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Saluti da I-Island

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Aizawa, in linea di massima, non sopporta l’estate.

Ci sono tanti fattori che concorrono a questa valutazione, come ad esempio: avere una divisa che, benché perfetta per mimetizzarsi durante gli appostamenti notturni e per nascondere le macchie, non è proprio del colore ideale per sopravvivere sotto il sole; non poter più dormire nel suo sacco a pelo, perché la temperatura al suo interno rischia di lessarlo vivo; non poter più dormire sui divani della sala insegnanti, perché la pelle è il tessuto peggiore dove appisolarsi e sudare, e non poter più dormire nemmeno in giro, perché tutti questi eroi ficcanaso hanno il vizio di chiamare i soccorsi se lo trovano riverso per terra senza sacco a pelo; i criminali che decidono di evitare il caldo attivandosi tutti di notte, facendo così triplicare il suo lavoro quando è di turno; i resoconti dei tirocini da raccogliere e organizzare per il consiglio di classe; i campi estivi in cui viene puntualmente incastrato; il compleanno di Mic a cui sopravvivere; le zanzare.

Eppure, nonostante ogni anno sia tutto sempre più insopportabile, c’è una settimana tra giugno e luglio, un’unica, splendente settimana nel mezzo dell’estate, in cui le stelle per una volta si allineano nel modo giusto e l’universo decide di sorridergli.

È la settimana in cui tutte le pratiche dei tirocini sono state archiviate, i campi estivi sono ancora in preparazione, Mic è troppo depresso dal suo compleanno imminente per trascinarlo in giro ogni sera, i ragazzi sono a casa, e Aizawa può prendersi le ferie anche dall’agenzia e passare le sue giornate a fare un emerito cazzo di niente.

È la settimana perfetta, la luce di ogni singola estate.

Sono giorni in cui non esistono sveglie e non esistono vestiti se non per uscire - cosa che comunque fa soltanto quando è assolutamente indispensabile. Sono giorni in cui ignora il telefono e internet e qualunque cosa possa distrarlo dal suo nulla assoluto, forte del fatto che se ci fosse qualche emergenza qualcuno verrebbe a chiamarlo. Sanno benissimo dove trovarlo, dopotutto: sbracato davanti a un ventilatore, con le tapparelle mezze abbassate, a leggere qualcosa che non è un compito sgrammaticato né una programmazione didattica né un rapporto della polizia.

Cucina, ogni tanto, perché per una volta ha tempo e perché sono giornate troppo belle per essere concluse con un pacchetto di ramen istantaneo. Recupera serie arretrate, attaccato al computer fino a notte fonda, episodio dopo episodio, per poi svegliarsi il giorno dopo all’alba delle due di pomeriggio - non l’abitudine migliore per i suoi occhi, deve ammettere, ma in fondo è un vizio che può concedersi giusto un paio di volte l’anno.

Anche passare a scuola non è un peso, perché non ci sono studenti tra i piedi e in compenso ci sono i suoi randagi che lo aspettano. Può uscire in canotta e pantaloncini, con i capelli legati e gli occhiali da sole, perché non c’è nessuno a disturbarlo per le sue scelte di vestiario, e può passare tutto il tempo che vuole con i gatti intorno ai dormitori, senza paura di essere interrotto ogni cinque secondi da un ragazzino urlante.

Gli ultimi gattini nati in primavera sono appena stati svezzati - giusto in tempo per portare la mamma a sterilizzare - e quando va a riempire le ciotole gli corrono incontro con le codine all’insù, infilandosi fra i suoi piedi con un coro di miagolii sottili ma eloquentissimi. Si siede per terra all’ombra di un albero a guardarli, e quando hanno finito queste tre palline di pelo arruffato gli si arrampicano addosso, ronfando come piccoli motori, mentre la mamma sorveglia placida dal davanzale di una finestra e altri gatti mangiano e poi li raggiungono, una piccola micia nera decisa a curiosare nella sua borsa, un grosso gatto arancione che gli si acciambella tra i piedi per una pennica.

Non sa quanto tempo passi, ma quando anche l’ultimo gatto trotterella via, attirato da rumori lontani, il cielo si è fatto di un arancio brillante e le cicale hanno iniziato a cantare.

Questo è, probabilmente, quanto di più vicino ci sia alla felicità vera.

Decide di fare un salto in sala insegnanti a controllare le sue cose, visto che il suo umore è così indistruttibile che neanche un anno di bollette arretrate potrebbe abbatterlo. È anche il suo momento preferito per attraversare la scuola, questo, quando i corridoi sono freschi e deserti e la luce del tramonto colora d’oro ogni cosa. La sala insegnanti è vuota, abbandonata anche dagli sfortunati rimasti di turno per la settimana, così Aizawa non accende nemmeno le luci e si lascia cadere alla sua scrivania per controllare la posta.

Tra una scartoffia e l’altra spunta, innocente, una cartolina dai colori sgargianti. Aizawa deve togliersi gli occhiali per guardarla bene, e immediatamente se ne pente.

C’è un’accozzaglia di immagini sopra, una serie di palme e una ruota panoramica e strade colorate e gente che sorride, con al centro Saluti da I-Island! in bianco e azzurro, come se si trattasse di giochi d’acqua. Un angolo, per qualche motivo, è bruciacchiato.

Per un attimo è convinto di aver ricevuto la posta di qualcun altro, poi però la gira.

Car Aizawa sensei,
abbiamo sconfitto dei villain!! È stato difficile, ma ci hanno dato una medaglia e poi All Might ci ha portato a mangiare il barbecue.
A presto,
1 - A

Seguono tutte le firme dei ragazzi, in una confusione di scarabocchi e penne colorate, e poi il suo indirizzo (Sig. Aizawa Sensei) scritto con cura in un angolo.

Aizawa resta per un lungo momento a fissarla.

Poi, andando contro ogni suo singolo istinto di autoconservazione, rovista nella borsa e tira fuori il cellulare. Quando lo accende rischia di esplodere per le notifiche, ma in cima alla lista di chat e mail e chiamate perse lampeggia l’avviso di trentasei messaggi da parte di All Might, il primo dei quali recita: PER PRIMA COSA STANNO TUTTI BENE.

Appena il telefono ha smesso di ricevere notifiche e vibrare come se fosse posseduto, con tutta calma lo sblocca, scorre la lista dei contatti, seleziona un certo numero e lo chiama, portandoselo all’orecchio senza registrare davvero gli squilli sotto il rombo del suo umore che precipita al suolo.

La risposta arriva dopo quasi un minuto, in toni ansiosi e concitati.

“Aizawa-kun, ti giuro, ho provato a chiamare -”

“Cosa,” lo interrompe, con una voce dall’oltretomba, “avete fatto, All Might?”