto per le ossa e i muscoli dolenti, ma venne presto accantonato quando afferrò i fianchi magri.
Lo studiò attento, rapito dalla sua bellezza eterea: i boccoli d'oro liberi di sfiorare le spalle e il torace bianco come il latte, i cui unici segni rossi erano stati lasciati da lui durante la loro serata di passione. Le labbra schiuse d'ammirazione si pigiarono morbide su quelle a forma di cuore e accompagnò il corpo asciutto a stendersi fra le lenzuola sfatte e arricciate.
Approfondì il bacio e impaziente vagò sulla pelle liscia, nessuna discromia o imperfezione, lasciava sui palmi la stessa sensazione di star toccando velluto pregiato. Ammaliato passò le dita sul collo lungo e pallido e ansimò quando ricambiò il suo sguardo con un'occhiata languida.
«Sei incantevole».
Il sorriso spontaneo di Giorno a quel complimento lo fece fremere, subito dopo il cuore accelerò i battiti e rischiò l'infarto al vederlo divaricare piano le cosce tremule, abbandonandosi a lui in un palese invito.
«Ti occuperai finalmente di me, cucciolo?» chiese provocante, carezzandogli in modo allusivo i pettorali tonici, per poi scendere sino all'inguine riccioluto.
Mista ci mise un poco a collegare i gesti alle parole, il sangue dalla testa s'era riversato tutto alle zone erogene; più fissava l'amante disteso e arreso, i capelli biondissimi creavano quasi una corona attorno alla sua testa e lo sterno si alzava e abbassava a ritmo del respiro, più lo stomaco gli faceva male. Non era un dolore acuto, né dovuto all'ansia o alla paura, bensì gli sembrò di aver ingerito della lava e questa lo stesse consumando assieme al desiderio folle che aveva di lui.
Che si offriva spontaneamente e lo incitava.
Abbassò gli occhi al pube biondiccio, la salivazione aumentò, come se avesse appena visto qualcosa d'invitante e la stanchezza venne messa in secondo piano.
Inspirò una boccata d'aria nel tentativo di riprendersi.
«Sei sicuro?».
Giorno allargò le braccia contro le coperte e ridacchiò: «Sì, Mista, fammi quello che vuoi».
«Tutto?» soffiò, anche lui divertito.
«Tutto».
Un'intensa scarica di piacere risvegliò il pene in precedenza sopito.
Mista stampò un bacio rumoroso sulla bocca ghignante, dopodiché catturò la carne soffice dell'interno coscia, la allargò e allo stesso tempo lo aiutò a sollevare il bacino.
Lo gratificò notare Giorno cominciare a torturarsi il labbro inferiore e contrarre il ventre. Nell'aria poteva già percepire il profumo della sua eccitazione e vide piccole gocce perlacee bagnargli la punta del sesso turgido.
Non lo aveva nemmeno toccato ed era in quelle condizioni.
«Guido...».
«Ssssh, abbi pazienza» sussurrò dolce, sfregando il naso contro il suo.
Prese coraggio e, malgrado non avesse mai fatto nulla del genere, si chinò sull'erezione lucida e svettante; scacciò veloce qualsiasi eventuale ripensamento e provò ad avvolgerla il più possibile nella bocca calda.
Fortunatamente Giorno non era enorme, eppure quando gemette di piacere, sollevando i fianchi fino a grattargli la gola con la cappella gonfia, riuscì a trattenere a stento il riflesso di vomito.
Mista storse il naso, tuttavia quegli ansimi e le preghiere di succhiarlo più veloce gli stavano facendo dimenticare ogni piccolo disagio.
Lo sentiva tremare e pulsare, umidiccio e bollente, e questo lo rese ancor più duro.
Sollevò gli occhi neri, provando a guardarlo in viso senza riuscirci, al che succhiò un'ultima volta la punta sensibile e si distanziò; serrò il sesso eretto con il pugno, poi lo maneggiò rapidamente. Ricercò di nuovo il suo sguardo e sorrise tenero al trovarlo con le dita immerse nei propri capelli, il collo sudato gettato all'indietro e la bocca aperta, da cui continuava a gridare senza ritegno.
Le iridi verdi erano acquose e piene di lacrime.
«D-di più... F-fammi venire nella tua bocca».
Quella richiesta disperata fu un altro colpo all'inguine trascurato.
Dopo un attimo di esitazione gli afferrò il mento e lo alzò leggermente per far cozzare le loro labbra, affamato e rude. Se era quello che voleva lo avrebbe accontentato.
Strattonò ancora il pene congestionato e vagò lungo il corpo in tensione con una scia di baci fino a sfregarsi contro la rada peluria bionda. Lo osservò interessato mentre puntellava i gomiti dietro la schiena per raggiungere una posizione semi seduta, incuneandosi di più.
Era una visione angelica, il che gli sembrò quasi ridicolo visto ciò in cui erano coinvolti.
Serrò delicato i testicoli pieni, li massaggiò fra le dita intanto che gli permetteva di riempirgli la bocca. Tossicchiò quando si spinse più a fondo, quindi gli bloccò i fianchi e si mosse dall'alto verso il basso il più velocemente possibile.
Giorno stava per venire, lo aveva capito dai gemiti spezzati e il tremore accentuato.
«Guido!» urlò, gli tirò i riccioli neri e provò a spingere il bacino all'insù «Fatti scopare la bocca, ti prego! Ti prego!» richiese, ormai privo di raziocinio.
La presa sulle anche si fece meno ferrea, permettendogli così di muoversi con più libertà e Mista, divertito, in quel momento si rese conto di non sapergli negare davvero nulla.
Il glande gli colpì il fondo della gola un paio di volte e dovette chiudere con forza le palpebre quando eiaculò fra le labbra arrossate; ingoiò a fatica, mentre continuava a pompare la base del pene e succhiare la punta ipersensibile, permettendogli di riversare in lui tutto il suo piacere.
«T-ti amo, ti amo da morire» confessò con voce emozionata.
Guido rise rauco, afferrandogli il sedere sodo con entrambe le mani e leccando ancora la punta ormai moscia del suo sesso. «Solo per un pompino?».
«Mmh, pensi di potermi far innamorare ancora di più?» domandò, lasciandosi andare contro il materasso.
«Posso provarci».
Giorno miagolò, forse stupito, nel preciso istante in cui le dita callose si sfregarono fra le sue natiche; con un sospiro pesante tirò di nuovo il collo all'indietro e ondeggiò docile, alla ricerca di più contatto.
«O-oh, sì, ti voglio».
Era uno spettacolo indescrivibile avere la completa visione di quel corpo perfetto tendersi e poi rilassarsi mentre lo penetrava lento e a fondo, e Guido non si perse nessuna di quelle reazioni, concentrato soltanto sul compagno e il piacere che gli stava donando.
La carne reattiva cedeva come fosse burro, più lo additava e maggiori erano i gemiti; chiedeva di più, allargava le cosce percorse da brillanti goccioline di sudore e s'inarcava ogni volta che sfiorava la sua prostata.
«Mio Dio, Giorno...».
«Avete finito, bastardi?!».
L'intenso bussare e la voce alta e furiosa proveniente dal corridoio congelò Mista da capo a piedi, gli occhi spiritati si spostarono sul viso di Giorno, altrettanto sconvolto, stava divenendo così rosso da rischiare di prendere fuoco.
Il grugnito di Abbacchio li fece di nuovo trasalire: «Da ieri sera siamo costretti a sentirvi scopare! Datevi una calmata, fottuti conigli!» inspirò, sapeva non aveva ancora finito «C'è Fugo in cucina che sta per avere un attacco di panico, ha dovuto coprire le orecchie di Narancia per tutto il tempo del tuo schifoso pompino con ingoio, Mista! Vid andò cazz' da iì! O ngulateve n sulenz, ricchiò e merd!» concluse con eleganza.
Scese il silenzio per i successivi secondi, i passi pesanti di Leone mentre si allontanava, continuando a riempirli di insulti, era l'unico rumore che poteva udirsi, almeno finché Giorno non scoppiò in una sonora risata.
«Da adesso mi odierà ancora di più» disse, sembrava quasi contento di averlo irritato così tanto.
Mista invece si lagnò, assumendo un piccolo broncio: «Non è casa sua, non dovrebbe permettersi di trattarti così. Sei anche il suo capo!».
Lo adocchiò scrollare le spalle indifferente, dopodiché si sollevò per buttargli le braccia al collo e picchettò giocosamente le labbra sulla sua guancia, rispondendo: «Rimane comunque mio ospite. Sono stato io a proporre di usare la villa di Passione per la loro festa di fidanzamento, ammetto sia stato indelicato da parte mia ignorarli e metterli persino in imbarazzo proprio durante questa occasione» confessò, poi sorrise malizioso «Ma come potevo resisterti?».
Abbozzò una risata nervosa, non era abituato a ricevere complimenti da parte sua. Lentamente percorse la colonna vertebrale piegata in avanti con la punta delle dita e sospirò: «Vuoi contatti un bravo oculista, Boss?».
«Ci vedo benissimo, Mista» soffiò piccato sulla giugulare, pareva un gatto arruffato.
La reazione lo intenerì e, catturandogli il mento, posò un altro bacio sulle sue labbra.
Avrebbero dovuto alzarsi dal letto, farsi davvero una doccia e presentarsi al piano inferiore, ciononostante Guido ancora non se la sentiva di interrompere quella stretta, perdere il calore della pelle nuda premuta sulla propria.
«Gio, secondo te fra quanto torneranno a chiamarci?».
«Il tempo di chiamare lo psicologo per Narancia, perché?».
Trattenne le risate, poi inclinò un pochino il viso. «Io e te non avevamo iniziato qualcosa?».
«Mi auguro la loro sia una lunga telefonata» dichiarò e un attimo dopo lo avvicinò, permettendogli di sovrastarlo e adagiarlo un'altra volta fra le lenzuola.
Guido, percorrendo il corpo afrodisiaco con morsi, baci e carezze, si rese conto quanto le emozioni provate fossero simili, e al contempo diverse, rispetto a quelle della notte precedente.
Stupefatto udì Giorno ridacchiare ancora, confessando: «È strano, mi sento ancora un po' brillo».
Lo rilassò constatare fosse lo stesso per lui e, senza distogliere gli occhi dai suoi, lo coinvolse nell'ennesimo bacio.
«Anch'io».
Seppur quella poteva considerarsi una sbornia decisamente diversa.