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Eagle On The Warpath

Chapter Text

Non possiedo Assassin's Creed o The Lord of the Rings

 

 

Eagle On The Warpath

 

 

 

 I

 

 

 

«Io sarei cosa?»

«Un Istari.»

«E che diamine sarebbe un Istari?»

«Uno… Stregone.»

Silenzio.

«…Non sai cosa un Istari è?»

«Ti sembro un Istari?»

Legolas lo guardò su e giù. Bastone in mano, lunghe vesti bianche e rosse e la faccia nascosta da un cappuccio a becco.

«Sì.»

Desmond alzò le mani al cielo, infastidito. Ma dove minchia sono finito? All'Inferno? Una terra maledetta? Una qualche assurda allucinazione creata da Giunone per tormentarmi anche nella morte?

Con un sospiro Desmond riportò i suoi occhi sul nanetto barbuto, lo spilungone con le orecchie a punta e quel cadavere umano che si faceva passare per vivo nonostante le occhiaie.

«Non sono un Istari, sono solo un uomo, umano. Uno che non ha la più pallida idea di dove sia e che cazzo stia succedendo. Uno che non sa che minchia sono queste cose,» disse indicando con un ampio gesto della mano la carneficina a cui aveva preso parte insieme ai tre: «perché vi hanno attaccato e soprattutto chi diamine siete voi.» finì puntando la punta del suo Bastone dell'Eden, con Mela annessa, verso il trio armato fino ai denti.

Aragorn, Legolas e Gimli si guardarono tra di loro, incerti.

Desmond attese, impaziente.

Se non fosse che uno brillava d'oro e gli altri due blu con l'Occhio dell'Aquila, Desmond se ne sarebbe già andato da questo gola tetra e tombale.

Questo luogo gli dava i brividi. Aveva come l'impressione che loro quattro fossero a un passo dalle porte del Regno dei Morti.

«Io sono Aragorn, figlio di Arathorn, al tuo servizio.» si presentò faccia smunta con un inchino.

«Io sono Gimli, figlio di Glòin, al tuo servizio.» si presentò lo gnomo da giardino con un inchino.

«E io sono Legolas, figlio di Thranduil, al tuo servizio.» si presentò la pertica di cartapesta con un inchino.

«Piacere, io sono Desmond Miles, al vostro servizio.» rispose guardingo l'Assassino ricambiando l'inchino.

«E che ci fa qui, Mastro Desmond?» chiese Gimli con uno sguardo tra il sospettoso e il curioso.

«Diavolo se lo so.» rispose fissando accigliato la verga che teneva tra le mani: «Sono sicuro che dovrei essere morto e invece mi sono risvegliato qui. Con un Bastone che ho solo visto ma mai posseduto, una Mela che sono sicuro di aver lasciato con i miei compagni e vesti che non avevo addosso quando sono morto. E sono piuttosto sicuro che dovrei essere morto visto che ha fatto così male da sentirmi morire

Con un sospiro sconfortato Desmond si rivolse verso i tre che lo guardavano con espressioni che dicevano chiaramente che non sapevano cosa dire a tali rivelazioni.

«E voi invece che ci fate qui? Non mi sembra che questo posto sia un luogo adatto ai vivi visto tutto… questo.» finì gesticolando con le mani verso gli alberi morti, aria tetra e gli scheletri e cadaveri ammuffiti ai loro piedi.

Muso smorto – Aragorn, si corresse mentalmente Desmond – scattò sull'attenti alla domanda e si affrettò a spiegare: «Oh, noi. Noi ci stiamo dirigendo verso i Sentieri dei Morti per convincere gli Spergiuri ad aiutarci a combattere contro l'esercito di Sauron per scacciarlo da queste terre.»

Desmond aggrottò le sopracciglia.

«Spergiuri? E chi sarebbe questo Sauron?»

I tre lo guardarono allibiti.

«Tu… non sai chi è Sauron?»

Per poco Desmond non sollevò gli occhi al cielo: «No.»

«Ma… Tutti sanno chi è il Signore Oscuro.»

«Be', io no.»

Alle loro facce sconcertate, con un ennesimo sospiro, Desmond gli consigliò: «Fate finta che io abbia amnesia e ditemi cosa sta succedendo.»

I tre si guardarono tra di loro, di nuovo, e Aragorn che a quanto pareva era il capo del trio iniziò a spiegare: «Il Signore Oscuro Sauron con un esercito di orchi sta marciando verso Gondor per conquistarla e distruggerla, e se non lo fermiamo dopo che avrà raso al suolo la città di Minas Tirith punterà il suo occhio su tutti gli altri regni e popoli di Arda così che possa distruggerli e governare incontrastato su questo mondo.»

«Ah.»

Questo Sauron mi ricorda un po' Giunone. Che gioia.

«E questi Spergiuri?»

Aragorn sembrava un po' a disagio: «Loro… loro sono un esercito maledetto di uomini che quando Isildur, l'ultimo Re di Gondor, chiese loro che venissero di aiutarlo a scacciare il nemico, invece di mantenere la parola data al Re, fuggirono. Allora Isildur li maledisse per la loro vigliaccheria condannandoli a non essere in pace ne da vivi ne da morti.»

Abbattuto continuò: «Loro… loro sono la nostra unica speranza per riuscire a vincere. Le nostre forze al momento non sono abbastanza grandi per poterlo battere, e senza il loro aiuto verremmo sicuramente sconfitti. Io sono l'ultimo erede di Isildur, se vogliono essere finalmente liberi dalla maledizione devono prestare fede alla promessa fatta al mio antenato, di venire in aiuto di Gondor in caso di bisogno.»

Dopo tutto quello che aveva passato negli ultimi mesi, per Desmond un esercito di non-morti non era più poi così impressionante.

«Capisco.» fu la sua calma risposta.

Desmond rifletté sulla situazione, e tenendo conto di quello che gli avevano appena detto e all'urgere dei suoi antenati, senza contare i suoi valori morali e la sua coscienza, giunse all'unica risposta possibile. Per lui almeno.

Annuendo a se stesso, Desmond si rivolse verso i tre guerrieri: «Ok, vi aiuto. Andiamo a incontrare questi Non-Morti.»

Gli occhi dei tre strabuzzarono alle sue parole: «Scusa?»

Passando loro oltre, con il suo bastone che picchiettava la terra come la cadenza di una marcia funebre, rispose impaziente: «Mi avete sentito. Sarò uno straniero in queste terre, ma non sono così stronzo da non aiutare.»

E borbottando tra sé e sé, aggiunse sottovoce: «E poi questo Sauron mi sta già antipatico.»

L'elfo, il nano e l'uomo si guardarono tra di loro, insicuri di cosa pensare del loro nuovo compagno, ma non sentendo bugie nelle sue parole, misero da parte i dubbi e le domande riguardo al loro nuovo compagno di avventura e lo seguirono.

E nelle tenebre i quattro si avventurarono.

 

 

 

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II

 

 

 

 

«Così… questi sarebbero i Morti.» commentò Desmond esasperatamente imperturbabile mentre picchiettava le forme nebbiose che si formavano si suoi piedi con la punta del suo bastone con lieve curiosità.

«La vuoi smettere?» domandò Gimli turbato da lui e il luogo in generale.

«Perché? Non sto mica punzecchiando te.»

«Perché se continui potrebbero attaccarci prima che possiamo parlare con loro!»

Uh, non aveva tutti i torti.

«Giusto,» rispose Desmond stuzzicando impertinentemente la scheletrica mano emersa dalla nebbia che gli sfiorava gli alti stivali: «non ci avevo pensato.»

Dando un ultima occhiata struggente alla nebbia e picchiettandola un ultima volta, sospirò mogio mogio.

Certo, con il suo Dono poteva vederli facilmente in tutta la loro spettrale putrefatta gloria ma oltre al fatto che non era ancora sicuro se questa fosse la realtà, un sogno, un allucinazione, che fosse seriamente morto o un qualche incubo indotto – dall'alto della sua bontà – da Giunone, se 'sti fantasmi lo avessero ferito e non si fosse risvegliato o desincronizzato come succedeva quando era nell'Animus (sempre che non fosse in un Animus o simili), allora avrebbe voluto dire che questo era reale. …forse.

E comunque era più appagante infastidirli mentre guardava il mondo con occhi normali.

C'era più gusto.

Sospirò abbacchiato.

Peccato.

«Ok, la smetto.» disse quando Gimli continuava a guardarlo allarmato, e solo perché aveva dissolto una nebbiosa mano scheletrica quando si era appoggiato il bastone contro la spalla. Bah, non è come se quello lo avesse fatto apposta.

…Ok, forse un po'.

«Non guardate giù.» disse all'improvviso Aragorn; e ovviamente tutti guardarono giù.

Con lieve interesse Desmond picchiettò i teschi sotto i loro piedi con la punta del bastone. Incuriosito li colpi un po' di più. Era la prima volta che vedeva dal vivo un teschio e non attraverso gli occhi di un antenato. Erano più robusti di quanto si aspettasse.

Un impaurito e saltellante Gimli lo superò correndo, spezzando teschi sotto i suoi stivali.

Desmond alzò gli occhi e sì, forse era meglio che riprendesse a muoversi anche lui.

Con passo flemmatico si avviò dietro i tre, accelerando il passo per raggiungerli, spaccando incurantemente le ossa battendo il suo Bastone per la via sotterranea.

Aveva un che di infausto.

I quattro entrarono infine in una grande sala in rovina, una grande porta maestosa a sovrastare l'entrata del sentiero mentre una voce tenebrosa domandava: «Chi entra nei miei domini?»

Una pallida figura incoronata apparì davanti alla porta, e Desmond alzò un sopracciglio alla sceneggiata. Ignorando la conversazione tra Aragorn e il Re dei Morti – non poteva essere nessun'altro – si voltò verso il burrone e vide, con risate agghiaccianti come sottofondo, evanescenti costruzioni emergere insieme a silenziosi e spettrali fantasmi.

«Impressionante.» commentò tra sé e sé Desmond.

Doveva ammetterlo, questo vecchietto e le sue truppe potevano dare del filo da torcere anche ai Precursori in fatto di teatralità. Che entrata.

E mentre il Re cantilenava astiosamente l'incisione sulla porta, Desmond girandosi sui suoi piedi indietreggiava verso i suoi compagni mentre l'Esercito dei Morti li accerchiava. Osservandoli diffidente, impugnò il suo Bastone con entrambe le mani, e quando sentì il Re sentenziare: «Ora devi morire.» sollevò il suo Bastone, pronto a colpire.

Quando furono a tiro non esitò a mollare a quello più vicino una bastonata in testa. Sdong!

Legolas e Gimli, si girarono verso di lui, sbigottiti. Aragorn invece distratto dal Re che lo aveva attaccato, non notò l'impresa compiuta da Desmond.

L'Assassino guardò il viso stupito del fantasma, guardò il suo Bastone, guardò di nuovo il fantasma e per buona misura gli diede un'altra bastonata in testa. Sdong!

«Davvero?» chiese Legolas, sconcertato che il nuovo venuto era riuscito a colpirne uno quando la sua freccia era passata innocuamente nella testa del Re dei Fantasmi.

«Cosa?» chiese Desmond difensivo, stringendo il Bastone contro di sé, e guardando i due diffidente: «Dovevo essere sicuro che non fosse un colpo di fortuna!»

Intanto Aragorn aveva con successo minacciato il Re in sottomissione e rivolgendosi alla schiera di morti chiese: «Combattete per noi. E riconquistate il vostro onore. …Cosa rispondete?» chiese, spada in mano mentre camminava tra le file dei morti. Desmond ascoltò solo con un orecchio Aragorn mentre cercava di accattivarsi i fantasmi con la sua promessa, Bastone stretto in mano pronto a usarlo se le cose fossero precipitate.

I morti indietreggiavano da lui quando si muoveva, impauriti dalla sua capacità di poterli colpire.

«Combattete per me! E io riterrò rispettato il vostro giuramento! Cosa rispondete?» domandò ancora Aragorn, una nota di disperazione nella voce.

Ma il Re solo rise, e gli Spergiuri si ritirarono nelle profondità della Montagna, e a nulla servirono le parole di Arargorn. E i morti sparirono alla vista, l'ultimo appello di Aragorn: «Cosa rispondete!?» riecheggiando vuote su orecchie sorde e pietra muta.

Desmond ignorò la sfida che Gimli lanciò ai morti, più preoccupato con la loro improvvisa sparizione.

Aveva un brutto presentimento.

'Sto tipo di sparizioni improvvise non sono mai un buon segno.

E infatti ben presto la montagna prese a tremare, e polvere e roccia e teschi iniziarono a crollare, la monumentale porta spezzarsi su se stessa, e centinaia di migliaia di migliaia di crani iniziarono a franare da ogni fessura e crepaccio nelle pareti, travolgendoli e rischiando di seppellirli vivi.

«Via!» urlò Aragorn, e gli altri tre non persero tempo a seguirlo, mentre faticavano a scavalcare gli innumerevoli teschi che rotolavano giù, mentre tentavano di raggiungere il varco più lontano e ancora in piedi e non ancora nascosto dalle ossa dei morti. Più di una volta rischiarono di cadere e scivolare, e più tempo passava più rischiavano di venire sepolti vivi.

Desmond imprecò animosamente quando un cranio lo colpì in testa, e stizzito sbatté il Bastone a terra attivandolo e spazzando in dorati archi frattali la cascata di crani per un attimo, dando ai quattro la possibilità di accelerare la fuga.

«Scappate!» gridò Aragorn nel tentativo di spronarli, e sotto una cascata di teschi attraversarono il varco.

Fu con sollievo varcare quella soglia nascosta sul fianco della parete, e anche se i teschi continuavano a inseguirli, accumulandosi all'ingresso appena superato insieme alla roccia che precipitava da sopra le loro teste, almeno ora avevano lo spazio per correre senza rischiare di inciampare su un dannato cranio.

Avvolti da una nuvola di polvere vennero fuori dal cuore della montagna, e sbuffando e tossendo, si allontanarono dall'uscita.

«Dannazione a loro.» brontolò sottovoce Desmond mentre si scrollava di dosso la polvere e sabbia e fu solo quando notò i suoi compagni che in abbietto silenzio osservavano delle navi risalire il fiume mentre i villaggi costruiti sulle sue sponde bruciavano che finalmente si convinse che questo non era un sogno.

No, questa era la triste realtà. E lui c'era dentro.

«Dannazione.» imprecò affiancandosi a un Aragorn in ginocchio, disperato dalla vista.

E poi Desmond non sa cosa lo fece voltare, forse solo un presentimento, o un senso del pericolo che aveva ereditato dai suoi antenati o il vedere Aragorn voltarsi all'improvviso verso la montagna, ma come un apparizione il Re della Schiera Ombra emerse dal fianco del monte e fermandosi a un passo da Aragorn dichiarò: «Combatteremo.»

 

 

 

 

 

 

 

 

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III

 

 

 

 

«Scontro!? Con voi e quale esercito!?» li derise il capitano.

Certo, l'elfo gli aveva ucciso uno della ciurma con una delle sue frecce, ma loro erano centinaia di pirati su diverse navi e loro solo quattro, per di più in piedi sulla sponda e senza un imbarcazione per raggiungerli. Loro erano niente al loro confronto. Che li minacciassero, era risibile.

«Questo esercito.» rispose Aragorn.

E una schiera di opalescenti spettri putrefatti emerse dal costone di roccia, oltrepassarono il quartetto urlando il loro grido di guerra con le loro gole marce e le armi sguainate.

Anche i pirati urlarono, ma dalla paura.

Poggiando assentemente il Bastone contro una spalla, mentre osservava insieme agli altri in tutta sicurezza dalla sponda del fiume il massacro in corso, Desmond, da dietro il nano, commentò ammirato: «Ok. Quello era figo.»

 

 

 

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IV

 

 

 

Desmond scavalcò il parapetto con un balzo.

Armato di tutto punto con le armi che aveva depredato dai cadaveri dei pirati – arco, frecce, spada, accetta e coltelli – sguainò la spada e inclinò il Bastone, pronto a combattere contro lo schieramento di orchi davanti a lui.

Ridacchiando alla sfida che Gimli lanciò a Legolas, caricò dalla destra di Aragon la guarnigione di orchi, mentre l'Esercito dei Morti sbucava dalla fiancata della nave come una fiumana di morte urlando il loro grido di guerra, superandoli e travolgendo nella loro furia le schiere nemiche.

Ben presto Desmond si perse nella furia della battaglia, incapace di ricordare quanti ne avesse uccisi – invece di come Gimli e Legolas stavano facendo, contando ad alta voce – e presto erano sulle piane che dividevano Osligath e Minas Tirith. I campi erano ricoperti di cadaveri, sia di orchi che uomini, e i cavalieri ancora vivi assaltavano delle bestie immense simili ad elefanti ma più imponenti e con almeno una coppia di zanne d'avorio in più. Infatti una di loro stava venendo proprio verso di loro, pronto a travolgerli, e prima che uno di loro dicesse niente, prima ancora che uno di loro lo notasse, Desmond andò alla carica.

«Permesso!» gridò superando Aragorn, in tempo perché l'erede al trono di Gondor potesse vedere il bestione dirigersi verso di loro e Desmond scalarlo come se fosse una parete d'arrampicata. Con un salto balzò su una zanna, e in una grande esibizione di equilibrio saltò sulla proboscide e piantò la spada sulla spiritromba per non perdere l'appoggio. Il simil-elefante barrì dal dolore, impennandosi così come la sua proboscide e Desmond non perse tempo a correre lungo di essa e avventarsi sul cocchiere con non meno di tre coltelli da lancio, che si conficcarono in testa, gola e cuore ancor prima che l'assassino avesse messo un piede sul capo dell'animale.

Piantando l'accetta nel cranio del bestione e piantando i piedi sulla struttura di legno, ebbe a malapena un attimo di respiro, che il simil-elefante stramazzò su se stessa come un peso morto.

Con le grida dei nemici che precipitavano a terra verso la morte, afferrò il corpo che aveva appena ucciso e utilizzandolo come scudo si lanciò sulla torretta, tirandosi dietro la bestia che tirata dalle redini che le rigide cadaveriche mani tenevano ancora, crollava con barriti terrificanti di schiena. Lanciando di peso il cadavere che trascinò con se la cavalcatura morente, balzò come un felino sui traballanti pali della torre, e prima che fosse troppo tardi saltò giù dalla sua schiena, occhi che brillavano d'oro come quelli di un rapace che si posano sulla sua preda.

Piombando giù dal cielo come un aquila, conficcò il Bastone a fondo nella schiena corazzata di un orco in fuga dal bestione che crollava usandolo per ammorbidire il suo atterraggio. Con un ultimo lamento di dolore, quella specie di elefante morì, con le schiere dei morti che assaltavano gli uomini caduti dalla sua schiena e dandogli il colpo di grazia. Desmond si sollevò dalla sua posizione accucciata e si voltò verso dove sapeva si trovavano il nano e l'elfo e l'umano.

Con il cappuccio sulle spalle, scivolatogli giù durante la lotta, guardò con un sopracciglio alzato verso di loro.

I due sfidanti lo guardarono irritati, e per aggiungere al danno la beffa, batté a terra il Bastone che in uno scoppio di frattali dorati e argentei fece volare la carcassa del bestione che aveva appena ucciso contro un manipolo di orchi che morirono schiacciati tra urla di paura e dolore.

Con stizza l'elfo e il nano, frustrati da tale sfoggio di abilità, ripresero a falciare le file degli orchi con rinnovato rigore.

Tuttavia, non c'erano più così tanti orchi da falciare. I Morti si erano presi cura di tutti quelli che ancora infestavano le piane intorno Minas Tirith e ora stavano scorrendo tra le mura della città, invadendo strade e case, e uccidendo tutti i nemici che incontravano lungo la strada.

Ben presto, scese il silenzio sul campo di battaglia.

Muovendosi tra i cadaveri, tra le urla disperate dei vivi che cercavano tra i corpi i loro amici e compagni persi durante il furore delle armi, Desmond si mosse verso dove si trovava Aragorn, in piedi davanti all'intero Esercito dei Morti e il suo Re, e fu a tiro d'udito per sentire il discendente di Isildur dire: «Andate, abbiate pace.»

Desmond guardò Aragorn, guardò le Ombre degli Uomini dissolversi grati in silenzio nel vento funereo e infine si guardò attorno.

Sì, c'era morte e dolore e sangue tutt'intorno a loro, ma sì, ora, per ora, era tornata la pace.

 

 

 

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V

 

 

 

 

 

«Così… tu saresti Desmond.»

L'Assassino si voltò dalla vista mozzafiato, e tristemente macabra con le centinaia di morti che disseminavano la piana sottostante, che dominava dall'alto della cittadella bianca per posare gli occhi su un bianco vecchio che aveva intravisto quando insieme ai suoi compagni si erano diretti verso Minas Tirith.

«Lo sono.» rispose mentre l'altro gli si affiancava: «Mentre tu saresti…?»

«Gandalf il Bianco.» al suo sguardo vacuo: «Uno Stregone, o Istari se preferisci.»

Un barlume di comprensione entrò nelle sue iridi: «Aaaah… tu sei uno di quelli per cui mi hanno scambiato Aragorn e gli altri.»

Gandalf sorrise leggermente, divertito: «Ti hanno davvero scambiato per un Istari?»

«Sì.» rispose Desmond con un altrettanto sorriso divertito. Lo guardò da capo a piedi: «Non che io veda chissà quale somiglianza tra noi due. Davvero, come hanno potuto scambiarmi per uno Stregone è al di là di me. Non possiedo neanche un barlume di Magia, tra l'altro.»

«Penso che sia stato il bastone a trarli in inganno, da quel che mi hanno raccontato ha poteri sovrannaturali.»

Desmond sbuffò: «Non è magico. E' solo un pezzo di tecnologia così avanzata da sembrare magia.»

«Davvero?»

«Sì.» rispose Desmond : «Da dove vengo io non esiste la Magia.»

Gandalf mormorò contemplativo: «E da dove vieni, Desmond?»

«Non da qui.» rispose con tono stanco: «E non credo che riuscirò mai a ritornarci.»

«Non sei di questo Mondo, vero?» chiese Gandalf da sotto le sue sagaci sopracciglia.

Desmond lo guardò sorpreso: «Come diamine fai a saperlo?»

«Sono uno Stregone,» gli rispose il vecchio: «è mio dovere sapere le cose così che io possa aiutare gli altri al meglio.»

«Allora… mi aiuterai? A scoprire perché sono qui e se posso ritornare a casa?»

«Sì,» gli rispose e Desmond sentì la speranza sbocciare nel suo cuore: «ma non ora. Abbiamo una guerra da vincere prima.»

Annuì sobrio: «Contro Sauron, giusto?»

«Già.» rispose l'Istari contemplando le vaste piane disseminate di cadaveri: «E anche ora, dopo la sconfitta che gli abbiamo inflitto qui, le nostre chance di vincere sono misere.»

«Per via dell'Unico Anello, giusto?» allo sguardo sorpreso dello Stregone spiegò: «Gli altri mi hanno raccontato quel che stava succedendo mentre stavamo venendo qui e del compito che il loro amico sta compiendo.»

Gandalf sospirò, abbattuto: «Un fardello che avrei voluto che Frodo non fosse mai costretto a portare.»

«Purtroppo non siamo noi a scegliere i fardelli che dobbiamo portare.» gli disse con un tono di uno che lo sa per esperienza.

Lo Stregone lo guardò interessato.

«Quando avremmo vinto, se sei interessato, ti racconterò come sono arrivato qui.»

«Allora aspetterò con trepidazione la fine di questa guerra.»

«Sempre se vinciamo. Sai quale sarà la nostra prossima mossa?»

«Combatterai anche tu, con noi?»

«Certo.» sbuffò offeso: «Ho promesso agli altri che li avrei aiutati, senza contare che mi peserebbe sulla coscienza se non facessi niente.» e la fantasmagorica disapprovazione dei suoi Antenati non gli avrebbe permesso di dormire la notte. Per quanto fossero belli che morti e sepolti, le loro flebili impressioni per sempre incise nella sua mente erano fastidiosamente insistenti. Veramente molesti.

Il vecchio mago gli sorrise grato e con apprezzamento: «Grazie.»

Desmond roteò gli occhi: «Non c'è mica bisogno che mi ringrazi, vecchio.»

«No, non ce n'è bisogno, ma voglio comunque. Dopotutto questa non è la tua guerra.»

«Vero, non sarà la mia guerra ma se il cattivone di turno vince non credo che mi risparmierà solo perché non ho combattuto contro di lui. E poi più sento parlare di lui più mi sta antipatico.» più sapeva di lui, più gli ricordava Giunone. E a Giunone, se potesse, in questo preciso momento, pianterebbe una lama nel ventre per essere una sporca schifosa bugiarda bastarda.

Altro che indolore, brutta stronza.

Si voltò a guardarlo: «Così… qual è la nostra prossima mossa?»

«Domani cavalcheremmo verso i Neri Cancelli e lo sfideremmo sperando di attirare la sua attenzione abbastanza a lungo da dare a Frodo e Sam abbastanza tempo per attraversare le terre di Mordor e distruggere l'Anello al Monte Fato.»

Desmond annuì: «Allora, domani, io cavalcherò insieme a voi.»

E insieme osservarono il giorno diventare notte.