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Prego, signori Iruma

Work Text:


*Titolo: Prego, signori Iruma
*Fandom: Hypnosis Mic
*Personaggi: Jyuto Iruma, Doppo Kannonzaka
*Prompt: Missione Due - And there was only one bed
*Parole: 7970
*Note: Lavorare per una SPA termale mi ha influenzato parecchio, devo dire (lol) (non è betata raga pls se vedete orrori non uccidetemi)









Proveniente da un angolo della scrivania, sente di nuovo la vibrazione del telefono cellulare insistere per qualche secondo – due vibrazioni sono l’arrivo di una mail, una vibrazione una notifica di qualche tipo, dalle tre vibrazioni in su una chiamata – e quindi zittirsi di nuovo, tra plichi di fogli, cartellette trasparenti troppo piene, biro e forbici e graffettatrici e altre mille cose che tutte, tutte gli servono per compilare moduli di ogni forma e dimensione.
Stacca gli occhi dallo schermo del computer e fissa il vuoto, mentre sullo sfondo della sua visuale i colleghi di ufficio si alzano per l’ennesima pausa caffè tutti assieme. Sorrisi cordiali e qualche parola allegra, le sedie che ruotano vuote su se stesse e telefoni, piccoli e neri, che squillano piano, in un ronzio costante.
Restano seduti soltanto lui e il nuovo assunto nell’angolo, il cui ticchettare sulla scrivania del computer più vecchio del reparto è udibile addirittura al di sopra del telefono del dirigente, dall’altra parte della porta di vetro. Sembra debba dimostrare il proprio entusiasmo e il proprio zelo a ogni costo, avendo ancora l’illusione che sarebbe servito a qualcosa nel suo futuro. Ogni tanto gli attraversa il cervello l’idea che forse dovrebbe avvisarlo, ma non è un problema suo, men che mai in quel preciso momento.
Ha un movimento minuscolo dell’occhio destro, quasi un tic nervoso che riesce a scuoterlo abbastanza dalla propria stasi, e allora tutto quanto riesce a riprendere forma attorno a lui. Anche la sua ansia.
Doppo spera che non sia la terza mail di Jyuto, con tutto il proprio cuore.
Non è riuscito a rispondergli quella mattina, quando appena prima di entrare in ufficio ha visto che l’altro uomo gli ha mandato qualcosa, semplice semplice, corto corto.
“Kannonzaka-san, questo weekend sei libero?”
Doppo ha pure riso al pensiero che quel giorno fosse venerdì, e che in effetti il weekend si è avvicinato prima che se ne accorgesse. Ma ha calcolato male i propri tempi di reazione e non è davvero riuscito a rispondere al messaggio: il direttore lo ha intercettato subito e gli ha intimato con parole ben poco gentili di prendere posto alla sua postazione nell’immediato, che aveva un sacco di lavoro da recuperare. Come facesse sempre straordinari e si ritrovasse sempre e comunque del lavoro in più da svolgere, alcune volte persino da portare a casa, è un mistero che Doppo non riusciva mai a risolvere.
La seconda mail di Jyuto è arrivata verso mezzogiorno, accumulandosi con l’altra e rimanendo non letta. Doppo è riuscito a malapena a leggerne la preview, perché tra un boccone e l’altro ha dovuto ingoiare il resto del proprio pasto in meno di dieci secondi, tracannare metà del termos di caffè – bollente, ancora – e tornare in ufficio alla velocità della luce.
“Deduco quindi che-“
Doppo non avrebbe mai saputo cosa il poliziotto avesse dedotto, invero. Si sarebbe scusato appena possibile, sentitamente e accoratamente. È così difficile gestire una relazione.
L’uomo scuote la testa, sorprendendosi dei propri stessi pensieri, perché ha appena chiamato quella cosa che lo unisce al poliziotto relazione.
Relazione? La loro?
O meglio, una qualsiasi cosa che lui ha con un altro essere umano?
Sbuffa e sorride, probabilmente in maniera inquietante data la reazione del suo collega che occupa la scrivania di fronte alla sua. Rivolge al suo indirizzo scuse sussurrate e china di nuovo il capo in avanti, continuando a copiare i dati del resoconto sul file che aveva aperto.
Per un attimo il suo computer ha un stand-by, sembrò incantarsi e non funzionare, mentre il cursore a freccetta si arrotola e forma una piccola clessidra che invita alla calma e alla pazienza. Ma Doppo sa che con la calma e con la pazienza, l’unica cosa che si ottiene era soltanto perdere del tempo prezioso – quasi che essersi incantato a fissare il vuoto non lo faccia sentire abbastanza in colpa e abbastanza in ansia per una lunga serie di motivi.
Così, è proprio quando diede un colpo abbastanza deciso al cervello metallico di quell’aggeggio che il suo capo, all’improvviso, esce dalla propria anta di vetro, e come se fosse stato richiamato dal Signore gli pianta due occhi sgranati addosso e lo fissa dritto dritto per qualche istante.
Doppo sbianca e non riesce a muoversi per diversi secondi, almeno finché l’altro non è chiamato da qualcun altro lontano, chissà per quale motivo.
Bene, oltre che gli straordinari quella sera, gli toccherà pure una detrazione dello stipendio nel caso molto probabile quell’aggeggio presentasse un qualche minimo problema – non che un pugno ogni tanto lo danneggi davvero, ma Doppo sa benissimo quanto la tecnologia tutta lo odi e quanto, come tutto il resto dell’universo, ami metterlo nei guai.
Di nuovo quel tic all’occhio.
Rimane con le palpebre fisse nella conca dei bulbi oculari per diverso tempo, anche se il suo telefono cellulare vibra in continuazione.
Sono solo le tre e ventitrè minuti. Magari quando va in bagno trova un buon modo per suicidarsi con l’acqua del cesso, sì.


Il nuovo arrivato gli si avvicina con garbo sospetto, e poi sgancia la bomba, per allontanarsi come se nulla sia accaduto. Ignaro, innocente, e per questo crudelissimo.
-Kannonzaka-san, il direttore ti aspetta nel suo ufficio.
Eccolo, puntualissimo come ogni sera, specialmente di venerdì. Doppo non deve neanche alzare lo sguardo all’orologio appeso sopra la porta di ingresso, un punto nero come la pece contro un muro bianchissimo, perché sa che questo rituale viene ripetuto sempre alla medesima ora, e mai un minuto prima, mai un minuto dopo. Le diciotto e due minuti, tra i quindici e i ventisette secondi.
Ormai aspettava che fossero passate le diciotto e tre minuti prima di prendere la giacca, perché a quel punto era sicuro che non sarebbe stato intrattenuto oltre, ma a quanto sembrava quella sera non gli toccava questa benedizione.
Raccoglie i propri fogli, li mette nella cartella nera con il suo nome e si dirige senza troppa voglia alla porta di vetro. È già madido di sudore quanto le dita della sua mano si arrotolano attorno alla maniglia, forse ha addirittura cominciato a gocciolare quando il primo piede varca la sacra soglia.
Si concentra per diversi istanti sul tappeto che copre quasi tutta la superficie del pavimento, ma poi viene richiamato e la sua attenzione deve per forza concentrarsi su altro.
-Kannonzaka-san.
Per esempio, su quell’insolita educazione che l’altro usa per rivolgersi a lui.
Doppo alza lo sguardo con un certo sospetto e lo guarda attentamente. L’uomo, giovane, responsabile di complessivamente tre reparti compreso il suo, una carriera abbastanza brillante dall’università in poi, rigido di polso e abbastanza incline a eccedere nell’esercizio del potere, da un senso di disagio palpabile, inequivocabile. E Doppo sa riconoscere benissimo tutti i segni del disagio, dacché li prova e li esterna costantemente lui medesimo.
L’uomo ha davanti a sé un foglio inutile e sta muovendo le dita in maniera frenetica. Ignora persino il telefono che imperterrito squilla, quasi non gli dia alcun fastidio.
A disagio per il suo disagio – cosa insolita, d’altronde – Doppo rompe il silenzio calato nella stanza. Si china appena in avanti, mentre la targhetta di plastica col suo nome scivola nel voto e comincia a dondolare.
-Mi scuso davvero per l’increscioso incidente di prima, signore. Sa, il mio computer ogni tanto è un po’ testardo, e allora-
-Kannonzaka-san.
Interrotto, ma questa non è una novità. Doppo non alza lo sguardo, aspettando il resto.
-So che sei nella nostra azienda da molto tempo, Kannonzaka-san. Un nostro lavoratore diligente e attento, oserei dire costante.
Ancora, Doppo non osa alzare lo sguardo, né muoversi. Considera per qualche istante se sia lecito persino respirare, in una situazione come quella.
-Hai sempre portato a termine il tuo lavoro, ho potuto leggere dai nostri rapporti di reparto. Certo, magari ti sei preso qualche giorno per completare le pratiche, ma sei sempre riuscito a consegnare le scadenze.
Doppo sente il corpo pesante, perché rigido nella stessa posizione da tempo. È troppo vecchio per affrontare quella dose di stress tutta assieme, davvero.
Nota che finalmente la sua targhetta ha smesso di ballare nel vuoto, sotto il suo collo.
-Penso che lei si possa concedere qualche giorno di riposo.
La sua nuca scricchiola per quanto veloce solleva la testa, a quel punto.
-Eh?
È così palese e genuina la sua sorpresa che il signor direttore di reparto tradisce una certa irritazione, e i suoi gesti tornano quelli abituali che Doppo ha sempre visto in azione. Le mani più decise, le sopracciglia aggrottate.
-Ma sì, Kannonzaka-san! Non mi ha sentito? Qualche giorno di riposo.
Ma basta che il giovane uomo incroci la vista del proprio cellulare perché assuma nuovamente quell’atteggiamento dimesso tanto insolito.
Però, nonostante questo, Doppo ha il cervello bloccato, incapace di concludere un nesso logico.
-Qualche giorno-
Muove le dita nel vuoto, indicando qualcosa di invisibile. L’altro deve persino rispondere, nonostante sia visibilmente scocciato.
-Il week-end?
-Esatto.
-No straordinari?
-No.
Ancora qualche secondo di processo lento, mentre il direttore comincia a essere stranamente paziente.
Doppo si accorgerebbe senza alcun problema di tutto questo, se non fosse tanto preso dall’impegno di fare i conti con una sorpresa gradita. Un imprevisto che non lo obbliga a cinque ore di straordinari nel suo poco tempo libero.
Rizza la schiena e abbassò le braccia contro i fianchi.
-Oh.
Il giovane uomo ancora seduto alla scrivania di legno pregiatissimo, un segno di palese potere tanto lucido e maestoso, si affretta a sottolineare il concetto, perché sia assolutamente chiaro, senza alcun fraintendimento.
-È libero di passare questi due giorni come meglio crede.
Sorride persino, come se si trovasse davanti un cliente affabile con cui concludere un contratto.
Doppo fa quella sorta di smorfia che per lui è un sorriso, trovandosi senza una prassi convenzionata con l’abitudine per quel genere di situazioni. Non sa davvero come comportarsi.
-Grazie?
L’altro gli fa un cenno con il capo, ma non dice nulla. Così, può definirsi concluso il loro incontro, pensa.
Comincia a fare qualche passo indietro, circospetto, tenendosi pronto nel caso l’altro gli dica che quello è tutto uno scherzo e ha altre venti pratiche per lui da finire entro le otto di quella sera. Ma pare che non sia il caso, perché riesce persino a raggiungere la porta incolume.
Vuole comunque salutarlo.
-Ci vediamo lunedì?
E anche l’altro lo saluta, inspiegabilmente molto contento di levarselo dai piedi.
-Sì sì, arrivederci Kannonzaka-san. Arrivederci.
È quando Doppo si chiude la porta di vetro alle spalle, sguardo confuso e cartelletta nera tra le braccia, che il suo cellulare comincia a vibrare come impazzito: una chiamata.
Jyuto Iruma.


-Ah, Doppo! Sono davvero contento di poter passare un paio di giorni con te! Ci voleva a entrambi, questo è poco ma sicuro!
Jyuto avvicina di nuovo la sigaretta alla bocca, ritirando il braccio e la mano dal finestrino lasciato aperto nonostante la macchina stia correndo all’impazzata lungo la careggiata della strada. Come riesca a guidare con una sola mano – e come riesca a non farsi tranciare via quell’altra mano da un qualsiasi oggetto o in movimento o fermo – è un miracolo che ha suggerito immagini raccapriccianti di apocalissi e morti atroci nella mente dell’altro uomo, che per ora si limita ad annuire con un mugugno basso, tutto rannicchiato nel proprio sedile passeggero.
Il vento freddo della sera, che ruba quel leggero odore di fumo dal retrogusto di vaniglia, gli arriva solo in maniera indiretta, ma scompiglia in maniera fin troppo sexy i capelli scuri del poliziotto, che in aggiunta lo guarda tutto ammiccante e con un sorriso accennato da fargli venire voglia nonostante sia stanco morto.
Maledizione a lui e all’influenza che ha, sempre e comunque, sui suoi ormoni. Senza contare che ha pure preso l’abitudine di chiamarlo per nome, suggerendo un’intimità che Doppo mica ha mai previsto, mica ha mai calcolato nella sua vita.
Lui, intimo con una persona con cui ha una relazione carnale da circa sette mesi. O sono otto, non si ricorda esattamente, ma quello non è poi così importante.
Un’accelerazione improvvisa lo schiaccia contro il rivestimento in pelle, e solleva un poco contro il suo ventre la cartella nera piena di fogli che ancora regge, come se attraverso quella stesse cercando di aggrapparsi in qualche modo a una realtà incomprensibile. Jyuto lo nota, e in un qualche modo individua un dubbio che l’altro non ha ancora razionalizzato, e quindi espresso.
-Non ti devi preoccupare di nulla, è già tutto ordinato per noi. Possiamo semplicemente arrivare là, sul posto, parcheggiare ed entrare nella struttura. Ci aspetta un trattamento-
Recupera il volantino che ha lasciato nel cruscotto, un coupon lucido dalle scritte giganti e in oro; Jyuto si sistema gli occhiali sul naso con il fianco del dito indice, e quindi fa una risatina leggera e spumosa, divertita.
-Un trattamento super delux, completo di cambio in cabina e fuori cabina, una bottiglia di champagne a notte, una personale vasca idromassaggio e una serie di trattamenti personalizzati che pianificheremo una volta raggiunto il posto, assieme agli addetti all’area benessere.
Una smorfia di apprezzamento modella per qualche istante il suo volto e un fischio lusinghiero esce dalle sue labbra, appena prima che vi venga infilata di nuovo la stecca della sigaretta. Doppo si ritrova a ingoiare saliva per una complessa serie di motivi, ma la sua voce gli esce comunque rauca.
Chissà perché.
-Non credo di aver afferrato il punto centrale della situazione.
A quanto pare, Jyuto non stava aspettando che quella domanda. Lo guarda con occhi così contenti come non lo ha mai visto fare prima, una soddisfazione che lo rende ancora più luminoso del solito, e per poco non gli volano dalle dita sia la sigaretta sia quel benedetto coupon.
-Sono stato promosso di grado! Proprio ieri! È stata decisamente una sorpresa, ma la concorrenza non valeva neanche la preoccupazione. E oltre che a una maggiorazione di stipendio e un’altra inutile medaglietta da mettere da qualche parte, mi hanno dato questo!
Sventola ancora il fogliettino sotto il suo naso, tutto contento. Doppo pensa sinceramente che sia l’unico motivo per cui mostra così tanta gioia. Tuttavia, Jyuto non ha risposto se non a parte del suo quesito, e gli preme esattamente sapere quanti più dettagli possibile – per non soffocare nell’ansia ancora prima di arrivare, per esempio.
-Iruma-san, io-
-Chiamami Jyuto!
Pausa, Doppo deve guardare fuori dal finestrino perché si sente prossimo all’esplosione ed è davvero troppo stanco per sostenere tutto quello.
-Dove ci stiamo dirigendo?
Lo sente rimettere il foglietto nel posto da dove lo ha prelevato prima, e finalmente chiudere quel dannato finestrino almeno di una spanna, lasciando tutti i rumori della città fuori. Socchiude gli occhi mentre il poliziotto gli parla di questo centro benessere che hanno aperto da poco fuori città, che a Yokohama hanno pubblicizzato parecchio e che pare essere stato raccomandato da diversi dei suoi colleghi. Da quella sera fino a domenica sera, potranno usufruire di una serie di cose, tra cui massaggi, saune e dei frullati dietetici con super frutta.
Super frutta.
L’uomo ripensa per pochi istanti, mentre la sua nuca appoggiata al sedile viene lievemente massaggiata dalla vibrazione della macchina, alla sorpresa che il suo povero cuore ha dovuto affrontare una mezzoretta prima, quando si era ritrovato lui davanti all’entrata del palazzo dove lavorava. Vestito di tutto punto, sorridentissimo, tranquillissimo, già la prima sigaretta tra le labbra.
Doppo puzza ancora di ufficio e dello snack smangiucchiato che ha sbriciolato per tutta la scrivania, si sente come rapito in qualche modo. Poi ha un’illuminazione e spalanca gli occhi, gli rivolge uno sguardo stupefatto mentre Jyuto continua a sorridergli, più splendido che mai.
Come se avesse pianificato nei minimi dettagli quella sorta di fuga d’amore. Anche la certezza che lui si sarebbe presentato in orario all’uscita da lavoro.
-Comunque, appena arrivati potrai farti una doccia lunga quanto vuoi! Possiamo cenare fino alle undici e mezza, o anche ordinare in camera! È tutto compreso nel coupon, non ti devi preoccupare.
Riflette un secondo, guardando verso l’alto.
-Oh, a parte un paio di servizi aggiuntivi, ma a quelli penseremo poi.
Svolta a destra abbastanza brusca, verso il mare. La luna già alta nel cielo stendeva il proprio riflesso pallido sopra le piccole crespature sulla superficie, onde molli che si arricciano nel bianco.
Doppo alla fine è costretto a sbattere le palpebre e a guardare avanti, dove la strada si allungava nel buio.


Doppo sobbalza quando vede comparirsi più o meno all’improvviso, silenzioso come un’ombra, uno degli addetti al ricevimento del centro benessere. Pare sia interessato alla sua valigetta, crede forse che sia un bagaglio che deve disporre in camera personalmente, ma l’uomo lo guarda torvo e stringe l’oggetto con un certo fare possessivo. Così che l’altro si allontana come si è avvicinato, avvicinandosi di nuovo a una delle colonne massicce e tondissime che fiancheggiano il corridoio di entrata.
Tutto così brillante, tutto così lucido, tutto così perfetto.
Il portone di ingresso che li ha fagocitati è stato un tripudio di marmo spesso, che li ha accompagnati per la discreta scalinata fino alla reception, oltre un corridoio largo quanto tre auto messe una davanti all’altra – un tappeto rosso che solo dall’aspetto sembra morbidissimo, ma che Doppo fa fatica a calpestare perché troppo bello.
Jyuto no, come Jyuto non si fa neanche problemi a parlare con la signorina bellissima, pulitissima e profumatissima al di là del bancone. Se solo Doppo non fosse preso ad ammirare il lampadario fatto di millecentoventisei gocce di vetro, e a contare effettivamente tutte quelle goccioline brillanti, sentirebbe cosa si stanno dicendo in quel momento, scambiandosi cortesia e sorrisi a non finire.
-Bene, signor Iruma. Ancora un attimo e abbiamo finito. Le chiedo soltanto di lasciarmi una carta un documento di riconoscimento e una firma digitale.
Jyuto, che pare intravedere la fine di tutto quello – perché far aspettare Doppo per ben cinque minuti dopo tutto quello che gli ha detto gli pare sinceramente eccessivo – estrae in modo fin troppo veloce quanto richiesto dal portafoglio, ed esegue la richiesta di lei in pochissimi istanti.
La signorina si mostra soddisfatta di quanto ottenuto, e non inclina il proprio splendente sorriso neppure di un millimetro.
-Potrà richiedere i trattamenti speciali direttamente in loco, nei vari reparti disponibili all’interno del nostro centro benessere. Un nostro dipendente vi accompagnerà presso la vostra camera, dove potrete trovare anche il menù delle portate da ordinare al telefono. Le cucine sono a vostra completa disposizione, come tutto il resto.
Sì sì, tutto spiegato almeno cinque volte. Jyuto si sente un po’ preso per stupido, ma non si vuole lamentare. Recupera la chiave dalle sue mani e quindi può tornare di nuovo da quello che, a quanto pare, è stato registrato in un modo abbastanza singolare.
Infatti, sorride senza la minima esitazione, forse una punta di soddisfazione, quando il ragazzo indicato a far loro strada, dopo un breve inchino, comincia a camminare un poco lesto davanti a loro.
-Prego, signori Iruma.
Doppo pensa di aver sentito male, è stanco e ancora frastornato dalle luci e dal bianco. Non oppone resistenza quando Jyuto lo tocca per la spalla e fa in modo che lo segua dove deve andare, abbastanza confuso. C’è un corridoio lungo e poi un ascensore di vetro, che quando si solleva mostra alla vista la parte più bella della città che si sta addormentando all’esterno, e quel bel giardino che loro hanno prima attraversato con la macchina per arrivare proprio davanti alla porta, per lasciare poi che altri parcheggiassero al posto loro. Ancora un altro corridoio, infine la camera, il cui ingresso è circondato da un semi arco in rilievo, delle piccole greche dalla fantasia floreale che tagliano la profondità, da tanto sembrano realistiche.
Il ragazzo li abbandona solo quando è assolutamente sicuro che la doppia chiave che la collega ha fornito loro funzioni come di dovere. Un secondo inchino e si allontana nella stessa maniera silenziosa con cui si è sempre mosso fino a lì, sparendo dietro un angolo lontano.
Jyuto è il primo a fare il proprio ingresso nella piccola suite, ma soltanto perché in questo modo può tenere la porta aperta al compagno, permettendogli di entrare come desidera. E Doppo è circospetto, imbambolato, assolutamente stupefatto. Come entra, le luci soffuse si accendono gradualmente, accompagnando il suo passo dove lui lo conduce. Se fa mezzo passo verso la finestra, quella porzione di camera si illumina; se invece si appropinqua al bagno, o quella che sembra la porta per un altro locale, la luce non lo lascia mai.
Piccole luci ovunque, dal contorno degli angoli estremi della vetrata che si affaccia sulla città a ogni altro dettaglio perfetto che addolcisce la vista, come i quadri, la cassapanca di legno laccato, i soprammobili dai profili dolci che seguono una linea di morbidezza.
E quell’unico, immenso e gigantesco letto matrimoniale piazzato contro la parete della stanza, che rende inequivocabile il suo destino.
Doppo ha giusto il tempo di realizzare che è vivo per davvero, che una mano brusca lo afferra per il polso e con un gesto sbrigativo lo fa girare quasi su se stesso. Jyuto gli circonda la vita con l’altro braccio e se lo addossa contro, mentre famelico divora la sua bocca lasciata dischiusa dallo stupore. Qualcosa nel cervello dell’impiegato scatta, perché almeno quello è un ambito che sa riconoscere: il preludio a qualcosa di fisico e intenso, profondissimo e bagnato. Lascia cadere finalmente la propria cartelletta nera al suolo e si aggrappa al suo capo con le mani, affogando le dita lunghe e stanche tra i capelli castani di lui.
Non ci sono mezze misure, quando si tratta di quel genere di cose, e a Doppo va benissimo in questo modo, perché sentirsi afferrare da lui, in modo così sicuro e passionale, gli procura un benessere tanto radicato quanto – forse, ormai – necessario.
Jyuto si separa dal suo viso con il fiato già corto e gli occhiali storti, gli occhi lucidi di desiderio. E Doppo sa bene cosa accadrà, da quel momento in avanti.
Che lo butterà sul letto, gli strapperà i vestiti di dosso, e probabilmente preparandolo alla meglio, lo terrà sveglio per tutta la notte. Spera solo che le camere, oltre che essere così belle e perfette e profumate di nuovissimo e di soldi che non ha, siano anche insonorizzate, perché ricorda come Hifumi si sia lamentato parecchio a riguardo quell’unica volta che i due hanno avuto un incontro passionale nel loro appartamento.
Ma Jyuto sorride, e l’unica cosa che fa è dargli un piccolo bacino sulla punta del naso.
-Faccio io per primo la doccia, dopo tocca a te.
Non aspetta che l’altro si riprenda per rispondergli. Lo abbandona lì, in mezzo alla stanza, e va in bagno. Tempo pochi minuti, e Doppo sente il gettito dell’acqua azionarsi e Jyuto canticchiare qualcosa di strano.
Per fortuna una parte del suo cervello gli suggerisce l’idea di approfittare del letto a cinque piazze – circa – prima di cadere addormentato sul tappeto, perché a quel punto è così tanto frastornato da tutto che non riesce più a distinguere la realtà dalla non realtà.


Un trillo delicato molesta la sua mente, riportando a galla la coscienza da quello che a tutti gli effetti può essere paragonato a un coma profondo: non ha mai dormito così bene – o almeno, mai negli ultimi dieci anni della sua povera e inutile vita.
Ma appunto per questa considerazione, prima di ricordarsi dove si trovi e cosa stia facendo, il panico consueto lo prende alla sprovvista, sollecitando il suo pensiero con considerazioni inutili che lo bloccano per la paura.
Così, i cuscini bianchissimi e morbidissimi diventano di marmo, la sensazione di tranquillità e di rilassatezza che gli arriva dal resto del corpo, specialmente dalla parte inferiore della schiena ancora intonsa e per nulla arrossata, disagio concreto.
Qualcosa sotto le lenzuola, accanto a lui, si muove, e Doppo si irrigidisce sul materasso, immobile come quegli animali sotto attacco che fanno finta di essere morti.
Altro trillo leggero alla porta, un bacio sulla tempia.
-Buongiorno, Doppo. È arrivata la colazione.
La voce di Jyuto è dolce e rilassata, quasi l’uomo stesse vivendo un sogno reale.
Lo sente allontanarsi e quindi lasciare il letto, lo vede con la sola coda dell’occhio recuperare, nudo, un accappatoio bianco piegato in ordine sopra la cassapanca, e quindi camminare lento verso l’ingresso, nascosto alla vista da quel piccolo atrio elegante che protegge le sue nudità dalla vista esterna. Jyuto ringrazia quello che deve essere un cameriere e consegna qualcosa nelle sue mani; mentre la porta si chiude, tira un carrellino di legno chiaro dentro la stanza, fischiettando contento.
Arriva il profumo di caffè dolce, e di marmellata alla frutta.
-Spero non ti dispiaccia fare colazione qui, l’ho richiesto io. Preferivo essere il più tranquillo possibile.
Doppo fa fatica a rispondere – in verità, non risponde affatto, ma si limita a mugugnare qualcosa contro il cuscino. Sobbalza quando sente all’improvviso la mano di lui attorno alla caviglia di quel piede che ha fatto sgusciare fuori dalle lenzuola mentre dormiva tutto storto. E salire, salire e ancora salire; Jyuto che si apre appena appena l’accappatoio e si siede poco distante da lui, salendo ancora con le dita.
Eccolo che arriva.
-Ti prendo qualcosa con cui coprirti.
E questa volta pure senza manco un bacino dolce. Si allontana così, lasciandolo di nuovo interdetto.
Quasi Doppo si sente un mostro ad avere tutta quell’aspettativa, come se Jyuto non fosse un uomo del tutto normale, che sa fare cose normali, che sa comportarsi in modo normale, ma al contrario fosse semplicemente una macchina che funziona a sesso e sperma.
Decisamente un mostro.
Si alza piano, già abbastanza sconvolto, con il corpo che non riconosce affatto quella sensazione di benessere e comfort tanto duratura. Il buon profumo che ha usato nel farsi la doccia la sera prima impregna ancora i capelli spettinati, e gli scivola sulle tempie quando alza il viso e dirige lo sguardo all’altro uomo. Dopo aver appoggiato con delicatezza il suo accappatoio sopra un angolo del letto, gli sorride e si allontana, andando a sedersi al tavolino che c’è davanti alla finestra, nello spazio libero ampio prima della televisione e della vetrina degli alcolici.
L’impiegato si ricorda finalmente di quel dettaglio poco importante che è la sua nudità. Perché non si tratta di una nudità discreta, affatto, ma di una nudità completa, tanto che potrebbe quasi avere l’ardire di chiedere dove siano finiti i suoi vestiti.
Tutto troppo strano.
Non si azzarda a dire nulla e si veste con l’accappatoio, recupera quelle ciabattine bianche e morbide che stanno sotto il letto, dalla sua parte, e raggiunge l’uomo al tavolino.
Jyuto sta riempiendo il suo piattino con delle fette di pane ricoperte di burro e marmellata, e sembra la persona più felice del mondo. Una casalinga che serve il marito, in pratica.
Un po’ gli ricorda Hifumi, ma ha come il sospetto che se glielo dicesse Jyuto smetterebbe all’istante di essere così tanto allegro – si ricorda vagamente di quanto teso e leggerissimamente insofferente sia sempre stato l’attuale situazione abitativa del suo Doppo fosse sottolineata in qualche modo. Ma cosa si può pretendere da qualcuno con cui si ha una relazione da circa nove mesi. O sono dieci? Doppo non ricorda neanche quello.
-Questa marmellata è buonissima, sa davvero di frutta.
Jyuto addenta con eleganza il proprio pane, si sporca anche gli angoli della bocca nel gesto e quindi si lecca, in punta di lingua, la zona sporcata. Doppo lo fissa mentre si rilassa contro lo schienale della propria poltroncina e alza il telecomando, cercando nelle offerte della televisione un telegiornale o qualcosa che lo possa interessare. Il suo sguardo è attento, ma la linea del viso rilassata, quasi stesse assecondando un’abitudine consolidata persino in quell’ambiente tanto particolare. Perfettamente uniformato col contesto.
E quei maledetti capelli lisci, lasciati alla loro piega naturale, stanno mettendo molto alla prova l’autocontrollo di Doppo.
Il poliziotto intercetta il suo sguardo e gli sorride.
-Scusami, non ti ho chiesto se potevo accendere. Ti disturba?
L’altro uomo scuote la testa e abbassa subito lo sguardo, cercando di concentrarsi sul tripudio di marmellata di fragole sopra il suo pane. Lo addenta e, dopo il primo morso che praticamente risveglia tutte le sue papille gustative morte in un singolo colpo, lo ingurgita in pochi istanti.
Quasi si soffoca – Jyuto gli riempie la tazza di succo di arancia, così che possa liberarsi la gola e tornare a respirare. Nessun commento, solo tanto amore negli occhi.
-Prendi pure tutta la marmellata che vuoi, Doppo.
Ancora il suo nome, tra le labbra sporche di zucchero e anche caffè.
Doppo quasi si strozza di nuovo, questa volta con un toast semifreddo quando si accorge che l’accappatoio di Jyuto è molle sul petto, e lascia intravedere molto. Non oda dubitare che sia stato fatto apposta, non a quel punto.


È sicuro che Jyuto glielo abbia ripetuto almeno tre volte, perché com’è attento lui alle cose, solo un paranoico è più preciso.
Tra una carezzina alla mano, un sorriso con un solo angolo della bocca, e quelle dannatissime sue cosce che si scopriva un pezzettino sempre di più ogni volta che incrociava le gambe, ecco, Doppo pensa di avere delle buone giustificazioni del fatto che non si ricorda poi molto, se non che l’area benessere è grande, molto grande.
Fin troppo grande.
Ha perso di vista Jyuto per un nanosecondo – un nanosecondo davvero – nei pressi della piscina fredda, e si è ritrovato da solo, in mezzo a perfetti sconosciuti, addosso un costume che profuma di nuovo e di plastica, noleggiato al negozio interno all’albergo.
Forse il poliziotto si è tuffato e asta aspettando che lo raggiunga, o forse si è diretto verso quei materassini effervescenti che sembrava così desideroso di provare, quella mattina, o ancora sta facendo altro, una delle almeno cinquanta attività possibili all’interno del centro benessere.
Doppo si muove a disagio sul posto, ruotando su se stesso e guardando con sguardo afflitto ovunque, finché qualcuno non lo approccia.
-Buongiorno, signore.
Sobbalza di violenza e individua solo in un secondo momento un tizio vestito di bianco, evidentemente uno degli addetti del centro termale, che lo sta guardando con tanto d’occhio come se un moscerino piuttosto grosso avesse appena deciso di suicidarsi sotto la sua palpebra.
E un po’ dalla vergogna morirebbe pure, Doppo, il cui primo istinto lo fa inchinare in avanti e scusare almeno quattro volte prima di riuscire a fermarsi.
Ora sono imbarazzati in due, e la cosa può solo che peggiorare, ma almeno il tizio riesce a riprendersi e a invitarlo a una seduta di massaggio, seguita poi da un trattamento con fagottini caldi alle erbe, un bagno in vasca idromassaggio rilassante, venti minuti in sauna finlandese e per finire quel materassino ricoperto di cuscini in una delle sale relax polisensoriali a scelta, accompagnato da un bel frullato di frutta e verdura.
“Percorso fenice”, lo ha chiamato più volte, perché probabilmente risorgi dopo essere morto per varie cause. Completo nel soggiorno e assolutamente a disposizione dei clienti.
Doppo è sul punto di dire che forse non è una buonissima idea andare al massacro da solo, senza che qualcuno lo accompagni e si assicuri che non muoia o spiri nel mentre, perché magari qualche fagottino è abbastanza caldo da scavargli un buco nella pelle e trapassarlo da parte a parte, e fortunatamente rimane in silenzio abbastanza a lungo perché Jyuto ricompaia dal nulla, bagnato dalla testa ai piedi, e lo sconvolga abbastanza da ammutolirlo per sempre.
Sente a malapena il loro scambio mentre viene trascinato via.
-Veniamo entrambi!
-Prego, signori Iruma. Da questa parte.
Si ridesta soltanto quando, steso su un altro lettino bianco e morbido, un tizio preme la mano sopra la sua scapola e pare tentare in tutti i modi di fargli sputare l’anima mentre lo schiaccia in più punti. Troppo per una persona abituata a non avere la minima cura di sé: tutta quella premura messa assieme, più che fargli del bene, mira ad annientarlo del tutto.
Ed è solo per questo forse che lui l’accetta con estrema gratitudine.


-Non mi sono mai sentito così stanco in tutta la mia vita!
Doppo sospira affranto, affondando le proprie natiche rilassatissime nel cuscino di quella poltroncina. Neanche l’ottimo profumo del pesce che il cameriere gli ha appena portato riesce a farlo sorridere, oppure la vista meravigliosa della fontana piena di pesci al centro del ristorante che si trova al di sotto del balcone dove è il loro tavolo.
Jyuto abbassa il calice dalle labbra per esprimere la propria sorpresa.
-È strano che tu lo dica. Di solito si va ai centri benessere per rilassarsi, non per stancarsi.
-Non sono abituato a rilassarmi. Mi rende nervoso.
Dopo un solo istante di silenzio, il poliziotto non riesce davvero a trattenere una risata frizzante, spensierata e tranquilla. I capelli della franga gli cadono in avanti, quando si piega verso il tavolo e tenta di nascondere la bocca con una mano.
-Sì, questo è proprio tipico di te.
Quando l’altro lo guarda un poco offeso, subito cambia espressione.
-Ti diverte molto?
-Scusa, non volevo mancarti di rispetto.
Doppo sa che è sincero, e questo significa molto per lui: che qualcuno ci tenga abbastanza ai suoi sentimenti da mostrarsi dispiaciuto qualcosa vengano lesi anche nel minimo, che si mostra sensibile a lui. Succede soltanto con poche persone ormai, ma con Jyuto ha un significato ben diverso, e lui afferra con difficoltà questa certezza.
-Non lo hai fatto.
Si curva in avanti, abbassa lo sguardo – la sua testa si muove in un cenno, facendo riferimento a quel che gli sta attorno.
-Tutto questo… È insolito, per me.
Fissa il proprio piatto, finché intravede la mano di lui giocare un poco con l’angolo del tovagliolo. Jyuto ha le dita sottili, lunghe, non sembrano affatto adatte a tenere in mano un’arma o a offendere.
E la sua voce è così soffice, persino quando si interrompe preso in contropiede dal flusso dei propri stessi pensieri.
-Anche per me. Non ho mai passato tanto tempo in tranquillità con-
Sorride, cercando di coprire il proprio imbarazzo.
-In lieta compagnia.
Per Doppo è naturale aiutarlo a uscire da quella brutta sensazione – anche se ha l’impressione che brutta davvero non lo sia. Piuttosto, è una difficoltà che riesce a riconoscere benissimo, perché l’ha provata tante altre volte. Inaspettatamente, lo dipinge di una certa tenerezza.
-Per lieta compagnia io intendo qualcosa di diverso da un tizio che tenta di rompermi le ossa illudendomi che faccia bene alla mia salute.
-Oppure entrare in una stanza che mi disidrata completamente.
-La sauna finlandese io l’ho trovata fantastica!
-Sono quasi morto, là dentro!
-Quanto dramma.
Jyuto ridacchia ancora, bevendo quel sorso tanto agognato di vino che giaceva da troppo tempo in fondo al suo boccale.
-Ti piace il pesce?
Doppo torna a guardare il proprio piatto, un poco impensierito.
-Anche questo è compreso nel pacchetto?
-Sì! Assieme a questa magnifica bottiglia di vino!
Prende la bottiglia dal tavolo e la solleva, ne legge l’etichetta o almeno ci tenta, sono scritte in inglese e lui non è così ferrato nelle lingue straniere. Pare accorgersi poi di un particolare: il bicchiere vuoto dell’altro uomo.
E risponde anche al suo sguardo abbastanza stranito, quasi lo stesse per pugnalare a un fianco.
-Non lo hai ancora neanche assaggiato.
Lo riempie quasi tutto, facendo poi girare la bottiglia e rimettendola dove l’ha prima presa. È molto contento del proprio operato, ma incoraggia l’altro a bere, perché gli sembra un po’ troppo indeciso a riguardo.
-Non sto cercando di farti ubriacare per approfittarmi di te, Doppo.
L’impiegato abbozza un sorriso strano, decisamente a disagio, e gli risponde mentre allunga la mano e il braccio ad afferrare velocemente quel dannato calice. Metà del vino finisce sulla tovaglia, un’altra parte sull’accappatoio bianchissimo che ancora indossa.
-Non lo metto in dubbio, Iruma-san.
Un’ombra nello sguardo di lui, di tristezza, lo spinge a una rettifica veloce.
-Jyuto-san.
Si stupisce lui, si stupisce l’uomo. Doppo fugge nel viso e quasi si strozza, ma almeno lo ha reso felice.
Guarda di nuovo quello che ha attorno. Delle luci azzurre torreggiano la grande sala elegante, il riflesso delle onde dolci della fontana si riflette in bagliori delicati su tutte le pareti coperti da mosaici di pietra chiara, in un gioco sapiente che accompagna la vista e tutti gli altri sensi. Non ci sono rumori molesti, persino le posate che gli ospiti muovono necessariamente sembrano fatte apposta per tintinnare piano, tanto che l’unico suono che spicca è quello dello zampillare dell’acqua, altissimo e limpido.
Doppo sente un brivido attraversarlo, alza gli occhi a lui che subito risponde al suo sguardo.
-Cosa c’è?
Non c’è alcuna stanchezza che gli pulsi contro la nuca, per una volta.
Eppure, riesce a dire lo stesso qualcosa di molto stupido, un po’ troppo romantico. Sente leggerezza nel cuore, è una così strana sensazione.
-Non avevo mai notato che avessi le ciglia così lunghe.
-Devi essere proprio disattento, con tutte le volte che hai guardato il mio viso!
-Forse non l’ho mai fatto con la dovuta attenzione.
Jyuto tentenna, sembra in difficoltà a mantenere il sorriso sulle labbra. Gioca ancora con l’angolo del tovagliolo bianchissimo, abbassa lo sguardo per primo. Non c’è alcun dubbio che anche lui sia rilassato, per tutti i trattamenti ricevuti nel corso della giornata, e pure quella magnifica centrifuga che hanno potuto bene verso metà pomeriggio. Eppure, per qualche strana ragione, qualcosa di più pesante gli muove la lingua e rende quasi grave il suo pensiero, il suo stesso respiro.
-Sai, trovo strane diverse cose a questo mondo. La coesistenza di amore e violenza nei maniaci, per esempio. Quella di ordine e di disordine, su un sottile filo che divide i due ma senza renderli troppo dissimili l’uno dall’altro.
D’accordo, è ubriaco. Molto ubriaco.
Doppo rischia di ridergli in faccia.
-Temo di essere troppo brillo per riuscire a seguirti, Jyuto-san.
Lo rende ubriaco.
E Doppo rischia di sputare tutt’assieme il vino che sta sorseggiando a fatica.
-Troveresti strano la mia speranza di avere tempo sufficiente per notare tutti i dettagli che ti compongono? Rimediare alla distanza con il prolungamento del tempo.
Il tono della sua voce si altera e diventa un poco isterico, non riesce davvero più a guardarlo in viso. Agita le mani e le braccia, si sente soltanto lui per diversi metri.
-Stiamo insieme da pochi mesi, Jyuto-san. Io non-
-Quasi due anni, in realtà.
La calma di lui lo annichilisce d’un colpo e lo zittisce. Jyuto sorride, così da farlo avvampare quasi fosse un semaforo.
-Oh.
-Sì, anche a me ogni tanto capita di meravigliarmi della cosa. Pensavo saresti scappato prima.
-Io scappare da te? E tu scappare da me, allora?
-Perché mai dovrei?
Non c’è la minima traccia di menzogna o di falsità nel suo sguardo, e quella è la goccia che fa traboccare non solo il vaso, ma qualsiasi altra cosa. Calma, autocontrollo, umana decenza, pudore e quant’altro. Doppo non possiede ancora quella tipica sicurezza adulta che si basa su una parvenza di orgoglio e amor proprio, ma possiede comunque una forza straordinaria che lo attiva quando certi sentimenti vengono smossi. Come in quel caso.
Si piega in avanti, verso il tavolo.
-Senti, Jyuto-san. Sarò brutalmente sincero a questo punto.
Si piega in avanti anche Jyuto, per ascoltarlo meglio – Doppo prende anche un pezzo di pesce, perché teme sul serio stia diventando troppo freddo.
-Mi sento a disagio. Qui è tutto così perfetto, e tu sei così bello. Lo so che non vuoi sentire che continuo a scusarmi, ma è come se mi sentissi in colpa di essere vivo, in questo luogo. Un piccolo e inutile neo in tutto questo.
Mastica piano e con attenzione. Miseriaccia, quanto è buono, gli si illuminano gli occhi.
-Ma ho pensato a un modo per alleviare il mio senso di colpa.
-Dimmi pure.
-Un supplemento.
Lascia che Doppo assaggi il suo pesce, prendendone un piccolo angolo. Anche il suo sguardo si illumina, chissà perché.
-Domani mattina, il check out normale sarebbe alle dieci. Possiamo però contattare la reception stasera e dire che ci fermeremo due ore in più.
-E cosa vorresti fare in quelle due ore?
L’impiegato lo guarda stranito, come se fosse la cosa più ovvia del mondo.
-Beh, dormire. Perché stanotte vorrei passarla sveglio.
-A fare cosa?
Doppo deve bere dell’altro vino per affrontare la sua momentanea stupidità – sul serio, se vuole che gli dica cos’ha intenzione di fare proprio a quel tavolo, fa prima a prenderlo per il colletto dell’accappatoio e limonarselo di fronte a tutti.
Per fortuna, un briciolo di lucidità torna in Jyuto: sorride, e torna a sedersi normalmente.




Un letto.
Un solo letto nella stanza. Grande, gigantesco, profumato e con le lenzuola cambiate, così bianche che riuscirebbero ad abbagliare chiunque. Ordinato e composto nei minimi dettagli, come del resto tutto l’insieme quell’ambiente.
Due cuscini principali più diversi guanciali – e anche quel terribile cuscino a forma di cuore, sempre bianco, in mezzo alla composizione attenta, quasi a sancire il nido d’amore posato sopra il materasso occupato dalla coppia di pseudo coniugi.
Entrati dalla porta, i due si avvinghiano l’uno all’altro e cominciano a baciarsi in maniera tanto appassionata come se non si toccassero da mesi, lingua labbra guance che si incontrano in un solo punto e mani che tirano, strappano, denudano con violenza esigente. Jyuto spinge energeticamente Doppo e lo fa caracollare tra le lenzuola, distruggendo in un sol colpo tutta quella meravigliosa composizione di perfezione e candore.
Basta che lo guardi perché l’uomo tremi da capo a piedi, con ogni muscolo attaccato al suo corpo.
Apre le gambe e gli fa spazio quando sale sul materasso con lui, gattonando a quattro zampe e avvicinandosi sempre di più al suo corpo. Inizia a baciarlo dal piede – gli morde appena la caviglia sensibile, e lo obbliga a pronunciare un verso di sorpresa, caldo. Gli sorride da sopra gli occhiali, inclinata il viso verso il basso; la frangia scura gli cade in avanti e gli nasconde solo in parte lo guardo, rendendolo forse ancora più malizioso. Afferra l’orlo dell’accappatoio con i denti e lo sposta, così da rendere più disponibile il passaggio per la sua bocca. Arriva a baciargli l’interno delle cosce, sa perfettamente che Doppo segue ogni sua mossa con scrupolosa attenzione, e per questo non riesce proprio a fermarsi dal fare così tanto rumore, dal lavorarlo proprio con tutta la propria bocca su quella pelle così morbida, ora. È un piacere per lui prima di tutto, baciarlo dove è più sensibile.
L’impiegato allarga ancora più le cosce quando il poliziotto strofina le sue guance contro di lui, piano. Sente persino la piega del sorriso.
Decide di stendersi all’indietro contro i cuscini, sollevando ancora un poco l’accappatoio e mostrando in questo modo un’altra porzione di corpo, esposto. Sente a malapena Jyuto fare una battuta circa il fatto che i suoi peli pubici sono riccioluti quanto i suoi capelli – dello stesso colore caldo, morbido – perché basta un soffio della sua bocca per farlo tremare ancora.
E si tende in ogni muscolo quando la bocca di lui lo avvolge, le mani iniziano a toccargli i fianchi e il ventre piatto, contratto. Mugugna il suo nome in mille singhiozzi, quasi lo stesse pregando per qualcosa di indefinito, o semplicemente continuare per sempre.
Prendono corpo suoni di baci e saliva, corpi pesanti che si muovono sulle lenzuola, e il respiro sempre più veloce di Doppo. Quando l’uomo abbassa lo sguardo, trova attento il suo ad attenderlo, le labbra tirate in uno sforzo bagnato – ha il viso rosso e lo sguardo languido, i capelli finalmente scompigliati; vi si aggrappa con forza, contorcendosi tutto arrivando nel profondo della sua gola.
Ma Jyuto si stacca da lui all’improvviso, lasciandolo stupefatto e sull’orlo dell’omicidio. Lo volta di scatto, in modo che ogni suo insulto venga soffocato nel cuscino, e gli solleva del tutto l’accappatoio in modo da baciargli e mordergli prima le natiche, e poi la schiena.
Doppo si libera di quell’affare con un gesto scocciato e quasi riesce ad alzarsi sui gomiti e sulle ginocchia, quand’ecco che il poliziotto grava su di lui e lo tiene fermo.
Respiri caldi contro il suo orecchio.
-Resta qui un attimo.
Doppo gorgoglia insoddisfatto, ma fa quanto gli è stato chiesto.
Ha il viso nascosto tra le lenzuola quando Jyuto torna e comincia a lasciargli baci sul collo e sulle spalle; la mano bagnata di qualcosa di freddo stimola l’apertura tra le natiche, la bagna e la rende molle, docile per quel che avverrà poi. Jyuto è sempre attento a non fargli mai male, ama ripetergli che gode quando lui gode, che non potrebbe fare altrimenti e quella è l’unica condizione accettabile per lui.
Ama ripeterglielo perché Doppo, ogni volta, diventa così duro che a stento resiste dal venire istantaneamente.
Mugugna ancora quando gli morde l’orecchio e gli solleva, da dietro, il bacino, così che si metta a quattro zampe davanti a lui. La posizione è imbarazzante da morire, Doppo sa bene di essere esposto in modo vergognoso, con il sedere rivolto verso l’alto a completa disposizione di lui. E si gode la penetrazione lenta e attenta, immerso nella sensazione del proprio corpo che si apre centimetro dopo centimetro. Jyuto lo tiene largo con le mani calde, lo sente trattenere il respiro e poi rilasciarlo tutto quando è affondato in lui.
E poi lo sente sogghignare soddisfatto, mentre gli passa la mano sulla schiena.
Promette, in un ulto sprazzo di lucidità, una cosa soltanto: che lo farà urlare per ore.

-La prego di mettere solo un’ultima firma qui, signor Iruma.
Contento come non dovrebbe essere una persona che si congeda da un centro benessere dopo un weekend favoloso, Jyuto si sporge ancora oltre il bordo del balcone e prende il pennino elettronico, scrivendo la propria firma dove indicato dalla signorina.
Soddisfatti entrambi, possono scambiarsi ancora sorrisi cordialissimi e affabili. Come ultima cosa, la signorina porge il proprio saluto e si inchina appena, capo chino e capelli raccolti in una coda bassa.
-Vi auguriamo un buon rientro e speriamo di rivedervi presto.
Jyuto si volta e si allontana, per avvicinarsi all’uomo che sta ancora contando quante gocce di vetro ci sono davvero su quel gigantesco lampadario. È riuscito a contarne solo duecento e qualcosa, si dimentica presto il numero esatto.
Vestito dello stesso completo della partenza, lavato e stirato dagli addetti del centro, Doppo è decisamente più scontento di lui di lasciare la struttura.
-Ora torneremo alla vita di ogni giorno. Lavoro, dormire, mangiare, lavoro di nuovo.
Torna subito negli occhi la stanchezza, nonostante le lunghe ore di sonno. Jyuto per istinto cerca di sollevargli il morale, avvicinandosi al suo fianco e quasi toccandogli la spalla.
-Anche se non sono bravo a massaggiare, posso sempre cercare di spezzare la tua monotonia in qualche modo.
Doppo si ferma a guardarlo, all’improvviso molto serio.
-Basta che tu ci sia. E so che ci sarai.
Sembra che Jyuto sia in imbarazzo, perché lo prende per il braccio e lo trascina via, senza più guardarlo in viso. Fuori dal grande portone di ingresso, un altro omino elegante è chinato verso di loro, posizionato davanti alla macchina sportiva di Jyuto. Sta porgendo loro le chiavi.
-Prego, signori Iruma.
Il poliziotto prende quando è nella sua mano e solo a quel punto Doppo viene illuminato da una rivelazione. Lo guarda sconvolto appena prima che salga in macchina, davanti al volante.
-Ci ha appena chiamati signori Iruma?
Jyuto lo fissa a lungo, molto a lungo. Decide che è il momento giusto per ucciderlo definitivamente.
-Beh, non è che sia andato molto lontano dalla realtà. Non siamo ancora entrambi i signori Iruma, ma è solo una questione di tempo.